«L’aria tersa del crepuscolo
del mostrare sprazzi di perché
era dimentica
e il cielo s’inclinava
come un tavolo senza gambe.»
Come polveri di rosse terre lasciavo andare i pensieri nel vento del pomeriggio cercando specchi nelle pozze d’acqua d’un trascorso temporale.
Le vie fangose, così ruvide nella loro ghiaia vecchia, parevano addormentate fra solitudini dimenticate e carri di legno che in ectoplasmi correvano senza essere trainati.
Il verde olivastro d’alberi morti non esisteva oramai più e, se le tonalità sfumate di gialli e bianchi
parevano ancora ornare i campi, qualche spelacchiato stelo d’erba s’arrampicava verso l’alto abbarbicandosi a tronchi centenari rimasti immobili nel loro finire.
I miei passi avevano suole rese pesanti da umori invernali e nell’incipiente senso di primavera si scuotevano senza riuscirci di fardelli non voluti.
Le gambe parevano curve e instabili e le mani erano scolpite da solchi di linfa antica.
Nello sguardo le ciglia s’appoggiavano al cristallino coprendo i trascorsi e donando aspetti canuti che esaltavano il contrasto interiore dell’anima.
Nei gesti ricamavo dipinti immaginari sugli orizzonti e distinguevo in modo confuso figure conosciute che volevano ancora sopravvivere al tramonto della strada.
Tremante nella mia balbuzie cognitiva saltavo di vita in vita e di tanto in tanto, nell’andare del passo, allungavo le mani cercando di catturare quei quadri d’impressionismo.
Ero forse anch’io una linea di sottile colore ad olio stesa su una tela appesa a disadorno muro,
fra anfratti di povere lasciati nel sonno del tempo.
Avrei potuto mai vedermi in quel quadro?
Un uomo solo nel rupestre divenire d’un tramonto…
Me ne andavo così, fra le mie anime, felice d’un giorno vissuto e mai passato perché quando la vita intinge il pennello nei colori mai svaniscono del tutto e io, seppur etereo, ero parte di quella ancestrale composizione.
«Parlami ancora dei marittimi declivi,
dell’onde fragili che amavano morire
senza aver mai vissuto,
dei viali fra margherite ed erbe
fluttuanti anch’esse ai venti bizzosi dell’Oriente.
Parlami e t’ascolterò
perché ancora qualche sprazzo di colore
attende d’esser steso»
del mostrare sprazzi di perché
era dimentica
e il cielo s’inclinava
come un tavolo senza gambe.»
Come polveri di rosse terre lasciavo andare i pensieri nel vento del pomeriggio cercando specchi nelle pozze d’acqua d’un trascorso temporale.
Le vie fangose, così ruvide nella loro ghiaia vecchia, parevano addormentate fra solitudini dimenticate e carri di legno che in ectoplasmi correvano senza essere trainati.
Il verde olivastro d’alberi morti non esisteva oramai più e, se le tonalità sfumate di gialli e bianchi
parevano ancora ornare i campi, qualche spelacchiato stelo d’erba s’arrampicava verso l’alto abbarbicandosi a tronchi centenari rimasti immobili nel loro finire.
I miei passi avevano suole rese pesanti da umori invernali e nell’incipiente senso di primavera si scuotevano senza riuscirci di fardelli non voluti.
Le gambe parevano curve e instabili e le mani erano scolpite da solchi di linfa antica.
Nello sguardo le ciglia s’appoggiavano al cristallino coprendo i trascorsi e donando aspetti canuti che esaltavano il contrasto interiore dell’anima.
Nei gesti ricamavo dipinti immaginari sugli orizzonti e distinguevo in modo confuso figure conosciute che volevano ancora sopravvivere al tramonto della strada.
Tremante nella mia balbuzie cognitiva saltavo di vita in vita e di tanto in tanto, nell’andare del passo, allungavo le mani cercando di catturare quei quadri d’impressionismo.
Ero forse anch’io una linea di sottile colore ad olio stesa su una tela appesa a disadorno muro,
fra anfratti di povere lasciati nel sonno del tempo.
Avrei potuto mai vedermi in quel quadro?
Un uomo solo nel rupestre divenire d’un tramonto…
Me ne andavo così, fra le mie anime, felice d’un giorno vissuto e mai passato perché quando la vita intinge il pennello nei colori mai svaniscono del tutto e io, seppur etereo, ero parte di quella ancestrale composizione.
«Parlami ancora dei marittimi declivi,
dell’onde fragili che amavano morire
senza aver mai vissuto,
dei viali fra margherite ed erbe
fluttuanti anch’esse ai venti bizzosi dell’Oriente.
Parlami e t’ascolterò
perché ancora qualche sprazzo di colore
attende d’esser steso»

Commenti
Buona serata, Genè!