Schierati guerrieri
Verde muraglia
con sottobosco quasi senza spazio
per conficcarvi i tronchi
Il cielo cambia
Nere nuvole veloci
bucate dal sole all’improvviso
Scrosci d’acqua
gonfiano ruscelli
fiumiciattoli e laghetti
Battiti d’ali
Richiamo di metallo
dell’urogallo folle
Poi silenzio
Per miglia e miglia
solo foresta
E a guardar bene
eccoli lì
gli gnomi gli elfi le fate
In questo regno di Wotan
ho riposto i miei pensieri,
in quelle onde
offuscati i sentimenti,
intinti nelle nuvole grigie
le voci del vento.
Dov'era l'Autunno
ora abita una lacrima e l'inverno,
nuda appare la sera
e tiene il tuo parlare
e il cielo commuove l'assenza.
Non vi è bastato averci ben bene svuotato
da lasciarci così in mutande, senza fiato,
come vampiri dallo sguardo indemoniato
succhiare sangue a lavoratore e pensionato?
Cambiare i nome di facciata alle tasse
e far sprofondare le classi più basse?
Esseri malvagi, senza coscienza,
al di fuori di ogni minima decenza,
da far impallidire la più dura delinquenza.
Sono loro che del paese tengono la dirigenza,
sono tutti compatti, sono una banda,
le loro promesse sono becera propaganda,
ci voglion far credere che ci ha portato la cicogna
a Roma si dice "Er ppiù pulito cià la roggna!"
Il fato balza nella scena,
dal colletto coreano dorato -
sul petto di lavanda e pavé
vi scivolano tutte le piogge dei comignoli
i papaveri in tasca li tiene
mezzi dimenticati insieme alle mani
e il velo d'ali
che mi parlava ogni tanto a voce bassa
è poltiglia, un profumo di torrone scovato nei boschi.
Il mondo lo vedo quest’oggi assai stanco
Avvolto e coperto nel suo telo bianco
Che come un sudario gli fascia pietoso
Le piaghe del tempo che va doloroso.
Passato, presente e un incerto futuro
Contendono scettri di giorno insicuro
Di frane, alluvioni, di strazio di pianti,
Di lacrime amare versate da quanti
Non credono più che stagioni d’amore
Albeggino al posto di tanto dolore.
Ed anche i poeti ormai sono stanchi
Non sono felici di stare sui banchi
Di grandi ingiustizie che portano morte
Con donne annientate da menti contorte
O bimbi traditi dai giochi inventati
Dai grandi che sono degli orchi affamati.
Angioletti di culla profumo di fiore
Che vogliono solo e soltanto l’amore
E giocare felici nel tempo fecondo
Che spazio gli da questo povero mondo.
E si ritrovano le mie ombre
ancora una volta sole
sul far del giorno
a scrutare l’orizzonte
perse nell’immenso mare
mentre dentro brucia
l’attesa delle ore.
Ancora una volta
ferite nel cuore
dopo aver tanto amato
fino all’ultimo respiro,
ora cadono come pioggia
al di là della luce.
E tra le lacrime
e i sospiri
che riflettono le sorti
flettono incredule le ginocchia
ancora una volta
lasciandosi alle spalle
smarrite confidenze.
Sicilia
Sì un triangulu di peni e d’amuri,
sì ’na matri di tanti beddi figli
masculi e fimmini comu gigli,
ma una ie tinta e ie lu to duluri.
Di ’na matri cu lu cori d’oru
nascì na figlia laira e vilinusa,
sangisuca ca attacca la vintusa
e nun canusci né frati né soru.
Ssu cancaru t’avissitu a livari:
ssa to figlia crudeli e tantu brutta
tutta la to dignità si vo mangiari;
’nchiudila si pua dintra ’na grutta.
Tu sì ’na signura nobili e fina,
ma siccomu cumanna ssa patruna,
ca a lu pedi t’attacca la catina,
’nguttuta tu ti chiangi la sfurtuna.
La mafia di la sugiità ie lu riiettu,
ie ’na lupa allupata senza cori
e a mia m’abbruscia lu pettu,
datu ca campa si lu statu mori.
Pri la Sicilia ie sulu disprazioni,
ie lu scunfurtu di tanti siciliani
ca non vonnu la strema unzioni,
ma travagliari sireni oj e dumani.
Sicilia mia bedda comu la luna,
pri tia scrivu versi notti e jornu
pri tia iju cantu amuri a serenata;
sì ’na rigina cu ’n testa la curuna,
di la to biddizza lu me cori adornu,
accussì senza feli passu la jurnata.










