Il tepore del fuoco

si adagia,

imbarazzato

sulle tue forme.

Il principio della vita

che scaturisce da tale

tempra mondatrice

ora così in te dorme.

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Profilo Autore: Mirko D. Mastro  

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Nei respiri cauti del vento
i miei silenzi abbracci
Gelide lacrime asciughi
e fra i solchi del tempo
irradi la tua luce
Mentre il curvo inverno
s'arrende lentamente al tepore
Ancor non so
se correre senza ali
o stender tra gli aridi rami il cuore
Infinitamente mi manchi
ed Eternamente ti amo!


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Profilo Autore: Maria Rosa Cugudda  

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T’amo d’un amor cortese

che nacque dallo sguardo

d’una creatura indefinita.

Amo quel tuo riguardo

e la grazia del tuo volto.

Emana in te purezza

e candore ogni cosa.

E amo cotanta bellezza.

Incrociando le altrui facondia

ci percepimmo a vicenda,

e generasti in me una felicità

di cui giammai farò ammenda.

Rivolgermi i tuoi lessemi fu

bastante per riscaldare d’amor

platonico questo frusto cuore.

Anelei, semmai l’alea largisse

un incontro, alla sola tua anima.

Parola d’impostore.

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Profilo Autore: Mirko D. Mastro  

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Mi piace pensare

che questo poeta

garzone al mastro

possa cadere

in errore, anzi debba

nel parlare maldestro.

Che quando si ama

non si sbaglia mai

e se l’amore è sano,

non può che restare

pulito come la tua

pelle color del grano.

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Profilo Autore: Mirko D. Mastro  

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Ieri sera mi sentivo così stanco

che ho pensato

di affidarmi a un pediluvio.

L’acqua calda e il sale,

e un decotto di fiori

di camomilla con il loro effluvio

hanno innescato un volo pindarico.

Due petali bianchi e una barchetta

di carta in un impluvio.

In quella pura e libera divagazione

in un’entità che ti somiglia, suoni

alla mia porta in un profluvio

di lacrime; e ti fidi di me.

Insieme, solo tu ed io,

come due linee di compluvio.

E una barca a vela, al largo da tutti.

Nella mia sana alterazione deviante.

Fuori, intanto, il diluvio. 

Guardo lo spioncello dallo spioncino.

Una sana alterazione destabilizzante.

Come il croscio dal displuvio.

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Con questo cuore che non mi appartiene,

al tamburellare appena palpabile

della pioggerellina leggera nelle notti

d’estate, i nostri giochi sotto le lenzuola

succede che siano fantasmi della mia mente.

I fantasmi di un cuore che non m’appartiene

nelle sere d’inverno al crepitio del camino

a scaldarci al soffio delle nostre anime,

succede che continuino ad abitare

le mie stanze più segrete abusivamente.

Poi succede che questo cuore che oramai

non mi appartiene  ti creda forte, volitiva,

caparbia, aggressiva… succede che ti chieda

col fiato corto il perché di un tuo abbandono.

In un’altra vita forse sarei più presente.

Magari in un’altra vita… ma in questa

nessuno sa, nessuno che ti sappia ascoltare…

Ci accompagnano domande insolute,

viaggiano con noi, restano nell'aria, nel cuore.

Se avessimo le risposte, sarebbe sufficiente!?

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Profilo Autore: Mirko D. Mastro  

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Le coste frastagliate sotto i tuoi

piedi scalzi, bagnati dalle piscine

naturali scavate nel tufo chiaro dal

vento e dal mare, fanno da stelo ai

tuoi rami di ginestra sottile e delicata.

Adagiata nelle acque, le calette lungo

i tuoi fianchi fanno sì che i miei sensi

come le sporgenze muoiano nel mare.

Nelle grotte tue più intime siede la

poetessa sulla riva di fondali sabbiosi.

Riposi, e riverberi un caleidoscopio di

luci e colori su anime di roccia friabile.

Emozioni, parole che urtiamo nel corso

della vita: a volte compare qualcuno

nei nostri pensieri, e intanto il tempo…

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Sguainerei la spada

e brandirei lo scudo

se solo me lo chiedessi,

mia Signora

a protezione di quella

collina per lasciarti

sognare e guardare i

papaveri ancora, ancora.

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Che adducano pure che nelle vene

mi strisci una peccaminosa miscela!

Costoro non sanno che in Principio

nell’Elisio condividemmo la mela…

Mi additeranno come una volgare

tentata usurpazione, ma non hanno

notizia che per guardare le tue mani

tessere, di giorno mi apprestavo

a salpare e la notte disfacevo la vela.

O di quando trascorsi quasi tutta

la vita ad apprendere da Cèzanne

e Degas per ritrarti appropriatamente,

e di te lieta di mettere a nudo il tuo

mero spirito su ciascuna mia tela.

In quest’ultima nostra trasmigrazione

qualcosa andò storta, e mi risvegliai

nell’animo di un rapsodo, come fossi

una blatta alla mercè dell’aracnide

intrappolata nei fili di una ragnatela.

Tu fautrice di un’altra storia d’amore.

Che mi definiscano pure un mendico

sordido e vagabondo sardanapalesco!

Continuerò nell'inana ricerca di te,

in pieno giorno con accesa una candela.

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Quanto è turgida la mia anima

da che indugiai su te per caso,

che non a caso mi fai vibrare

l’anima come di sera ad occaso.

Bella che la luce fievole

dell’alba tituba

sui tuoi occhi, commossa.

Che basta guardarli per asserire

che siamo circondati

da angeli di carne e di ossa.

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Accudirò il rimessiticcio

del virgulto

come il sacerdote la domenica

fa con l’acerra.

Poi attenderò che arrivi,

fidente nel tuo indulto

per aver pur solo osato mirarti.

Con le mani fatte di terra.

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Mi scorri sotto la pelle

come l’inchiostro nei tuoi versi.

Sempre discreto.

Se mi appartenessero i tuoi

pensieri, non lascerei finissero

con la polvere sotto un tappeto.

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Ai Vespri della sera

ti so nella cappella.

Da dietro il bavero

seduto sull’abetella

guardo il sole fare

l’amore con la luna,

e poi congedarsi con

la fretta opportuna

per non arrischiare ad

un tratto d’avvamparla.

E vedo la luna morir di

freddo, senza scaldarla.

Rincasando ti ritroverò

seduta su righi vecchi,

dove ti rileggerò da

dietro confusi cernecchi.

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Torna a trovarmi

sui miei righi di tanto in tanto.

Dobbiamo tutti qualcosa a qualcuno,

io mi sentivo invitto con te accanto.

Persino il fascino della luna

è schiavo di un riverbero.

Ogni notte ti cerco,

nascosto come un tubero,

su Tristano 2.0@luna o l’altra.

Credevano che la luna calante,

Gli Arturiani secondo Elaine,

come me con te oramai distante

e come l’amore fosse vulnerabile.

Stanotte di falce di luna caracollante.

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Quando vedrai la luna

circondata da un alone

ricorda che da qualche

parte con il suo aquilone

Di fronte a righi di nuvole

incede con passo garbato

un uomo, in quel chiarore.

Solo, col capo abbassato.

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