- Se ti è dato in grazia giungere alla stagione
- in cui il domani è più breve del passato,
- rallenta il passo.
- Muta lo sguardo,
- accogli il mondo attorno a te:
- respira il buio a palpebre serrate,
- sfiora qualsiasi cosa con l’anima e le mani.
- Ascolta ogni battito che ti resta,
- e ama, senza tenere il conto.
- Consegna al fiume la tua ascia di guerra.
- E poi sorridi, colmo di gratitudine,
- alla fatica silenziosa delle piccole foglie,
- agli occhi chiari dei nonni,
- alle fusa calde del gatto,
- al peso leggero degli zaini di scuola.
- Sii grato alla pazienza dei tranvieri,
- al gheriglio segreto della noce,
- al cigolio delle altalene,
- e al ferro antico del vomere.
- Affidati al cerchio del cielo
- e alla terra,
- che già si prepara a custodire la tua luce.
sono in programma grandi accadimenti
di risa e pianti e non è mai finita
prosa o lirica, musica o balletto
di cui pathos e arte sono gli accenti
per così stimolare l'imtelletto.
Mentre svolge la vita sulla scena
Bene e Male braman egemonia
com'in mortal esistenza terrena
così tutto diventa più realistico
quando s'innalza lì dal Golfo Mistico
la soave e di luce Sinfonia!
di cui il mare ne lambisce i contorni
e dove l'eco di corse affannate
festosa resta degli ultimi giorni.
Settembre adesso ne riporta i ricordi,
la battigia riconquista i suoi spazî,
i naturali, stagionali trasbordi,
le spiagge libere senza più dazî
e lasciarsi trasportare dal vento,
come foglia che si stacca dal ramo,
Autunno avvolge nel suo incantamento,
dell'alma seguire il dolce richiamo
che ancor propone le stesse domande,
quando si sente la Vita sfuggire
di far parte d'un Mistero più grande
che intelletto non riesce a capire.
Persi nel vento che spira sul mare
e stupirsi di quel che c'è intorno a noi:
un grande cuore per poter amare,
per stilar versi, dei vasti scrittoî!
- Alcuni attimi sono così pieni
- da esaudire i bisogni di una vita,
- ma anche così effimeri
- da lasciare voragini ancora più grandi.
- E così sono grato all’impermanenza:
- fa di uno sguardo, di una voce,
- di un abbraccio, di un grido,
- di un pensiero,
- di un bacio… un volo.
- Maledetto
Si lacerano i riflessi del Gauro,
mentre attingi all’amara sorgente
e intarsia il sole la chioma del lauro.
Esiziale veleno e nepente
la vita instilla. A te i canti,
che in lacrime di fiele dal labbro
gocciano, gli esuli suoni spanti
nell’impassibile nulla. A te, fabbro
di una fortuna non tua, la pena
di conoscersi straniero, nemico
della folla, amica dell’ipocrisia.
Inerme il gelido vero t’incatena
a sdegnosi silenzî. Nell’intrico
per te forse non esiste una via.
13-09-2026
EE
:-(
non pretende
non cerca applausi
in piazze affollate
ma cammina piano
e si interroga
sulle proprie certezze
Riconosce il peso
di ogni parola
esige misura e distanza
accetta il dubbio
respinge il rancore
e non alza barriere
Sa che il dettaglio
in particolare
può trasformare l'errore in saggezza
bolle di sapone:
non hanno vita lunga e spesso
durano poco più di un respiro.
Quando si gonfiano, baldanzose,
volano leggere verso l'alto,
sembra che vogliano andare
chissà dove,
inseguendo un cielo tutto loro.
Sollevandosi nella luce,
mostrano riflessi trasparenti,
iridescenti colori
che sembrano racchiudere
un piccolo mondo.
Diventano più belle
quando, unite ad altre bolle,
creano immagini colorate
e catturano, come fotografie,
tutto ciò che le circonda:
un albero,
l'azzurro del cielo,
i bianchi petali di una margherita.
Così è la vita:
bella, luminosa, fragile.
Una bolla di sapone
può scoppiare all'improvviso
e dissolversi nell'aria.
E di essa non rimane nulla,
se non un breve riverbero
di colori e di luce,
un ricordo trasparente,
un ultimo, fragile frammento
di felicità.
L’amore si veste d’armatura
che spesso non conosce misura.
Dona tempo.
Dona respiro.
Dona ciò che non possiede.
E se questo fuoco
che brucia ed arde
cessa,
nelle ceneri fredde senza calore
la sofferenza dimora.
Rimanere adesso
tra le polveri
è come abitare
nel tepore dell’abitudine
e nel ricordo di quella voce.
Andare, fuggire, volare
oltre il cielo,
dove l’unico suono è quello delle ali
che fendono l’aria,
e ancor morire.
Il pensiero
non conosce sentenze.
Gli anni
alzano il muro.
La stanchezza
lo rende alto,
duro,
insormontabile.
Ricominciare è
chiedere forza
a chi ha dato tutto
nel suo tempo.
Eppure
qualcosa rimane.
Non un’arma.
Non la voglia
di vincere.
Solo lo scudo
dell’amor proprio,
a difendere quel poco,
o tanto, di vita
che ancora ci appartiene.
Ma se un giorno
le mani potranno fermarsi,
vorrei guardarle
senza rimprovero.
Sapendo che,
non è stata la paura del silenzio
a scegliere
per me.
si fa strada e nasce..
Una poesia
sul libro del poeta.
Un quadro
sulla tela del pittore.
Un’idea
alla mensa dell’inventore.
Un motivo
sulle corde del violino.
In una pausa del tempo
tutto nasce..
nella mente del Creatore.
Ho confessato i miei errori
e tu ne hai forgiato catene.
Per anni ho chinato il capo
sopra colpe già scontate,
portando anche quelle
senza il mio nome.
Chiamavo amore
quel continuo espiare.
Poi il tempo accese il vero
e vidi il tuo tribunale
eretto sul fango
delle tue menzogne.
Le mie colpe restano mie.
Non le rinnego.
Il mio errore
fu lasciarti la chiave.
Il tuo,
credere che la mia colpa
potesse lavare
il tuo inconfessato.
Eravamo in due,
ma uno soltanto
confessava il fango.
Ora la chiave è mia.
Le mie colpe
le ho portate via.
Le tue
resteranno nel fango,
dove ancora
nascondi il tuo nome.
avanzi ch’ancor narrano emozioni
ch’or sembrano soltanto rami spogli
nella più triste delle mie stagioni.
Non si rinnoverà una primavera,
ché l’ultima stagione sto vivendo
e s’avvicina l’ultima frontiera
di quel viaggio ineffabile e stupendo
d’itinerario forse ineluttabile,
così come la nascita e la morte,
del qual non so quant’io sia responsabile
ch’io sempre m’adattai alla mia sorte.
E pure se la vita m’ha appagato
vorrei sfidar quei critici momenti
che all’ultimo destino m’han portato
laddove altri destini si son spenti,
e assister a infinite narrazioni
alzati i miei sipari a nuove scene,
io spettator dai vecchi miei loggioni
ov’or quanto vissuto mi contiene.
Tiranna è libertà nell’esistenza
ch’è illusorio guidar la propria vita,
nè sento una fatale Provvidenza:
caso e necessità fan la partita.
Di libertà fu inconscia la finzione,
mi resi tëatrante e improvvisai
la parte mia, ma in ogni situazione
su ignoto canovaccio recitai.
Pur l’ubrïaco libero si crede
perché ancora altro vino intende bere,
ma ignora donde vien cotanta fede:
è l’ebbrezza che guida il suo volere. (*)
(*):“L’uomo è come l’ubriaco, che crede di essere libero perché vuole il vino, ma non sa di volere il vino perché è ubriaco” (B. Spinoza)
l’avvicendarsi di giorni,
l’intreccio di voci e amici,
cose che non ritornano.
Greche col lapis su taccuini
dimenticati in un cassetto.
Istanti trascurabili,
eppure decisivi.
Solchi di luce
incisi sulla battigia
dalle lacrime delle stelle -
subito cancellati.
07-28-20!!!
cerco un po' di frescura,
ascolto la risacca
mi cullo al dolce suono.
Sopra un tappeto erboso
si placa l'andatura
del battito che spacca
il petto come un tuono
così, tra mente e cuore,
s'affollano Presenze:
immagini e profumi
di tempi ormai lontani
Tra i crini sempre un fiore (*)
portavo e quelle essenze
del mondo, ormai in frantumi,
già piccolo artigiano!
Nei cannoni sol serre
di color sognavamo
di là delle apparenze,
dialogo su ogni cosa.
Tutti contro le guerre
in piazza scendevamo
per fermar le Potenze:
Gioventù strepitosa!
Titolo: RI-CORDI = Ritorno al Cuore.
Note: (*) si parla del movimento Hippy. Lo slogan era: "Mettete dei fiori nei vostri cannoni" mobilitazione mondiale per porre fine alla guerra nel Vietnam e costruire un mondo migliore...(sigh)
La notte trattiene il fiato.
Mi perdo nel fumo delle sigarette,
nel lieve oblio di un bicchiere,
mentre il silenzio
allenta i confini delle cose.
Le ore tacciono
e mi prestano pensieri
che non sapevo di avere.
Qualcosa si muove nell'ombra,
cerca una forma,
sfiora la soglia di una poesia.
Mi addormento davanti a un foglio bianco,
con parole ancora calde,
incompiute.
Al risveglio raccolgo frammenti:
una frase,
un nome,
un ricordo che resiste,
un lume spento
che continua a fare luce.
La confusione mi attraversa.
Scrivo.
Non per capire,
ma per inseguire ciò che fugge.
Non per spiegare,
ma per dare voce
a ciò che non sa parlare.
Forse ogni poesia
nasce così,
da un disordine di cenere,
da una ferita che cerca un nome,
da una domanda
che non ha mai trovato risposta.
E io continuo a cercare,
come chi tiene tra le mani
pezzi sparsi di una mappa bruciata
inseguendo una poesia vera.







