succede di tutto e questo si sa,
ma quello che han visto i miei occhi,
mi fa grattare la testa ad aver i pidocchi.
Un mio noto conoscente scorgo in stazione,
con una straniera bionda intento in conversazione,
noto una importante differenza di età,
lui potrebbe tranquillamente esser suo papà.
Lì per lì più di tanto caso non ci faccio,
fino a quando tra i due non scatta un abbraccio,
condoglianze non mi sembravan certamente,
le mani di lui si muovevan sapientemente.
Ora il lettore penserà a che ci sarà di male,
e questo interrogativo è alquanto normale,
Se non che lo vedo sovente nel condominial giardino,
spingere con la bruna moglie un pien passeggino!
C'erano risate un tempo
che rallegravano il cuore.
C'erano risate che traboccavano
di vita.
C'era un tempo così luminoso,
un tempo nostro,
che ci sembrava il tutto
e quel tutto era solo nostro.
C'era il sole in quel tempo,
che illuminava a giorno
anche la notte .
C'erano minuti che parevano
ore.
C'erano sguardi,risate,
e corse sudate.
C'era la vita,
che intensamente andava vissuta .
Filtra un bel sole
Nato dopo la nebbia
Quel poco rumore delle cose leggere
che cadono nell 'acqua preziosa
più del pane
Insetti nel fervore degli ultimi voli
Il lontano frusciare di chiome
Pronte ad addormentarsi
Ancora i pensieri pungono
Si scrivono
Ancora un sorriso che nasconde
Il tempo farà la sua parte
Sulle spalle un peso aumentato
Non c'è bisogno di attraversare il sagrato
Forse, non è grave il malato
Pien di foto dove ci si assomiglia,
Si trova un pò lontano dal paese,
Ci vado almeno una volta al mese.
Vi si accede a tutte le ore,
Da coricati non è il modo migliore,
Dentro riposa chi mi ha voluto bene,
Con ognun ho una foto che in braccio mi tiene.
Negli anni pian pian han preso posto,
Per la mia anima un gran costo,
Questo è il prezzo della vita,
Qui si finisce quando essa è finita.
Da bambino vi trovavo solo antenati,
Ora vi riposan quelli sopra menzionati,
Se penso che c'è un posto anche per me,
Piango e rido senza saper perche'.
Pomeriggio di sole in questa piazza,
gli alberi non adombran le panchine:
solitudine e caldo senza fine
tutto ciò che d’intorno mi svolazza.
Poi d’un tratto qualcuno che s’incazza
borbottando tra i denti paroline
per improvvisamente metter fine
ché mi vede presente e ciò lo spiazza.
Ha lo sguardo stravolto, mente persa,
s’alza dalla panchina e si dilegua
infilando un’anonima traversa.
Temo di diventare alla sua stregua,
anzi data la mia alma introversa
strizza d’esserlo già non mi dà tregua.
25/09/2023
in silenzio al crepuscolo,
sotto gli occhi del tenero sole.
Sono flebile alito di tempo
che intona la mia nuda essenza,
tra i meandri dei miei anni.
Sono tenace speme
tra le mani di chi mi accoglie,
come ancora di salvezza.
Sono maledizione e benedizione
nell'attraversare i giorni della ressa,
guardandomi senza paura negli occhi.
Sono lacrime vissute
nei fondali delle sconfitte,
dopo manrovesci che fucilano.
Sono emozione che s'inebria
sul davanzale della vita,
nei respiri tra illusioni e realtà.
Sono dedalo nelle partite
più ardenti sul tavolo del fato,
mentre sudo l'agognata vittoria.
Sono scandalo su bocca di uomo
nella sua ceca prepotenza ignorante,
sfigurando labile la mia immagine.
Sono poema d'amore nella primavera
del cuore innamorato, nella veemenza
che toglie il fiato nelle corde dei baci.
Sono le quattro stagioni che temprano
i bagagli del mio vascello lungo la via,
nei quattro venti che mi creano.
Sono il tuo vestito che nasconde,
ciò che sotto le spoglie di uomo
non t'appartiene completamente.
Sono frammenti di mosaico
in continuo ricomporsi in inverno,
ed estate, autunno e primavera.
Sono madre per natura e latte per il suo pargolo, tra le braccia
della provvidenza per scelta.
Sono la geisha che ti ammalia
nell'arte della seduzione, tra perle
e piume nella seta che ti avvolge.
Sono e ancora io sono sempre
nelle mie infinite sfumature
anche quando non vuoi, perché,
sono un'anima che si rigenera
in generazioni e generazioni.
Chiamami, chiamami a squarciagola
e ti camminerò accanto,
saprò starti vicino, poiché,
il mio nome è Donna.
Il legno è consumato,
la vernice scrostata:
portone incastonato
in casa abbandonata
in agro desolato
da rovi circondata
dacché quel contadino
cambiò proprio destino.
Ma dietro quel portone
forse sta ancor battendo
il cuore d’un barbone
ch’ancor va difendendo
un’ultima illusione,
l’amor sempre attendendo…
forse è proprio il mio cuore…
batte e trascorre l’ore…
Aspetta una fanciulla
(che temo non esista)
che venga qui nel nulla
seguendo ignota pista
tra fratta e terra brulla
e allieti la mia vista
d’amor desiderosa
cui donerei la rosa.
Non c’è neanche la chiave,
facile resta entrare:
non serve un’astronave
per poter arrivare,
non serve neanche trave
con cui porta sfondare.
Ma non bussa nessuno:
d’amor starò digiuno.
22/09/2023
Nati in talebania
da quale parte saremmo
della barricata?
Nel bronx
… in un tank?
Tra i tralicci
dove si appendono
memorie visive!
Tace il senno del poi
sugli iniqui risvolti
e ci si gratifica, forse
di un essere facile
realizzo estivo
in scontato acquisto.
Nota il trambusto
il maturo abuso
il cambio
delle regole del gioco
tra molle e duro
formaggi a chilometro zero
o sassi
che spaccano i denti
e, non perché sei bello
fracassano anche vite
io …
metterei un dado.
Quando faccio la fila in ospedale
l’infermiera mi chiama col cognome;
quando torno qui nel mondo virtuale
firmo «ioffa», mio arcano soprannome;
quando sono al cospetto di fratelli,
qualche amico e persino dei nipoti
fioccano ipocoristici anche belli
che dal nome non troppo son remoti;
quando parla mia madre invece è certo
ch’il mio nome pronuncia in via corretta
ma se di me parlando a lei avverto
il vocion di mio padre che bacchetta…
allor’io son «chidd’òtru»¹, con lo sdegno
riservato a chi campa da sfigato
e d’un appellativo proprio è indegno.
Anche se il nome è lui che me l’ha dato.
¹: In italiano la traduzione letterale è «quell’altro».
21/09/2023
sulla fresca erba del mattin
colma di fulgente rugiada
confidato nei tuoi verdi occhi,
che brillano di speranza
quando son pieni
di dolci lacrime.
Innocente letto ove stendere
ogni viva emozione
accanto ai tuoi desideri,
integerrimo giardino
dal profumo di pulito
nel tenero dei tuoi primi anni
dove ogni malizia
non è ancora fiorita
intingendola di giallo e viola
quel prato con la mano dell’errore,
dove il rosso delle forti emozioni
stonano profondamente
col chiaro pastello dei tuoi
gentili sentimenti,
quando semplicemente
il tuo motivato sguardo
rivolto nell’azzurro del cielo
contempla tra le avvolgenti braccia
dell’amore di una mamma
che trasognante
non vede altro che
il suo futuro, quel futuro che
attraverso gli occhi di suo figlio,
dolce fanciullo ignaro
attende il suo domani
custodito sotto quel coltre d’amore
che mai il tempo avrà
braccio di baronia
per sgualcire il magico legame
di una madre con suo figlio,
quando ratificato col sigillo
di adorata predilezione.





