La chiamano odissea, le sirene che vedi dal barcone

sono i lustrini di un reality o le vetrine di un negozio

di Armani. C’è il mare che sembra un tavolo di biliardo

e lo scirocco che ti porti da casa, nascosto nelle tasche

dei calzoni strappati. L’approdo è nell’isola degli aranci,

Nettuno sta sorseggiando il caffè, per gli slanci

di Venere devi aspettare un tempo di burrasche

e stelle cadenti. Il vuoto che senti è in fondo

allo stomaco, il cuore è presente, il dazio

da pagare ne sei cosciente, è una nuova prigione.



Circe già la conosci, l’hai vista all’opera ogni giorno

della tua vita nella terra del sole infuocato

l’incantesimo non è rotto e non lo sarà nemmeno

dopo lo sbarco nella terra dei vulcani dolenti.

Eppure questa specie imperfetta di animali

col dono della parola, pur in vite da squali

conosce il profumo di libertà degli amanti

felici. C’è il riscatto da inseguire, dal treno

il salto in corsa è rischioso, forse sarà perdonato

ai coraggiosi, ma già bruciano le fiamme dell’inferno. 
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