Un’altra settimana giunse al termine. Lunghi, vuoti e insignificanti i giorni scorsero rapidi sotto gli occhi di Luca. Ebbe finalmente l’occasione di dare inizio alla sua ricerca, esplorando ogni centimetro quadrato di quel territorio. Con immenso rammarico non trovò nulla : poche persone occupavano le spiagge e i ristoranti erano frequentati da gente in età avanzata. Durante le esplorazioni notturne si munì di un coltello a scopo di difendersi da eventuali personaggi scomodi, ma che fortunatamente non ebbe ancora occasione di usare. Con il buio, il Ticino si trasformava in una oscura ed immensa giungla  : oltre i richiami degli animali e al suono delle fronde mosse dal vento, a volte udiva voci provenire da lontano appartenenti a comitive di amici (palesemente ubriachi) o a qualche coppia in cerca di intimità.

Nemmeno una traccia di Margot o della sua combriccola. Raccogliendo nella mente le informazioni estorte a Maurino, gli venne da domandarsi in quanti potevano essere. Fisicamente conosceva solamente Cèline e appunto Margot; magari qualcuno del “gruppo” gli era passato sotto il naso senza che se ne accorgesse. Decifrò subito dopo che era impossibile : certa gente risulta talmente orgogliosa del proprio marchio che la si distingue nella massa ad occhi chiusi.  Un filo di scoraggio incominciò a farsi sentire, ma non avrebbe mollato per niente al mondo; sarebbe andato fino in fondo a costo di impiegare una vita intera.

Al giornale disse che si era buscato una noiosa polmonite; con il Dr. Giorgetti era abbastanza in confidenza da farsi fare un certificato di una settimana. Si isolò dal mondo : non vedeva Elena e Federico da due settimane; rispondeva alle chiamate di mamma dicendo che il lavoro andava a gonfie vele;  gli auguri di pronta guarigione da parte di Laura gli fecero piacere, ma espose i ringraziamenti sempre con un certo distacco.    

Trovò un vecchio cellulare nella credenza in salotto : era il telefono regalato a papà che, per via del suo pessimo rapporto con la tecnologia, usò raramente. Così, con poco entusiasmo, acquistò una nuova scheda comunicando il numero ai colleghi del giornale e ai suoi pochi contatti. Non ebbe tempo di  scegliere un nuovo modello : giochi, applicazioni e quant’altro di diabolico e superfluo non rientravano nei suoi interessi.

All’ora di pranzo, era solito placare la fame in un minuscolo bar, chiamato appunto “Baretto”, che si trovava nei pressi della riva occidentale affacciato su un piccolo stagno. Nonostante il lezzo di calze usate presente all’ interno, poté gustare ottimi panini. La cena non esisteva : quando la fame si faceva sentire più del solito, si concedeva una doppietta di panini al mezzogiorno. Per una settimana intera dormì sui sedili dell’Alfa Giulietta, sempre nascosta accuratamente dagli occhi dei Guardia Parco.

I proprietari del Baretto dovevano averlo scambiato per un barbone senza fissa dimora, oppure per un muratore in pausa pranzo. Pensò che la prima ipotesi era la più probabile, visti gli sguardi inquisitori del proprietario Dino e della moglie Rossana. Mannaggia a lui, aveva anche ripreso a fumare : la sua mente cedette a tutta quella tensione; tornò in un batter d’occhio alle abituali diciotto sigaretta giornaliere. Immaginò cosa avrebbe pensato Cèline, sempre se gliene importava ancora qualcosa di lui, se l’avrebbe visto ancora con la sigaretta in bocca. Sacrificò ben sei anni della sua vita per disfarsi da quel vizio tremendo : caramelle, visione maniacale di film e sceneggiati, album interi suonati alla chitarra ed infine la tanto famosa sigaretta elettronica. Ricordò con nostalgia l’abbraccio fulmineo che ricevette da Cèline, ancora convinta salutista all’epoca, quando le comunicò che aveva smesso definitivamente.

“Al diavolo! Se la ritrovo smetto ancora!”. Pensò spegnendo l’ennesima sigaretta schiacciandola a terra.   

Venerdì pomeriggio, terminato l’abituale pasto al “Baretto”, posò gli occhi su dei volantini sparpagliati sopra il bancone. “Serata frizzante con D.J. Falagna!!! Musica latino-americana tutta notte! Unisciti anche tu alla nostra festa!!!”.

Il volto di D.J. Falagna, “impegnato” alla consolle, gli parve terreo, con uno sguardo vitreo degno del mostro di Frankenstein. Nel retro dei volantini era stampata una caricatura di ragazze mulatte danzanti, il luogo e la sera dell’evento : “sabato 4 settembre; Riva Ticino Grande, Vigevano”.

Alla sera, esausto da una lunga camminata, piombò in un sonno profondo. Si risvegliò quando il sole era già alto pronunciando la seguente parola : “Charleston!”. Questa volta sognò Giulietta Masina ballare il Charleston in una delle scene finali de “La Gran Vita”, meravigliandosi del fatto che Cèline non era venuta a fargli visita nei sogni. Fu immediatamente triste : i film di Giulietta gli mancavano esattamente come gli mancava Cèline.

Anche quella giornata trascorse anomia : nulla di nuovo sotto il sole che riscaldava l’acqua del Ticino. Verso il tramonto,  seduto su di un masso,  osservò i preparativi per la serata latino-americana. Questo D.J. Falagna doveva essere un personaggio importante : un palco di modeste dimensioni venne montato sulla spiaggia, tra le continue imprecazioni del tecnico delle luci che pregava gli operai di eseguire il lavoro perfettamente. Come funghi, diversi chioschi allestiti secondo le usanze esotiche, spuntarono qua e là. Decisamente curato nei minimi dettagli, quello doveva essere il raduno latino-americano più vasto della zona.

Con il calar del sole, il parcheggio poco distante dalla grande spiaggia, brulicò di macchine. Poco a poco Luca vide popolarsi quella parte del Ticino trasformata in una discoteca all’aperto; uno scempio degno del peggior consumismo.

Immaginò quale porcile avrebbero provocato quelle “allegre” persone ben vestite e dal sorriso di plastica. Li poté osservare tutti dal tavoli del Baretto, addentando l’ennesimo panino. Già da troppo tempo quella musica lo stava assillando; c’era di buono che la birra costava poco : solamente 3,50 euro per una media. Ciò lo invogliò a tuffarsi in quella bolgia dove la gente si dimenava in danze assurde. Raggiungere i chioschi fu un’impresa; la folla lo soffocò urtandolo più volte, costringendolo a spintonare in continuazione per farsi spazio. Sudando sette camicie e contenendo la rabbia a malmenare ogni singola persona, finalmente riuscì a procurarsi la birra. Metà del contenuto nel bicchiere andò perso per via degli individui che gli cascarono addosso senza troppi complimenti. La forza di bestemmiare gli era misteriosamente scomparsa; decise che la via della rassegnazione fosse la più saggia da seguire. Trovato un punto libero ai lati della discoteca Ticiniana, osservò divertito quel marasma di corpi. Fu felice di non essere come loro, ma non lo fu per niente riguardo la settimana quasi giunta al termine. Sfiorando la fronte, si accorse anche di essere un po’ brillo; d’altronde cos’altro poteva fare in una serata come quella? Affogare nei tristi fiumi della birra gli sembrò essere l’unica soluzione.

Incamminandosi ancora una volta verso il chiosco venne colto da un dejà vu. Per un attimo puntò lo sguardo verso un punto indefinito, accorgendosi che aveva già visto quei capelli : leggermente mossi, lunghi a metà schiena terminanti boccoli adorabili. Il loro colore era il suo preferito : biondo oro.

Blocco totale.

Voltandosi scorse ancora quel punto, cercando di metterlo bene a fuoco tra tutte quelle teste. Le lamentele delle persone alle spalle, anche loro ansiose di raggiungere il chiosco della birra, non le sentì.


Tutti i sintomi dello svenimento reclamavano nel suo corpo; la terra sotto i piedi venne a mancare e il carne non sembrò più appartenergli. Riuscì ad avvicinarsi; non si accorse neppure della ragazza che sbatté quasi a terra mentre cercava di abbattere tutti quei corpi insensati che lo ostacolavano. Sperando che le mani rispondessero, afferrò le braccia : una presa decisa, diretta; di quelle da cui è impossibile non sobbalzare.

Gli occhi fissi sul quel volto. Si, era esattamente come se lo ricordava; forse meno sciupato ma comunque incantevole. Una frazione di secondo interminabile, nella quale vide solamente quella figura voltarsi a guardarlo dritto negli occhi. Tutto intorno scomparve : l’espressione di stupore in quegli occhi azzurri e l’adorabile contorno della bocca quasi a disegnare un adorabile sorriso, erano tutto ciò che esisteva in quel momento.

“Cèline……”. Non fu veramente sicuro di aver pronunciato quelle sei lettere.

Proprio mentre le labbra sembrarono mettersi in moto a pronunciare il suo nome, mani prepotenti gli strinsero il braccio. Erano le mani di un alto ragazzo tatuato, dai capelli a metà orecchio.

“Cazzo vuoi?”. Brontolò irritato il gigante ponendosi davanti a lui.

“Ma chi sei?? Cazzo vuoi tu!”. Controbatté Luca spingendolo via.

La risposta arrivò puntuale : un pugno scagliato in pieno volto lo fece barcollare a terra.

“Noooooooooo!”. Fu l’unico grido che avvertì da quella voce che non sentiva da parecchio tempo.

Puntuali e grossi come gorilla, i buttafuori ingaggiati per mantenere l’ordine durante la serata, si precipitarono nel punto dell’accaduto. Forti braccia aiutarono Luca a rialzarsi da terra mentre poteva ancora sentire quella voce gridare con un’ ira funesta :

“Pezzo di merda! Non ti ha fatto niente! Sei un grandissimo figlio di puttana!!!”.

Correndo il rischio di essere aggredito dalla furia di Cèline, John abbandonò la stoffa del “grande uomo” rispondendole imbarazzato :

“Che ne so io! Questo ti stringeva con gli occhi spiritati…”.

Il resto del “gruppo” osservando la scena, restò pietrificato. La cara “compagna” Margot restò a bocca aperta e quando John colpì Luca si nascose dietro Orso.

“Poi voi predicate pace e amore!”. Gridò Cèline mentre un gorilla la allontanava. “Mi fate schifo, vi odio!”.

Il buttafuori la scaraventò dietro il palco, mentre cercava di liberarsi da quelle mani che la muovevano a loro piacimento.

“Lasciami schifoso!”. Finalmente il gorilla la lasciò, raccomandandole di non mettere più piede in “discoteca”.

“Ma chi ci ritorna in sto posto di merda…”.

Cèline appoggiò il braccio su di una transenna posta ai lati del palco. Il pianto isterico e liberatorio si confuse con il ritmo ossessivo della musica; la sua anima non aveva mai urlato un simile dolore.

Alzando la testa vide Luca strattonato dall’ennesima coppia di gorilla. Una volta che i due lo lasciarono, barcollante si allontanò nel buio della flora.

“Luca!”. Gridò Celine. Lui non si voltò, forse non sentì.

Cèline entrò nel bosco sbraitando nuovamente il suo nome. Nemmeno la più grande forza esistente al mondo avrebbe potuto fermarla in quel momento.  

I suoi occhi non riuscirono a scorgere nessuna figura all’interno del buio pesto di quella selva incantata. Corse per inerzia, inciampando più volte nelle buche e ferendosi le gambe, tornate a vestire quei pantaloncini decisamente corti. Il sentiero sembrava non terminare mai; a voltarsi indietro Cèline non ci pensò nemmeno : l’oscurità penetrava in ogni angolo. Il fiato incominciò a mancarle; fu costretta a fermarsi, appoggiando le mani alle ginocchia piegandosi in avanti. Spietate pulsazioni si insediarono nella testa, il cuore le scoppiava nel petto madido di sudore, le gambe e i piedi le dolevano. Tra tutte quelle voragini doveva aver subìto una leggera distorsione alla caviglia destra. Sfinita, appoggiò le ginocchia al terreno spigoloso e ricoperto di fogliame.

“Luca…”.  Nessun suono nella sua voce, soffocata dal pianto che tentò di placare portandosi le mani al viso. Il nero sipario del rimpianto calò. Cèline avvertì le lunghe mani delle tenebre avvolgerla per sempre. Il vuoto di quel silenzio la cullò inesorabilmente attraverso gli alti alberi sopra di lei. Per la prima volta desiderò morire, sola e sconfitta dal dolore.

I suoi occhi, abituatisi all’oscurità, poterono distinguere il chiarore lunare penetrare attraverso le fronde degli alberi. Vide luccicare qualcosa alla sua destra. Trovò la forza di rialzarsi. Improvvisamente quel bagliore magico svanì : doveva trattarsi di una lucciola che osava giocarle brutti scherzi. Portando le mani in avanti per scacciare eventuali ramoscelli, avvertì il vuoto. Stupita, mosse nuovamente le braccia : nulla. Il bosco finì, aprendo lo scenario su di una piccola spiaggia tinta del chiarore lunare.

Avvertendo lo scorrere dell’acqua e l’aria leggermente frizzante, i nervi le si rilassarono un attimo. Verso la parte sinistra della spiaggia, stava depositato un lungo tronco. Cèline fu ansiosa di raggiungerlo per riposare le gambe. Avvicinandosi sempre di più, aguzzò la vista. Sopra quel tronco vi era qualcosa. Mentre camminando lottava con i sassi, improvvisamente si fermò; quella sagoma le era familiare. Giunta ormai a pochi metri dal tronco avvertì una fitta allo stomaco : ora ne era sicura. 

“Oh!”. La voce le ritornò per magia, tinta di un dolce stupore.

“Luca… sei tu!”.

Si precipitò con tutte le sue forze ad abbracciare il suo corpo; lo strinse da dietro le spalle cadendo a terra. Le mani giunte al petto di Luca ora non l’avrebbero lasciato andare per nulla al mondo. Il suo profumo le parve ancora famigliare, rassicurante e stupendo proprio come lo ricordava; ma quel corpo che lei abbracciava con tanto amore non manifestò nessuna reazione. Alzandosi da terra fu dispiaciuta di rompere quell’immenso abbraccio; le sue mani ora accarezzavano le spalle. Sedette al suo fianco.

“Luca! Sono Cèline…”. Disse scuotendolo leggermente.

Avvicinò le labbra alle guance, senza essere ricambiata. La poca luce le permise di osservare lo sguardo assente, impassibile.

“Che c'è? Non mi riconosci? Rispondimi ti prego!”. Supplicò appoggiando la testa alla sua spalla intonando un terribile pianto.

Luca voltò il capo in direzione della sua spalla destra, osservando con indifferenza la donna che gli piangeva addosso. Come risvegliatosi da un lungo sonno, con un filo di voce parlò a se stesso :

“Una settimana intera per prendermi un pugno in faccia…”.

Cèline abbandonò la sua spalla di scatto, prendendo il suo volto delicatamente tra le mani :  “Oh no,  quel bastardo! Ti ha segnato?”.

Luca scacciò le mani premurose di Cèline voltandosi dall’altro lato.

“Una settimana di merda per questo…”.

Cèline, infranta dallo sconforto, non ebbe più parole.
Fu solamente in grado di pronunciare un “Io..” soffocato e interrotto dal tono duro di Luca : “Puoi tornare da lui… avanti, cosa aspetti?”.


“N-no! Io…”.

“Tu cosa?”. Luca balzò in piedi. “Vai dal tuo uomo! Ti starà aspettando, è un duro no? Come è sempre piaciuto a te!”.

Cèline ritrovò la forza di urlare : “Non è il mio uomo! E’ solamente un bastardo!”.

Luca però urlava più forte : “Un bastardo che ti scopa però vero?”.

“Basta! Non è come credi…”. 

“Oh già! Sempre le solite frasi : non è come credi, sono buona e cara… ma intanto apro le gambe”.

Cèline si sentì ferire il cuore da mille spade mentre la luna continuava ad illuminare debolmente i loro volti.

“Hai tutte le ragioni del mondo a sentirti così, ma questa non è la vita che voglio fare… la mia vita è solamente con te…”.

“Ah! Ma davvero? E dove è finita la Cèline anarchica e ribelle? E’ morta? Ma soprattutto, dove sei stata in quasi due anni??”.

“Sono stata all’inferno! Mi sei mancato fin dal primo giorno!”. Luca poteva vedere le guance umide di Cèline, mentre lei si interrompeva tra i singhiozzi. “Non ho mai avuto il coraggio di ritornare a casa. Fino a quando ti ho visto questa sera. Mi hai guardato come la prima volta che ci siamo visti. Mi hai trovata, io ora sono qui davanti a te… ma non lo capisci che ti amo?”.

Cèline si accasciò a terra, poco distante dai piedi di Luca. Tremava in tutti il corpo; quelle lacrime avrebbero potuto causare una piena del Ticino in pochi secondi.

“Ti amo Luca… ti amo…. Perdonami, ti amo”.  Ripeté Cèline straziata stringendo lo stomaco ai piedi di Luca.

In quel momento sentì il corpo di Luca smuovere i sassi ed avvicinarsi al suo. Con le dita le sollevò il mento. Il cielo si tinse di un lieve chiarore : doveva mancare pochissimo all’alba.

“Piccola… è vero?”.

Cercando di interrompere i singhiozzi, lei annuì. Ora grazie alle prime luci dell’alba, poteva vederla meglio. Dio, quant’èra bella anche se piangeva.

“Si… è vero che mi hai cercata per una settimana?”.

Accarezzandole i capelli Luca sorrise : “No, per un anno intero”.

Il bacio più lungo della storia : dapprima lento e sensuale, poi vorace e lussurioso, quasi violento. I loro corpi si contorsero per ore, mentre il sole riscaldò quella piccola spiaggia ora teatro di gioia e amore.

Luca fu il primo a svegliarsi. La sensazione che la sabbia fosse entrata in ogni centimetro quadrato del suo corpo, poté avvertirla completamente. Distesa sopra il suo petto, Cèline russava debolmente; anch’essa ricoperta di sabbia ma felice. Con la mano destra stringeva il costato, nei pressi del cuore, riparandolo dall’aria fresca del mattino. Il sole ora alto nel cielo li riscaldò amorevolmente. Mezz’ora prima smisero di fare all’amore; quasi due anni vennero recuperati a dovere.

Facendo attenzione a non svegliare Cèline, spostò delicatamente il suo braccio, aggiustando lo zaino che fino a poco tempo prima servì da cuscino a entrambi. Cadde qualcosa dallo zaino; doveva trattarsi di un pezzo di carta. Raccogliendolo da terra Luca aprì il foglio stropicciato. Nonostante fosse un poco sciupato, riuscì a decifrare la scrittura di Cèline. Con gli occhi lucidi, lesse attentamente la lettera che lei ricopiò sull’altura. Si voltò spontaneamente ad osservarla dormire beata; avvicinandosi silenziosamente le donò un bacio alla guancia. Ripose la lettera accuratamente nello zaino : mai nessuna composizione lo fece sentire così commosso.   

Chinandosi alla riva,  in qualche modo lavò le mani nell’acqua rinfrescando il volto. Questa volta le lacrime furono di gioia e prevalsero su tutte le sofferenze passate.

Proprio in quel momento Cèline si svegliò. Lo vide nuovamente di spalle, ma questa volta il suo corpo risplendeva nitido ed energico davanti a lei. Schiarì la voce allo scopo di farlo voltare : di spalle era carino, ma davanti lo era ancora di più. Le sorrise mentre lui si avvicinava dandole il bacio del “buongiorno”. Le parole non servirono : restarono abbracciati a contemplare la bellezza di quella tiepida mattinata. I baci che Luca le dava sul capo le procuravano una sensazione di conforto senza eguali; il dolore alle gambe e ai piedi le era scomparso. Le ferite inferte dai rovi si cicatrizzarono rapidamente, ma ancora più importante, l’enorme ferita nell’anima guarì definitivamente.

“Chi è Ester?”. Luca ruppe il silenzio.

“Oh! Hai letto?”.

“Si…”.

“E’ la donna che mi ha salvato, mi piacerebbe rivederla un giorno…”.

“Andremo a trovarla… ora abbiamo bisogno di una doccia!”.

Cèline annuì divertita mentre Luca stringendole la mano la aiutò a rialzarsi.

Il bosco non faceva più paura, con la luce del sole assunse un volto caldo e rassicurante. Gli uccelli sembrarono cantare per loro, entusiasti di quella unione tanto attesa. La “discoteca” latino americana si trasformò appunto in un porcile : migliaia di carte e bicchieri a terra che forse qualche buon’anima avrebbe raccolto. Disgustati Luca e Cèline passarono accanto a quella discarica; i loro sguardi erano sufficienti per esprimere il disprezzo verso coloro che inquinarono quella bellissima spiaggia.

Camminarono per un mezz’ora buona, a volte abbracciati oppure mano nella mano, finché non giunsero ad un enorme parcheggio abbandonato.

“L’alfa!”. Esclamo Cèline stupita.

“Più che l’alfa è stato il mio letto per una settimana intera…”. 

Cèline gli accarezzò il volto alzandosi leggermente sulle punte dei piedi.

“Io non ti merito…”. Disse Cèline subito dopo aver staccato rumorosamente la bocca dalle sue labbra.

Luca aprendole la portiera assunse un tono serio : “Smettila, ci meritiamo a vicenda ed ognuno ha bisogno dell’altro… non dirlo mai più!”.

Gli occhi di Cèline furono pieni di amore mentre lo osservò mettere in moto la macchina : la maglietta dei Morbid Scream assunse il colorito della sabbia, cosiccome i pantaloni e le scarpe da ginnastica bianche. In faccia, oltre ai segni di sporcizia acculatisi durante la settimana, vi era  una leggera contusione poco sotto l’occhio sinistro, dovuta al pugno sferratogli da John. Cèline non era da meno : la carnagione chiara accentuò ulteriormente la terra sulla faccia; i capelli sporchi e scomposti le donavano un’aria da gitana. La maglietta dei Windhand, grazie all’enorme scollatura, apriva la vista su numerose collane intrise di terriccio. I pantaloncini azzurri furono ricoperti da talmente tanta sabbia da fare invidia alla spiaggia di Copa Cabana; i sandali li aveva abbandonati chissà dove : viaggiava a piedi nudi da circa un’ora.

“Dove andiamo?”. Chiese mentre Luca ingranò la retromarcia.

“A casa…”.

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Profilo Autore: luke676  

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Commenti  

Sir Morris*
+1 # Sir Morris* 24-01-2016 22:50
Un altro bellissimo capitolo della tua vita! Complimenti ancora! Sir Red Morris

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