Cerco in te
Quello che c’è
Cerco nel mondo quello che è
Quello che sa
solo di te
E cercherò
Oltre chi sa
Se quella meta
Sa Dove sarà
Quello che
Sa solo di te
E pure che
Non sia di te
Ma son ricordi di sale
Su te
Ma non so che
Cosa è
Ma so solo che
il mondo appartiene a te
Per me
Crescerò con la mente per sollevare aridi pensieri stravolgendo cellule danneggiate dal tempo.
Lascerò le mie stanze vuote nel silenzio dei mie passi dove potranno correre pensieri portando via linfa per questa mente che non sa mentirmi.
Sono pensieri a sollevare il morale mentre il nostro corpo avanzando nel tempo ascolta le sue parole
di solitudine.
Tace il tempo
e sera si fa
le nostre parole arrivano
e malumori si placano
al sol
guardandoci nel dubbio
degli anni
giorni
sprecati
soffocando nelle voci
che non sentivamo più
alle fermate del tram
dei nostri passi
che si allontanavano
e la pioggia
cadeva
su di noi
in una pagina
chiusa
cercando la luce
un'idea
per zittire l'eco
rumoroso
dalle persiane
socchiuse
In un pomeriggio uggioso
avvolto nell’oblio
di un recondito nascondiglio
mi ritrovo in modo repentino
sotto un cielo terso.
Circondato da un’accozzaglia
e da un infinito ciarpame umano,
continuo a blaterare in modo becero
al pari di colui che brama la vittoria della disputa
come panacea del nefando periodo.
Da zotico agiato, con abile stratagemma,
in modo furtivo mi trasformo
nel cocciuto artefice del mio destino
assaporando ebbro di gloria
il ghiotto boccone dell’amara vittoria,
Che con sagace eloquio riesco ad ingollare
ormai madido di sudore
al culmine dell’arduo compito.
La mia indole mi porta spesso ad agognare
ogni venale risorsa in un bailamme di pensieri
trasformandomi in un bislacco e ceruleo manichino
duttile e intonso, che con passo blando
e linguaggio forbito trasforma ogni cavillo
In un ineffabile abominio.
La vaghezza della mia idea si trasforma
in un tedio ghiribizzo
riportandomi in un luogo ameno e angusto,
ma consono,un luogo dove potrò vessare
le mie emozioni, con la flebile speranza
di svegliare la mia coscienza
in un mondo meglio di così
senza quella caterva di personaggi
che con dovizia di particolari
vogliono farci credere
a tutta un’altra storia
Una scultura in legno
perfetta nelle fattezze umane
Tanta grazia nel coltello di un artista
quasi a farla sembrare vera.
Ma quei fili padroni la sorreggono
dirigendo i movimenti un po’ sconnessi.
Non ha cuore la meschina né un’anima.
Unico scopo della sua futile esistenza:
divertire uno stuolo di bimbi attenti.
La sua lirica decantata dal puparo
sembra vuota, manovrata non da lei,
ma se in fondo avesse un cuore,
se avesse un’anima, cosa penserebbe
di questa triste schiavitù ridanciana?
Ora immobile davanti ad uno specchio
appiccata ad un chiodo nell’attesa
di una nuova commediola forzata.
Ma qualcosa nel suo vuoto volto si muove
e il riflesso sullo specchio sembra vivo.
La sua voce di legno lancia un grido
alla razza che lei chiama umana
e le dice infelice… “gente viva”
perché mai sorridete dei miei gesti?
Perché forse non son da me dettati?
Perché un sordido padrone mi guida
a sua voglia rendendomi spesso oggetto
dello scherno del pubblico sovrano?
Or vi dico una cosa e rammentatela:
guardandovi a questo specchio, non vedete
che le corde mie prigioni sono uguali
a quei fili invisibili che legano i vostri ignari polsi?
Non siete pur sempre marionette anche voi
di qualcuno che vi guida inesorabilmente?
Che vi imprigiona a suo folle volere?
Un’unica grande differenza ci separa
Io non ho un’anima e voi si! Ed allora
spiegatemi signori, chi è più pupo tra i due
la sottoscritta di legno manufatta
o voi poveri meschini con il cuore?
Amore fonte di vita e odio morte dell’anima
Il giorno e la notte si inseguono e si incontrano in una linea invisibile
L’umiltà che onora l’uomo e l’arroganza che lo degrada
La bontà ti rende fratello e l’egoismo ti isola dal mondo
A volte si cerca un equilibrio nella vita
A volte l’equilibrio opprime la libertà
Quante volte ci siamo chiesti cosa è il bene e cosa è il male
C’è un’unica risposta a tutto questo
Vivere la vita come un bene prezioso
Stazione Leningradsky
Poi betulle infinite
Nubi pesanti
Laghi d'acciaio
fiumi e paludi di piombo
Le ore si tuffano dentro un tramonto
di pianure senza orizzonti
Stazioni intermedie
Orologi senza quadrante Nessun calendario
Fantasmi di donne per pochi kopecki
vendono miele mirtilli frutti del bosco e tè caldo
Case di legno ed orti inventati
incastrati tra tronchi d'argento
Alto Medioevo che torna
col fascino di un colpo d'ala di falco
Col dolore di un colpo di frusta nel cuore
Quarta stazione Moskovsky
E' San Pietroburgo
Nuova era
E' una lunga corsia
grigia,
pulita,
semibuia,
contornata di grida,
lamenti.
Le bende
negli occhi,
nel corpo.
Mille sguardi protesi...
la speranza
incominciata,
finita.
Il viso assente
il mio viso presente
guardano.
Uno stadio affollato,
vari colori
grida incontrollate.
Dalla radio si diffonde
la nota della vita.
Qui,
in questo luogo,
dove forse
ognuno di noi dovrà arrivare,
sento il cuore fremere
e vorrei
che non fosse il fremito
per una scena di amore,
per una carezza ad un bimbo,
per un brivido su una strada,
per il denaro giocato,
ma per questo viso
così pieno di amore
che vorrebbe dare...
viso di sofferenza...
le stelle si accendono
una dopo l'altra,
giocano con l'oscurità la sera
in ogni sera,
di ogni giorno,
giorno...
quei visi
in quella lunga corsia,
vedono le coppie nelle strade...
innamorate... si guardano,
si dicono dolci parole,
e le stelle danzano
in quella dolce melodia,
ma quei visi,
in quella lunga corsia
non riescono a percepire
la dolcezza dei quel loro amore.
Hai fatto di me un niente
Mi hai tolto la mente
la bellezza della mia persona
Non ho più parole
Non so più che dire
uomo insensibile
e io donna stupida,
legata, ingarbugliata e vuota
che sono diventata
La mia mente svuotata
non sa più che dire
Rimango esterrefatta
e sempre incredula
..... come mi hai chiamata ieri
e così mi stai trattando
e io,
soggiogata, te lo lascio fare.
Niente più orgoglio
niente più amor proprio
Senza più parole nella mia mente...
Vibra l'emozione
quando mi sei accanto
mi sembra di volare
annientare risvolti inaspettati
non facili da portare
pensando a quel lettino
che ospita boccoli neri
stanchi, di ritrovarsi, chiusi
ad aspettare, sentenze
non gravi
ma che emettono ansiosi respiri
travolti dagli intrusi
lingue impulsive
curiose di vegliare l'andamento
di una stanchezza
che cerca soluzioni
girando
abbracciandosi a me
come una figlia
e una madre
che controlla
la notte
piccina
Rido,
mostrando rughe mai viste,
ascoltando il vento, inseguire
le prigioni del tempo.
Rido,
dei sapori e dissapori
posti, sul baratro della pazzia
seduto su ali d’argento.
Rido,
dei Saggi e dei Poeti
che, pensano di mutare il mondo
con lacrime d’inchiostro.
Rido,
sgomento e solitario,
stanco di battaglie perse,
con un Dio, all’apparenza distante,
- CHE PIANGE -.
E siamo cresciuti cosi
con la voglia di avere quello che
ci spetta
poi siamo stati scaricati via
come sacchi ingombranti
da sgombero.
E siamo cresciuti cosi
con la testa piena di canzoni
con amare verità da non svelare
con ricordi a volte da cullare.
Siamo cresciuti cosi
con le scritte sui muri del quartiere
a sentire mille cantilene
della durezza della vita.
Siamo cresciuti cosi
come se fosse un sogno
dipinto d'amore
e poi accorgersi che chi
parlava era solo il tuo cuore.
Siamo crescuti cosi
con quella scritta rude su quel muro:
"In tanti ci han visto nascere
nessuno ci vedrà morire"
noi che lottiamo a muso duro
scoprivo la sua comprensione
il suo malumore
che si abbassava
e capiva l'errore
commesso
ritirandosi nei suoi svaghi
preferiti
coltivati con passione
e riflessione
chiusa nel cuore
custode di timori
che scavano la sua vita
il suo passato
ancora presente
spesso cercato
nella sua malinconia






