Mentre frugai tra gli attrezzi nel garage, un rombo lontano annunciò l’arrivo imminente di un temporale. Finalmente la trovai : la vecchia pala di nonno, ancora intatta dopo tanti anni. Edda mi aspettò in macchina; per piegare quella donna ci sarebbe voluto un esercito di mercenari. Preso tutto l’occorrente ci dirigemmo verso Mesero.
Quella che una volta si chiamava via Terzi, non è nient’altro che una strada abbandonata nei pressi dell’autostrada. Poco prima del grande ponte, che permette l’ingresso anche nella Milano-Malpensa, in mezzo ad un prato vi è una casa abbandonata. Fui sicuro che quella doveva essere stata la casa di Fabienne, poiché si trattò dell’unico edificio presente in quell’area. In passato la notai mille volte percorrendo quel tratto, pensando a quanto sarebbe stato bello “esplorarla”; ma in quel momento non fui tanto felice di scoprire i misteri che nascondeva quella vecchia casa.
Svoltando a sinistra poco prima del ponte, battemmo la strada che costeggiava la dimora. Parcheggiai tra le erbacce, attento a non far precipitare la macchina in qualche voragine. Aiutai nonna Edda a scendere e ad affrontare il terreno difficoltoso. l’immenso prato ricco di fossi e vecchi tronchi caduti, venne illuminato dalla mia torcia. Edda reggendosi al mio braccio barcollò leggermente, senza mai cadere.
“Dobbiamo fare presto!”. Disse con il fiatone.
Il forte vento soffiò spietato contro i nostri corpi, quasi volesse fermarli nell’avvicinarsi alla casa; i lampi illuminarono i muri e le finestre, le quali risero della nostra impotenza contro lo forze della natura. Superato l’argine di un canale asciutto, entrammo dalle mangiatoie.
Feci un sussulto : a terra vi era la salma di un gatto prossima alla decomposizione.
Evitando il piccolo cadavere, giungemmo nel cortile. Al centro padroneggiava un grande ulivo; al suolo vecchi attrezzi agricoli, una vettura data alle fiamme, mobilia distrutta e varie macerie.
“Dove sarà la bestia imbalsamata? Qui è come cercare un ago in un pagliaio!”. Dissi illuminando il piano superiore della casa.
Nelle stanze al piano inferiore, le porte non esistevano più. I loro muri trasudavano umidità, con il soffitto che dava segni di un imminente cedimento. I locali di sopra dovevano essere stati abbandonati di recente, essendo i mobili ancora intatti. I fogli a terra diedero conferma : una ricetta medica portava la data del 22 aprile 2009. Le scale ricoperte di edera, scricchiolarono ogni volta al nostro passaggio. La torcia andò ad ispezionare ogni angolo della casa, senza illuminare la famosa creatura imbalsamata. Terminando di perlustrare l’ultima stanza rimasta, ritornammo nel cortile sconfitti.
“Eppure ci deve essere…”. La voce incominciò ad abbandonarmi.
Edda si chinò a terra; temetti un attimo per la sua salute ovviamente sbagliando.
“Questa pietra sembra molto antica…”. Vociferò roteando nelle mani un grande sasso bianco.
Alzandosi, lo strinse come se non volesse lasciarlo andare più; il vento fece uscire bianche ciocche di capelli dal suo foulard nero.
“Tomas…”. Seguì un tuono.
“Questi sassi fanno male sul corpo di un uomo… tagliano le carni, le lacerano…”. Chiuse gli occhi; io immobile continuai a farle luce.
“Tanto tempo fa, le questioni si risolvevano rapidamente. I criminali venivano giustiziati dal popolo.
Quella notte un raduno di braccianti, contadini e negozianti forzò il portone di questa casa. Furono decisi a prendere d’assalto la dimora di Ubaldo Pagani”.
“Oh, nonna… ma cosa?”.
“Qui abitava il figlio del povero Ubaldo. Egli si divertiva a gironzolare tra le lapidi del vecchio cimitero, alla ricerca di giovani donne. Prima del tramonto, Clementina portò i fiori freschi a mamma Adelaide, ma ben presto scese il buio e si ritrovò sola tra le tombe.”
“Cosa successe?”.
“Una botta inferta alla nuca le fece perdere i sensi. Alcune donne la ritrovarono il mattino dopo, distesa a terra; un lago di sangue tra le gambe, gli occhi ancora spalancati ad urlare il terribile terrore…”
“Dio, è orribile!”.
“Tutti gli indizi portarono a lui : il matto di Cascina Terzi; il figlio del Pagani. Una tempesta di sassi, scagliati violentemente contro il suo corpo… Bozhe moi! Quanto sangue! I pezzi della sua carne cosparsi nel terreno… Si! Luigi Pagani, tu sei morto qui!”. Il sasso volò via dalle mani di Edda, cadendo nell’erba alta, sotto ad un capanno degli attrezzi. Raggiungendo il punto, sobbalzai alla vista della testa di un animale.
“Eccola! C’è solamente la testa…”. Il capo imbalsamato, somigliante a quello di una volpe, mostrava segni di decadimento.
Afferrai la pala e scavai. Edda prese la torcia, mentre velocemente tentai di scavare più profondo possibile. Iniziarono a cadere le prime gocce di pioggia, accompagnate da lampi e tuoni magistrali.
“Ci siamo!”.
Fece comparsa nel terreno un lenzuolo bianco.
Le mie mani luride di terriccio lo aprirono : gettai un grido. Il cranio marrone rimase intatto alla caduta, cosiccome gli altri miseri resti.
“Eccoti bastardo!”. Feci uscire la tanica dallo zaino.
Riordinando le ossa nel lenzuolo, lo cosparsi di benzina.
“La luce purificherà quest’anima dannata una volta per sempre…”. Disse Edda alle mie spalle, addentrandosi nell’ adorabile gesto di giungere le mani.
“Non potete sconfiggere il male!”. Ci voltammo di scatto.
Davanti ai nostri occhi vi era un’alta figura bagnata dalla pioggia, allungata dal capello in testa e resa ulteriormente sinistra dal lungo mantello alle spalle.
“Skoro! Brucia!”. Urlò nonna Edda.
Cercai nervosamente la scatola di fiammiferi nella tasca, ma quella sinistra figura ci fu addosso in mezzo secondo. Il suo pugno mi scaraventò a terra.
“Nonnaaaaaaa!”. Tentai di alzarmi, ma il piede destro non rispose agli impulsi. Le grida di Edda si confusero con quelle dell’orribile essere che una volta scagliatosi sopra di lei, le strinse il collo.
Con uno sforzo enorme arrivai finalmente ad estrarre la scatola di fiammiferi dai jeans. Ne accesi uno, buttandolo sopra il lenzuolo. Le fiamme si alzarono alte e voraci.
Il mostro cessò di soffocare Edda, portando le mani al viso. Il volto illuminato dalle fiamme era bianco, segnato da orrende cicatrici, la bocca contorta in un grido di disperazione e gli occhi verdi a grondare sangue.
Tappai le orecchie; fu come udire il lamento di mille bestie torturate. Il suo corpo si sciolse sul vestito di Edda, scomparendo in macchie bianche simili alla colla.
Cercando di riprendermi da quella terribile visione vidi il fuoco espandersi; le fitte di dolore al piede divennero insopportabili, ma mi precipitai a sollevare nonna Edda e a caricarla sulle mie braccia. Grazie ad un miracolo, raggiunsi finalmente la macchina.
“Ce l’abbiamo fatta… andiamocene!”. Le dissi distendendola sul sedile.
“N-no… ce l’hai fatta giovanotto!”. Aprì leggermente i suoi occhietti azzurri.
“Cosa?”.
“E’ giunto il mio momento…”.
“No, ma che dici? Sei solo svenuta e…”
“Hai avuto un coraggio immenso… da tempo sapevo che questa sarebbe stata la mia ultima notte…”.
“Come? Tu sapevi che…”.
“Si, ma io muoio felice… stai vicino alla mia bambina…”. Svenne di nuovo. Adagiai il suo corpo per il meglio, chiudendo la portiera e mettendo in moto. Guidai a tutta velocità verso l’ospedale, ma appena Edda se ne si accorse posò la sua fredda mano sulla mia stretta al cambio.
“No! Tomas, portami a casa tua. Tu vai da Silvia, ora lei ha bisogno di te…”.
“Ma… io…”.
“Rispetta le mie ultime volontà e fa come ti dico!”.
Sterzai a sinistra all’improvviso, superando la piccola rotonda all’entrata di via Lorna Maitland.
Entrando nella stanza degli ospiti, la distesi sul letto pulendole il nero vestito. Mi sorrise.
“Ora và… lei ti aspetta!”.
Ricambiando il sorriso, tirai le coperte lasciandole scoperto solamente il viso. Era vero : Silvia mi aspettava.
Con la furia di un toro, "sfondai" le porte della Rianimazione. Gli infermieri del turno di notte tentarono di bloccarmi, ma con una forza che non avvertii mai più in vita mia li spintonai lontano.
“Nonnaaaaaaaaaa!!!!!! Nonnaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!”. Quelle grida mi parvero familiari.
Tre infermieri e un dottore tentarono di domare la sua furia, mentre lei come impazzita si staccò i tubi da tutto il corpo.
“Tomaaaaas!!!!!”. Mi notò immediatamente entrare imperterrito dalla porta.
L’ abbracciò riuscì a calmarla; nel mondo esistemmo solamente noi due.
“Tommi, dov’è?”. Mi chiese alzando gli occhi lucidi.
“E’… a casa”.
Il dottore si irritò : “Posso sapere come è entrato? Si allontani dalla paziente è ancora debole e…”.
“Quando si è svegliata?”. Il mio sguardo sembrò intimorirlo.
“Io… beh, è uscita dal coma circa mezz’ora fa. L’infermiera di guardia l’ha vista alzarsi a sedere e gridare “nonna”. I parametri sono ritornati nella norma, il battito regolare… è un evento inspiegabile!”.
“Già, inspiegabile per voi…”. Bisbigliai voltandogli le spalle.
“Portami da lei Tommi!”. Silvia mi guardò supplichevole, con già un piede giù dal letto.
“Ma lei non può lasciare l’ospedale! E’ ancora …”.
“Io sto benissimo!”. Ribatté Silvia decisa ad abbandonare il letto.
Conseguì una isterica discussione, nella quale però trionfò la volontà del dottore. Con sforzi immani rimisero Silvia a letto, cacciandomi letteralmente fuori dalla stanza.
In quella lunga notte, decisi di giocare tutte le carte disponibili. Aspettando pazientemente la quiete scendere nel reparto, mi nascosi nel bagno accanto alla stanza di Silvia. Aprendo la finestra del bagno accantonai le mie vertigini, appoggiando i piedi sul minuscolo cornicione. Con una forte nausea, picchiettai sulla finestra di Silvia; sapevo che in quel momento era ancora sveglia. Lei balzò giù dal letto, sorpresa di vedermi appollaiato a quaranta metri di altezza. Aprì la finestra; per fortuna l’infermiera nella stanza sprofondò in un sonno dal quale, come si suol dire, “neanche le cannonate l’avrebbero svegliata”.
Alla faccia della sorveglianza, il reparto parve deserto; inosservati raggiungemmo gli ascensori. Silvia scalza e con ancora indosso la camicia da notte, non smise mai di abbracciarmi, nemmeno in macchina durante il breve tragitto di ritorno. Entrata in casa, corse su per le scale aprendo la porta della stanza degli ospiti. Con tutte le forze in corpo andò a stringere il corpicino di nonna Edda sul bianco letto.
“Nonna… sono Silvia! Sono qui, rispondimi!”.
Edda voltò lentamente la testa e aprì gli occhi.
“Moya devochka… il mio viaggio è stato così lungo e non potevo chiedere di meglio che fossi tu l’ultima persona che sarei stata in grado di vedere.”
“No! Non dire così! Tu vivrai, starai qui da noi!”. Edda scosse il capo accennando un timido sorriso; stanca e tremante, la sua mano piena di anelli andò a toccare quella di Silvia.
“Il mondo ora è tuo… è vostro! Hai un giovanotto valoroso al tuo fianco… LAskovaya moyA, vivi!”. La mano rugosa andò ad asciugare le lacrime di Silvia, per poi cadere sul letto.
Il pianto di Silvia echeggiò in tutta la casa; con il viso nascosto nel lenzuolo e la mano stretta di nonna, emise lunghi singhiozzi che non sembrarono conoscere una fine. Osservai tutta la scena alle suo spalle; portando più volte le mani al di sotto degli occhi. Credo che quella fu la prima volta che Silvia mi vide piangere. Delicatamente la feci alzare, stringendola ringraziai la buona anima di nonna Edda se in quel momento potevo ancora sentire il suo calore.
Denunciai la morte di Edda all’ospedale; i dottori scoprirono ben presto della fuga di Silvia. Al sorgere di grane giudiziarie, versai una distinta somma di denaro al reparto Rianimazione. I “pezzi grossi” fecero scomparire la denuncia per incanto.
Gli esami successivi confermarono che l’ematoma nel cervello di Silvia si assorbì magicamente. Il suo caso venne archiviato come uno dei tanti “miracoli” buoni per far salire gli indici d’ascolto dei telegiornali.
Quella che una volta si chiamava via Terzi, non è nient’altro che una strada abbandonata nei pressi dell’autostrada. Poco prima del grande ponte, che permette l’ingresso anche nella Milano-Malpensa, in mezzo ad un prato vi è una casa abbandonata. Fui sicuro che quella doveva essere stata la casa di Fabienne, poiché si trattò dell’unico edificio presente in quell’area. In passato la notai mille volte percorrendo quel tratto, pensando a quanto sarebbe stato bello “esplorarla”; ma in quel momento non fui tanto felice di scoprire i misteri che nascondeva quella vecchia casa.
Svoltando a sinistra poco prima del ponte, battemmo la strada che costeggiava la dimora. Parcheggiai tra le erbacce, attento a non far precipitare la macchina in qualche voragine. Aiutai nonna Edda a scendere e ad affrontare il terreno difficoltoso. l’immenso prato ricco di fossi e vecchi tronchi caduti, venne illuminato dalla mia torcia. Edda reggendosi al mio braccio barcollò leggermente, senza mai cadere.
“Dobbiamo fare presto!”. Disse con il fiatone.
Il forte vento soffiò spietato contro i nostri corpi, quasi volesse fermarli nell’avvicinarsi alla casa; i lampi illuminarono i muri e le finestre, le quali risero della nostra impotenza contro lo forze della natura. Superato l’argine di un canale asciutto, entrammo dalle mangiatoie.
Feci un sussulto : a terra vi era la salma di un gatto prossima alla decomposizione.
Evitando il piccolo cadavere, giungemmo nel cortile. Al centro padroneggiava un grande ulivo; al suolo vecchi attrezzi agricoli, una vettura data alle fiamme, mobilia distrutta e varie macerie.
“Dove sarà la bestia imbalsamata? Qui è come cercare un ago in un pagliaio!”. Dissi illuminando il piano superiore della casa.
Nelle stanze al piano inferiore, le porte non esistevano più. I loro muri trasudavano umidità, con il soffitto che dava segni di un imminente cedimento. I locali di sopra dovevano essere stati abbandonati di recente, essendo i mobili ancora intatti. I fogli a terra diedero conferma : una ricetta medica portava la data del 22 aprile 2009. Le scale ricoperte di edera, scricchiolarono ogni volta al nostro passaggio. La torcia andò ad ispezionare ogni angolo della casa, senza illuminare la famosa creatura imbalsamata. Terminando di perlustrare l’ultima stanza rimasta, ritornammo nel cortile sconfitti.
“Eppure ci deve essere…”. La voce incominciò ad abbandonarmi.
Edda si chinò a terra; temetti un attimo per la sua salute ovviamente sbagliando.
“Questa pietra sembra molto antica…”. Vociferò roteando nelle mani un grande sasso bianco.
Alzandosi, lo strinse come se non volesse lasciarlo andare più; il vento fece uscire bianche ciocche di capelli dal suo foulard nero.
“Tomas…”. Seguì un tuono.
“Questi sassi fanno male sul corpo di un uomo… tagliano le carni, le lacerano…”. Chiuse gli occhi; io immobile continuai a farle luce.
“Tanto tempo fa, le questioni si risolvevano rapidamente. I criminali venivano giustiziati dal popolo.
Quella notte un raduno di braccianti, contadini e negozianti forzò il portone di questa casa. Furono decisi a prendere d’assalto la dimora di Ubaldo Pagani”.
“Oh, nonna… ma cosa?”.
“Qui abitava il figlio del povero Ubaldo. Egli si divertiva a gironzolare tra le lapidi del vecchio cimitero, alla ricerca di giovani donne. Prima del tramonto, Clementina portò i fiori freschi a mamma Adelaide, ma ben presto scese il buio e si ritrovò sola tra le tombe.”
“Cosa successe?”.
“Una botta inferta alla nuca le fece perdere i sensi. Alcune donne la ritrovarono il mattino dopo, distesa a terra; un lago di sangue tra le gambe, gli occhi ancora spalancati ad urlare il terribile terrore…”
“Dio, è orribile!”.
“Tutti gli indizi portarono a lui : il matto di Cascina Terzi; il figlio del Pagani. Una tempesta di sassi, scagliati violentemente contro il suo corpo… Bozhe moi! Quanto sangue! I pezzi della sua carne cosparsi nel terreno… Si! Luigi Pagani, tu sei morto qui!”. Il sasso volò via dalle mani di Edda, cadendo nell’erba alta, sotto ad un capanno degli attrezzi. Raggiungendo il punto, sobbalzai alla vista della testa di un animale.
“Eccola! C’è solamente la testa…”. Il capo imbalsamato, somigliante a quello di una volpe, mostrava segni di decadimento.
Afferrai la pala e scavai. Edda prese la torcia, mentre velocemente tentai di scavare più profondo possibile. Iniziarono a cadere le prime gocce di pioggia, accompagnate da lampi e tuoni magistrali.
“Ci siamo!”.
Fece comparsa nel terreno un lenzuolo bianco.
Le mie mani luride di terriccio lo aprirono : gettai un grido. Il cranio marrone rimase intatto alla caduta, cosiccome gli altri miseri resti.
“Eccoti bastardo!”. Feci uscire la tanica dallo zaino.
Riordinando le ossa nel lenzuolo, lo cosparsi di benzina.
“La luce purificherà quest’anima dannata una volta per sempre…”. Disse Edda alle mie spalle, addentrandosi nell’ adorabile gesto di giungere le mani.
“Non potete sconfiggere il male!”. Ci voltammo di scatto.
Davanti ai nostri occhi vi era un’alta figura bagnata dalla pioggia, allungata dal capello in testa e resa ulteriormente sinistra dal lungo mantello alle spalle.
“Skoro! Brucia!”. Urlò nonna Edda.
Cercai nervosamente la scatola di fiammiferi nella tasca, ma quella sinistra figura ci fu addosso in mezzo secondo. Il suo pugno mi scaraventò a terra.
“Nonnaaaaaaa!”. Tentai di alzarmi, ma il piede destro non rispose agli impulsi. Le grida di Edda si confusero con quelle dell’orribile essere che una volta scagliatosi sopra di lei, le strinse il collo.
Con uno sforzo enorme arrivai finalmente ad estrarre la scatola di fiammiferi dai jeans. Ne accesi uno, buttandolo sopra il lenzuolo. Le fiamme si alzarono alte e voraci.
Il mostro cessò di soffocare Edda, portando le mani al viso. Il volto illuminato dalle fiamme era bianco, segnato da orrende cicatrici, la bocca contorta in un grido di disperazione e gli occhi verdi a grondare sangue.
Tappai le orecchie; fu come udire il lamento di mille bestie torturate. Il suo corpo si sciolse sul vestito di Edda, scomparendo in macchie bianche simili alla colla.
Cercando di riprendermi da quella terribile visione vidi il fuoco espandersi; le fitte di dolore al piede divennero insopportabili, ma mi precipitai a sollevare nonna Edda e a caricarla sulle mie braccia. Grazie ad un miracolo, raggiunsi finalmente la macchina.
“Ce l’abbiamo fatta… andiamocene!”. Le dissi distendendola sul sedile.
“N-no… ce l’hai fatta giovanotto!”. Aprì leggermente i suoi occhietti azzurri.
“Cosa?”.
“E’ giunto il mio momento…”.
“No, ma che dici? Sei solo svenuta e…”
“Hai avuto un coraggio immenso… da tempo sapevo che questa sarebbe stata la mia ultima notte…”.
“Come? Tu sapevi che…”.
“Si, ma io muoio felice… stai vicino alla mia bambina…”. Svenne di nuovo. Adagiai il suo corpo per il meglio, chiudendo la portiera e mettendo in moto. Guidai a tutta velocità verso l’ospedale, ma appena Edda se ne si accorse posò la sua fredda mano sulla mia stretta al cambio.
“No! Tomas, portami a casa tua. Tu vai da Silvia, ora lei ha bisogno di te…”.
“Ma… io…”.
“Rispetta le mie ultime volontà e fa come ti dico!”.
Sterzai a sinistra all’improvviso, superando la piccola rotonda all’entrata di via Lorna Maitland.
Entrando nella stanza degli ospiti, la distesi sul letto pulendole il nero vestito. Mi sorrise.
“Ora và… lei ti aspetta!”.
Ricambiando il sorriso, tirai le coperte lasciandole scoperto solamente il viso. Era vero : Silvia mi aspettava.
Con la furia di un toro, "sfondai" le porte della Rianimazione. Gli infermieri del turno di notte tentarono di bloccarmi, ma con una forza che non avvertii mai più in vita mia li spintonai lontano.
“Nonnaaaaaaaaaa!!!!!! Nonnaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!”. Quelle grida mi parvero familiari.
Tre infermieri e un dottore tentarono di domare la sua furia, mentre lei come impazzita si staccò i tubi da tutto il corpo.
“Tomaaaaas!!!!!”. Mi notò immediatamente entrare imperterrito dalla porta.
L’ abbracciò riuscì a calmarla; nel mondo esistemmo solamente noi due.
“Tommi, dov’è?”. Mi chiese alzando gli occhi lucidi.
“E’… a casa”.
Il dottore si irritò : “Posso sapere come è entrato? Si allontani dalla paziente è ancora debole e…”.
“Quando si è svegliata?”. Il mio sguardo sembrò intimorirlo.
“Io… beh, è uscita dal coma circa mezz’ora fa. L’infermiera di guardia l’ha vista alzarsi a sedere e gridare “nonna”. I parametri sono ritornati nella norma, il battito regolare… è un evento inspiegabile!”.
“Già, inspiegabile per voi…”. Bisbigliai voltandogli le spalle.
“Portami da lei Tommi!”. Silvia mi guardò supplichevole, con già un piede giù dal letto.
“Ma lei non può lasciare l’ospedale! E’ ancora …”.
“Io sto benissimo!”. Ribatté Silvia decisa ad abbandonare il letto.
Conseguì una isterica discussione, nella quale però trionfò la volontà del dottore. Con sforzi immani rimisero Silvia a letto, cacciandomi letteralmente fuori dalla stanza.
In quella lunga notte, decisi di giocare tutte le carte disponibili. Aspettando pazientemente la quiete scendere nel reparto, mi nascosi nel bagno accanto alla stanza di Silvia. Aprendo la finestra del bagno accantonai le mie vertigini, appoggiando i piedi sul minuscolo cornicione. Con una forte nausea, picchiettai sulla finestra di Silvia; sapevo che in quel momento era ancora sveglia. Lei balzò giù dal letto, sorpresa di vedermi appollaiato a quaranta metri di altezza. Aprì la finestra; per fortuna l’infermiera nella stanza sprofondò in un sonno dal quale, come si suol dire, “neanche le cannonate l’avrebbero svegliata”.
Alla faccia della sorveglianza, il reparto parve deserto; inosservati raggiungemmo gli ascensori. Silvia scalza e con ancora indosso la camicia da notte, non smise mai di abbracciarmi, nemmeno in macchina durante il breve tragitto di ritorno. Entrata in casa, corse su per le scale aprendo la porta della stanza degli ospiti. Con tutte le forze in corpo andò a stringere il corpicino di nonna Edda sul bianco letto.
“Nonna… sono Silvia! Sono qui, rispondimi!”.
Edda voltò lentamente la testa e aprì gli occhi.
“Moya devochka… il mio viaggio è stato così lungo e non potevo chiedere di meglio che fossi tu l’ultima persona che sarei stata in grado di vedere.”
“No! Non dire così! Tu vivrai, starai qui da noi!”. Edda scosse il capo accennando un timido sorriso; stanca e tremante, la sua mano piena di anelli andò a toccare quella di Silvia.
“Il mondo ora è tuo… è vostro! Hai un giovanotto valoroso al tuo fianco… LAskovaya moyA, vivi!”. La mano rugosa andò ad asciugare le lacrime di Silvia, per poi cadere sul letto.
Il pianto di Silvia echeggiò in tutta la casa; con il viso nascosto nel lenzuolo e la mano stretta di nonna, emise lunghi singhiozzi che non sembrarono conoscere una fine. Osservai tutta la scena alle suo spalle; portando più volte le mani al di sotto degli occhi. Credo che quella fu la prima volta che Silvia mi vide piangere. Delicatamente la feci alzare, stringendola ringraziai la buona anima di nonna Edda se in quel momento potevo ancora sentire il suo calore.
Denunciai la morte di Edda all’ospedale; i dottori scoprirono ben presto della fuga di Silvia. Al sorgere di grane giudiziarie, versai una distinta somma di denaro al reparto Rianimazione. I “pezzi grossi” fecero scomparire la denuncia per incanto.
Gli esami successivi confermarono che l’ematoma nel cervello di Silvia si assorbì magicamente. Il suo caso venne archiviato come uno dei tanti “miracoli” buoni per far salire gli indici d’ascolto dei telegiornali.

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