I
Quando va spegnendosi il tramonto e più non sento le voci
degli ambulanti di meloni e olive nere
o gli arrotini coi loro altoparlanti
e la girandola del vento più non gira laggiù
sul balcone difronte al mio,
con i bambini che piangono che non vogliono lavarsi
e i vecchi fermi come scacchi, allora
riguardo le parole scritte in giorni come questi
anche se temo che non significano niente, semmai
erano solo i nostri cuori che esplodevano in mille coriandoli
perché le ragazze sorridendo spruzzavano stelle sui nostri petti ancora acerbi
e guardavamo arcipelaghi di nuvole viola nel cielo completamente immobile,
o era più semplicemente la vita con i suoi imballaggi, le valigie, i vestiti mal piegati,
le carte da gioco, gli scatoloni impolverati, le immagini del ricordo.
Ed io non sapevo che la poesia potesse avere cieli d'estate,
andare di corsa nelle pianure rassegnate,
sfruttare il vento nei frutteti per tagliarmi il capo
e scendere come la pioggia mentre tutto si ripara
o scagliarsi come una donna con versi biondi come vino
ed altri silenziosi e solitari come gli anziani sulle panchine dei giardini comunali
che aspettano la morte con i bastoni d'ebano e i cappelli
e le altre parole da mettere in serbo per le stagioni fredde
e l'amore mostruoso, l'odio, il dolore.
II
All'alba, d'improvviso, il treno
entrò nella stazione tra le luci nucleari di fine Ottobre
e tutto sembrava diventare rosso, le unghia rosse, i tetti rossi,
l'uva rossa, anche il sole diventava rosso,
e la tua bocca ancor più rossa.
Da quelle parti incontrai i miei diciannove anni,
seduti con gli occhi di miele e i fianchi stretti come un' ape
mentre il tempo ci veniva addosso come un temporale
e l'addio era già nelle nostre mani rigate come le foglie,
in quello che dicevamo e tenevamo nascosto
e poi la fiducia, la serenità, la paura,
i miti, i nascondigli, i finestrini imperlati dalla pioggia,
le stoviglie in cucina, le conserve d'Agosto, i bazar cinesi,
tu nuda allo specchio che passavi le dita su quel neo
e l'asfalto cocente appena messo sopra le case, le croci della ferrovia,
le pillole e l'anoressia,
i gabbiani che arrivavano alle discariche di provincia
e la neve di quell'anno che la neve qui viene solo sul Vesuvio, allora
pensavo alla grande tristezza delle madri senza figli
o alla tristezza dei cani che dormono sui sacchi di juta
o alla feroce bellezza del mondo che odorava di fica e di sperma
e poi di nuovo il treno all'improvviso,
noi liberi come anime latine
e la città che ci accoglieva con le gambe aperte
e tutti che uscivano come spermatozoi dai convogli
e il tempo correva come gli studenti sotto la pioggia
con i palazzi che diventavano più scuri
e poi innamorarsi di colpo come una porta sbattuta,
con l'addio nei tuoi occhi di farfalla, tra le camicie a righe colorate,
sempre con i tuoi fianchi stretti come un'ape.
III
Da qualche parte in un' altra dimensione
le donne raccoglievano il sangue dei maiali scannati
che fumava davanti ai miei occhi scuri come la terra bagnata
e in Giugno dietro al Santo c'erano i vecchi col bastone,
i bambini con la veste della prima comunione cantavano i "Gloria al Padre"
e tutti si facevano il segno della croce
ed io me ne andavo per i campi
che dal tabacco uscivano i migranti con i guanti e le camicie lunghe
e Settembre ci portava l'uva bianca come i tuoi polsi
che il succo ci colava sulle dita abbronzate dal mare, sui jeans slavati
e poi l'amore disfatto come le lenzuola azzurre dei nostri letti, allora
restavo fermo come le stelle ad ascoltare il murmure amoroso della terra
del tempo tutto che riempie i nostri sonni
e risalivo per le vene del mondo sentendo meno l'amarezza,
disteso come questo filo d'erba fra le tue labbra.
Quando va spegnendosi il tramonto e più non sento le voci
degli ambulanti di meloni e olive nere
o gli arrotini coi loro altoparlanti
e la girandola del vento più non gira laggiù
sul balcone difronte al mio,
con i bambini che piangono che non vogliono lavarsi
e i vecchi fermi come scacchi, allora
riguardo le parole scritte in giorni come questi
anche se temo che non significano niente, semmai
erano solo i nostri cuori che esplodevano in mille coriandoli
perché le ragazze sorridendo spruzzavano stelle sui nostri petti ancora acerbi
e guardavamo arcipelaghi di nuvole viola nel cielo completamente immobile,
o era più semplicemente la vita con i suoi imballaggi, le valigie, i vestiti mal piegati,
le carte da gioco, gli scatoloni impolverati, le immagini del ricordo.
Ed io non sapevo che la poesia potesse avere cieli d'estate,
andare di corsa nelle pianure rassegnate,
sfruttare il vento nei frutteti per tagliarmi il capo
e scendere come la pioggia mentre tutto si ripara
o scagliarsi come una donna con versi biondi come vino
ed altri silenziosi e solitari come gli anziani sulle panchine dei giardini comunali
che aspettano la morte con i bastoni d'ebano e i cappelli
e le altre parole da mettere in serbo per le stagioni fredde
e l'amore mostruoso, l'odio, il dolore.
II
All'alba, d'improvviso, il treno
entrò nella stazione tra le luci nucleari di fine Ottobre
e tutto sembrava diventare rosso, le unghia rosse, i tetti rossi,
l'uva rossa, anche il sole diventava rosso,
e la tua bocca ancor più rossa.
Da quelle parti incontrai i miei diciannove anni,
seduti con gli occhi di miele e i fianchi stretti come un' ape
mentre il tempo ci veniva addosso come un temporale
e l'addio era già nelle nostre mani rigate come le foglie,
in quello che dicevamo e tenevamo nascosto
e poi la fiducia, la serenità, la paura,
i miti, i nascondigli, i finestrini imperlati dalla pioggia,
le stoviglie in cucina, le conserve d'Agosto, i bazar cinesi,
tu nuda allo specchio che passavi le dita su quel neo
e l'asfalto cocente appena messo sopra le case, le croci della ferrovia,
le pillole e l'anoressia,
i gabbiani che arrivavano alle discariche di provincia
e la neve di quell'anno che la neve qui viene solo sul Vesuvio, allora
pensavo alla grande tristezza delle madri senza figli
o alla tristezza dei cani che dormono sui sacchi di juta
o alla feroce bellezza del mondo che odorava di fica e di sperma
e poi di nuovo il treno all'improvviso,
noi liberi come anime latine
e la città che ci accoglieva con le gambe aperte
e tutti che uscivano come spermatozoi dai convogli
e il tempo correva come gli studenti sotto la pioggia
con i palazzi che diventavano più scuri
e poi innamorarsi di colpo come una porta sbattuta,
con l'addio nei tuoi occhi di farfalla, tra le camicie a righe colorate,
sempre con i tuoi fianchi stretti come un'ape.
III
Da qualche parte in un' altra dimensione
le donne raccoglievano il sangue dei maiali scannati
che fumava davanti ai miei occhi scuri come la terra bagnata
e in Giugno dietro al Santo c'erano i vecchi col bastone,
i bambini con la veste della prima comunione cantavano i "Gloria al Padre"
e tutti si facevano il segno della croce
ed io me ne andavo per i campi
che dal tabacco uscivano i migranti con i guanti e le camicie lunghe
e Settembre ci portava l'uva bianca come i tuoi polsi
che il succo ci colava sulle dita abbronzate dal mare, sui jeans slavati
e poi l'amore disfatto come le lenzuola azzurre dei nostri letti, allora
restavo fermo come le stelle ad ascoltare il murmure amoroso della terra
del tempo tutto che riempie i nostri sonni
e risalivo per le vene del mondo sentendo meno l'amarezza,
disteso come questo filo d'erba fra le tue labbra.

Commenti
ECCEZIONALE davvero.
troppo impetuosa forse. Dei periodi più brevi sarebbero più facili da controllare ad esempio, perchè il rischio di sbagliare qualcosa è più
alto con periodi così lunghi. C'è il sapore della modernità nei tuoi versi, qualcosa che non dipende solo dalla giovane età, ma che a che
fare col talento. ciao