i miei silenzi abbracci
e fra i solchi del tempo
irradi la tua luce
s'arrende lentamente al tepore
se correre senza ali
o stender tra gli aridi rami il cuore
ed Eternamente ti amo!
T’amo d’un amor cortese
che nacque dallo sguardo
d’una creatura indefinita.
Amo quel tuo riguardo
e la grazia del tuo volto.
Emana in te purezza
e candore ogni cosa.
E amo cotanta bellezza.
Incrociando le altrui facondia
ci percepimmo a vicenda,
e generasti in me una felicità
di cui giammai farò ammenda.
Rivolgermi i tuoi lessemi fu
bastante per riscaldare d’amor
platonico questo frusto cuore.
Anelei, semmai l’alea largisse
un incontro, alla sola tua anima.
Parola d’impostore.
Mi piace pensare
che questo poeta
garzone al mastro
possa cadere
in errore, anzi debba
nel parlare maldestro.
Che quando si ama
non si sbaglia mai
e se l’amore è sano,
non può che restare
pulito come la tua
pelle color del grano.
Ieri sera mi sentivo così stanco
che ho pensato
di affidarmi a un pediluvio.
L’acqua calda e il sale,
e un decotto di fiori
di camomilla con il loro effluvio
hanno innescato un volo pindarico.
Due petali bianchi e una barchetta
di carta in un impluvio.
In quella pura e libera divagazione
in un’entità che ti somiglia, suoni
alla mia porta in un profluvio
di lacrime; e ti fidi di me.
Insieme, solo tu ed io,
come due linee di compluvio.
E una barca a vela, al largo da tutti.
Nella mia sana alterazione deviante.
Fuori, intanto, il diluvio.
Guardo lo spioncello dallo spioncino.
Una sana alterazione destabilizzante.
Come il croscio dal displuvio.
Con questo cuore che non mi appartiene,
al tamburellare appena palpabile
della pioggerellina leggera nelle notti
d’estate, i nostri giochi sotto le lenzuola
succede che siano fantasmi della mia mente.
I fantasmi di un cuore che non m’appartiene
nelle sere d’inverno al crepitio del camino
a scaldarci al soffio delle nostre anime,
succede che continuino ad abitare
le mie stanze più segrete abusivamente.
Poi succede che questo cuore che oramai
non mi appartiene ti creda forte, volitiva,
caparbia, aggressiva… succede che ti chieda
col fiato corto il perché di un tuo abbandono.
In un’altra vita forse sarei più presente.
Magari in un’altra vita… ma in questa
nessuno sa, nessuno che ti sappia ascoltare…
Ci accompagnano domande insolute,
viaggiano con noi, restano nell'aria, nel cuore.
Se avessimo le risposte, sarebbe sufficiente!?
Le coste frastagliate sotto i tuoi
piedi scalzi, bagnati dalle piscine
naturali scavate nel tufo chiaro dal
vento e dal mare, fanno da stelo ai
tuoi rami di ginestra sottile e delicata.
Adagiata nelle acque, le calette lungo
i tuoi fianchi fanno sì che i miei sensi
come le sporgenze muoiano nel mare.
Nelle grotte tue più intime siede la
poetessa sulla riva di fondali sabbiosi.
Riposi, e riverberi un caleidoscopio di
luci e colori su anime di roccia friabile.
Emozioni, parole che urtiamo nel corso
della vita: a volte compare qualcuno
nei nostri pensieri, e intanto il tempo…
Che adducano pure che nelle vene
mi strisci una peccaminosa miscela!
Costoro non sanno che in Principio
nell’Elisio condividemmo la mela…
Mi additeranno come una volgare
tentata usurpazione, ma non hanno
notizia che per guardare le tue mani
tessere, di giorno mi apprestavo
a salpare e la notte disfacevo la vela.
O di quando trascorsi quasi tutta
la vita ad apprendere da Cèzanne
e Degas per ritrarti appropriatamente,
e di te lieta di mettere a nudo il tuo
mero spirito su ciascuna mia tela.
In quest’ultima nostra trasmigrazione
qualcosa andò storta, e mi risvegliai
nell’animo di un rapsodo, come fossi
una blatta alla mercè dell’aracnide
intrappolata nei fili di una ragnatela.
Tu fautrice di un’altra storia d’amore.
Che mi definiscano pure un mendico
sordido e vagabondo sardanapalesco!
Continuerò nell'inana ricerca di te,
in pieno giorno con accesa una candela.
Quanto è turgida la mia anima
da che indugiai su te per caso,
che non a caso mi fai vibrare
l’anima come di sera ad occaso.
Bella che la luce fievole
dell’alba tituba
sui tuoi occhi, commossa.
Che basta guardarli per asserire
che siamo circondati
da angeli di carne e di ossa.
Ai Vespri della sera
ti so nella cappella.
Da dietro il bavero
seduto sull’abetella
guardo il sole fare
l’amore con la luna,
e poi congedarsi con
la fretta opportuna
per non arrischiare ad
un tratto d’avvamparla.
E vedo la luna morir di
freddo, senza scaldarla.
Rincasando ti ritroverò
seduta su righi vecchi,
dove ti rileggerò da
dietro confusi cernecchi.
Torna a trovarmi
sui miei righi di tanto in tanto.
Dobbiamo tutti qualcosa a qualcuno,
io mi sentivo invitto con te accanto.
Persino il fascino della luna
è schiavo di un riverbero.
Ogni notte ti cerco,
nascosto come un tubero,
su Tristano 2.0@luna o l’altra.
Credevano che la luna calante,
Gli Arturiani secondo Elaine,
come me con te oramai distante
e come l’amore fosse vulnerabile.
Stanotte di falce di luna caracollante.

