In una giornata uggiosa, l'aereo di nonna Edda atterrò a Malpensa. Durante quella mattinata di mercoledì 2 settembre 2015, giunsi al un punto di non percepire più gli acciacchi fisici. Divenni immune ad ogni tipo di dolore, concentrandomi a fare di tutto per salvare Silvia.

Nella sgradevole confusione aeroportuale, la riconobbi. Atterrò sola,  affrontando ottimamente il viaggio nonostante i suoi ottantasei anni. Camminò arzilla verso di me, evitando astutamente le persone che le tagliavano la strada. Una piccola grande donna : i capelli bianchissimi, accuratamente raccolti in una lunga treccia; gli occhietti azzurri (per certi versi simili a quelli di Silvia) come due piccoli tagli nel viso segnato da lievi rughe. Il nero vestito che ricopriva la corporatura gracile e sottile era degno di Maria Trelkovski, decisamente vittoriano. Il ciondolo raffigurante il Pentagramma dell'Abate Julio si posava splendente su quel lungo vestito. Le mani, venose e consumate, colme di anelli.

"Allo Tomas...". Edda mi riconobbe immediatamente grazie ad una foto inviatale da Silvia qualche mese prima. Ebbene si : nonna si dedicò all'uso della tecnologia, Whatsaap incluso. 

"Ben arrivata signora". Le dissi cercando di trattenere le lacrime.

Subito dopo vidi le sue braccia aprirsi, ansiose di donarmi un abbraccio che giovò alla mia salute. Come un bambino, piansi sulla sua fragile spalla.  Fu come abbracciare una donna che mi sembrava di conoscere da molto tempo. Nelle sue braccia avvertii protezione e tanta dolcezza; quella dolcezza che sicuramente Silvia  ereditò a pieni voti.

Appena sollevai la testa, mi guardò negli occhi : "E' un piacere conoscerti, anche se avrei preferito incontrarti in circostanze migliori".

Ebbi la conferma che il suo italiano era decisamente perfetto.

"Grazie di essere venuto e di esserti preso cura della mia bambina".

"Si figuri, grazie a lei di essere venuta e... io ho fatto tutto quello che ho potuto...".

Le feci strada verso l'uscita dell'aeroporto; i suoi bagagli pesavano dannatamente.

"Fammi un favore Tomas..."

"Dica pure".

"Non darmi del lei, mi fa sentire vecchia... diamoci del tu ok?". Edda accennò un lieve sorriso.

"Ok...".

Cercai di mostrarmi gentile in tutti i modi, domandandole come fosse andato il viaggio e cosa preferisse mangiare a pranzo. Edda per tutta risposta disse che prima di tutto voleva vedere "la sua bambina". Le spiegai che l'orario visite, essendo ormai ora di pranzo, era terminato. Mi venne in mente Giulia : lei sicuramente avrebbe fatto qualcosa per aiutarci. In fondo ebbi anch'io desiderio di rivedere la mia amata.

Quando le esposi il fatto che in quei giorni l’ospedale divenne la mia “casa”, nonna Edda disse : "Questo è ammirevole…  la mia Silvia non poteva trovare un giovanotto migliore". Per la prima volta mi accorsi che chiamò Silvia con il suo vero nome al posto de "la mia bambina". Già, la sua “bambina” che insieme a sua figlia, salvò da un nero destino. Nel Dicembre 1984, Edda seguì la figlia Dorina in Italia, la quale stava per maritarsi con un italiano venuto a soggiornare in Russia per motivi lavorativi. Dopo un maestoso matrimonio celebrato a Magenta, la famigliola si trasferì' in una cittadina dell'Hinterland Milanese chiamata Abbiategrasso. L'arrivo di Silvia, in data 24 Marzo 1985, portò una fresca brezza di gioia, come appunto solo il mese di Marzo riesce a fare. Il padre di Silvia però, aveva il vizio del bere e spesso e volentieri alzava le mani a Dorina.

Quando la situazione divenne insostenibile, Dorina si trasferì con Silvia e sua madre a Cassinetta Di Lugagnano, poco distante da Abbiategrasso. Enrico, il padre di Silvia, non tardò a risposarsi con una donna maggiore di quindici anni, trasferendosi ad Albignasego; finalmente lontano da Dorina e lontano da tutti. Dorina si prese cura nel miglior modo di Silvia fin dal giorno in cui la strinse per la prima al seno. Purtroppo un cancro la portò via nell'agosto 2006, lasciando per sempre un vuoto incolmabile nel cuore di Silvia. Nonna Edda, la quale aveva fatto le veci di Silvia fino a qualche mese prima, sentì la necessità di passare i suoi ultimi anni di vita nella sua amata Madre Russia. Silvia non prese nel migliore dei modi la decisione di Edda, ma trovò la forza di arrangiarsi da sola. Il lavoro di commessa in un negozio di scarpe le permise tutti i mesi di pagare l’affitto dell’appartamento. Ovviamente dovette rinunciare a qualcosa, ma la sua fierezza e la sua determinazione prevalsero su tutto.

“Lei crede... cioè, tu credi?". Le chiesi imbarazzato per il complimento.

"Si, percepisco un alchimia perfetta tra voi due, siete stati concepiti apposta per vivere insieme".

"Già, solo che qualcuno ha deciso di spezzare il nostro legame...".

"Nulla si spezza se a sorreggerlo è un forte amore".

Conversare con nonna Edda fu come leggere un testo di spiritismo o di filosofia; non seppi se tutto ciò mi rendeva felice o ancora più triste.

"Ecco l'ospedale, a quest'ora dovrebbe esserci parcheggio...". Impavido e spietato l'ospedale G. Fornaroli di Magenta, si presentò ai nostri occhi contornato da un cielo prossimo al diluvio.

Chiamai Giulia sul cellulare, sperando fosse di turno. La sua voce stridula annunciò che fortunatamente lo era, ma quando sentì ciò che le proposi,  si irritò un poco. Dopo vari tentativi, finalmente cedette; credo sapesse anche lei quanto era importante vedere Silvia per nonna Edda.

Non decifrai nessuna delle numerose frasi in russo che Edda sussurrò tra le lacrime e le carezze sulla sua fronte. Le mani rugose si distesero delicatamente sul viso angelico di Silvia,  come se avessero paura di sgretolare un cosi divino ritratto di bellezza.

"Nonna, chi è quest'uomo?".

Edda si girò verso di me, avvicinando una sedia mi si sedette accanto : "Non lo so... ho interrogato più volte il mio spirito guida, ma lui non sa dirmi niente... questo spirito è maligno e distruttivo... è un anima irrequieta che non riesce a trovare pace e vaga in cerca di vittime".

"Quella mattina…”. Deglutii la saliva. “Uno strano diario è riapparso in camera nostra… la prima volta lo abbiamo trovato nella libreria di Silvia, ma lei non sapeva di possederlo ed era la prima volta che sia io che lei lo vedevamo. Lo abbiamo buttato, perché secondo lei scatenava qualche forza maligna, ma poi si è ripresentato dal nulla sul comodino. Da allora non sono più rientrato in quella stanza, ho paura...".

"Devo vedere quel diario... probabilmente uno spirito benevolo vuole aiutarci".

"In che senso?".

"Sono sicura che in quel diario vi è scritto qualcosa che può metterci in contatto con questo spirito. Chi lo ha scritto cerca giustizia come noi".

Seduto e immobile, Il mio corpo fu tutto un brivido.
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Profilo Autore: luke676  

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Commenti  

Sir Morris*
+2 # Sir Morris* 05-02-2016 16:03
Grande! :-)

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