rivolti al cielo,
punte intinte nel rosso
dei primi raggi mattutini
emergono dalla luce sublime
e ubriacante dell’alba.
Nel lago di Occhito
un airone cinerino in fuga,
spaventato dall’incombente
ombra di una nuvola scura,
batte l’acqua con le ali
e buca in volo radente
le brume d’ accesi miasmi
che si levano dalla sua superficie,
lasciando una scia
di onde concentriche.
Sulle alture del Gargano
il sole investe la brughiera
con una vampata di fotoni.
Tra le vigne vapori incendiati,
spezzati da veloci lame d’ombra
generate dai pali d’acacia,
irrompono come esplosioni gassose,
tra deflagrazioni silenti
e disastri luminosi.
piccole e rotonde
sotto la cascata dei capelli ricci,
guardavo il naso
con le minuscole caverne
aperte per farti respirare,
guardavo il neo sotto il labbro,
già,
le labbra carnose,
promessa di estasi infinite,
e la bocca che si apriva per parlarmi
e dirmi del mondo infame,
senza te;
guardavo estasiato la pelle del tuo viso,
di come la natura è dolce,
tutto ammiravo perso
e perdutamente preso,
e non mi sono accorto dei tuoi occhi belli
che mi stavano guardando.
nanni
Quante volte si muore?
Come le maglie di una catena
ogn’una è storia a sé
Si muore tante volte
come tante maglie spezzate
che cadono nella profondità del mare
I minuti passano
e così passano le ore
i giorni e i mesi, gli anni
Quanti noi stessi sono andati via
persi in tanti momenti vissuti oppure
soltanto osservarti
Come quelle emozioni e parole
scambiate, ormai volate
ed ora il desiderio di riviverle
è inutile, impossibile
O come quei discorsi fatti
mescolati alle risa o ai pianti
affogati nelle mani intrecciate
Ci son momenti
che il rifugio son nei ricordi
quelli sono la nostra storia.
una barba a bioccoli grigiastri
e un paio di baffi radi
con gli orli rossicci.
Gli occhi severi
incutono scrupoli
e non sanno divertire.
E’ un uomo all’antica,
gonfio in petto
e pieno di vento.
Di esso si pasce
nelle sue giornate vuote e assurde,
restando, alla fine,
con le mani intrise di brezze bavose
e di groppi densi di fumo misantropico.
Dall’alto della sua posizione boriosa
non dà confidenza ai derelitti.
Vive di chiacchiere
e, come tutti gli uomini finti,
gli vengono in testa idee, come zanzare.
taglia fiumi e cieli
coprendo il sonno
e la stanchezza
come dietro un flash
scorrono senza tregua
pagine da ricordare
fotogrammi da scoprire
in corsa perpetua
passa veloce
e non rallenta
sopraggiungendo dove vuole arrivare
e fermarsi
istantanea dopo istantanea
si svolge
per poi riavvolgersi
spruzzi di bianco e nero
spruzzi di colore
la mano tesa alle stagioni
avvolgendo paesaggi infiniti
lacrimando fiori
e spillando sensazioni
aprendo luci
su mari lucidi
raccogliendo ancora blu
da dipingere
in questo splendido viaggio
al centro di se stesso
Un pensiero
riesce sempre a determinare
Il bello o il cattivo tempo,
l’uscita del sole o pioggia asciutta
dentro il mio cuore,
a momenti alterni
in un continuo viaggiare
di pensieri che si accavallano
e si susseguono passando
da momenti di malinconia
a momenti di sogno ad occhi aperti
e tutto questo senza una parola
senza uno sguardo apparente
ed ho l’esatta impressione
di essere da sola in un vortice
che mi cattura e mi precipita
in un profondo pozzo
mentre tendo le mani verso la luce.

l’odore dei campi arati da poco.
La terra scura fumiga
e si riverbera nel sole germogliante del mattino.
I cipressi del camposanto
s’inzuppano d’ombra greve
come fossero spugne di buio.
E nell’inquietudine umana
vagano i miei pensieri innocenti,
scavalcando alberi
e colline.
E mi portano
in luoghi lontani,
tra disincanti
di picaresche emozioni
e di evasive elegie.
della solitudine
quando si adagiano
le ombre,
ti fisso nei punti di condensa
degli specchi,
ti ascolto nel fruscio della tenda
scostata inavvertitamente,
abbracciandomi ti cerco,
nel freddo fumo del mio alito
col dito
ti disegno!
Il mio pensiero è volato
trovando spazio in quell’attimo
dove mi sono seduta a lungo
Nel volo di quell’attimo, si è fermato,
affogandomi nel pensiero
In quello spazio speciale, ricamato come un arcobaleno
dove il tutto è possibile…dove tutto è prezioso
quasi a farlo diventar reale
come in un’altra e nuova dimensione
dove è possibile sentirsi, incontrarsi
E’ una parte del sentire viva
è dar vita, mescolando realtà con il desiderio
o anche solo curiosità, poco importa
E’ trascinante, dentro e fuori
c’è scambio e vive nelle vibrazioni intense
E’ la meraviglia della mente
del meraviglioso sentire
apre, allarga, ci sguazza dentro
si cambia scenario come più aggrada
e fa sentire, fa vivere e rivivere
quell’impossibile. Sorrido
sorridono gli occhi, sorride l’animo mio
è un piacere fino al godimento interiore
Son momenti che danno sapore
far rivivere i ricordi, senza fretta
arricchendoli di pensieri sfuggiti
intensificando i sapori, gli odori
Nella solitudine mi posso liberare
colgo quel pezzetto che in quel momento serve
rivive senza dolore anche se è andato
ricomponendolo, riprovando e risentendo le stesse emozioni
e poi magari, ringraziandolo e salutandolo con amore
Così scivola e forse, arriva proprio lì
dove vorrei essere o dove vorrei rivivere
Amo la solitudine, è davvero la mia compagnia
amica, amante, madre, sorella…me stessa
non potrei farne a meno di questi momenti.

tra me e l’orizzonte
silenziosamente ammiro
appaiono toni lievi
oltre l’aria
perdutamente immagino
riflesso nel cielo
scompongo il mio corpo
frammenti semplici
da individuare
parti complesse
da incastrare
tutto deve tornare
come appare nel riflesso
della mia mente
tra assurde passioni.
La realtà e la vita,
come un miraggio,
non si lasciano raggiungere,
si posseggono solo nel ricordo,
nella fantasia, nella parola,
nel racconto.
Luce cinestrina di lampada,
rumore di voci
sfrenatamente volgari
nel silenzio disincantato.
Vita glabra,
nostalgie
come piccole cicatrici,
pruriti
leggeri ed effimeri.
Forzieri della vita
in un paese aspro
e pieno di neve.
Nuvola d’illusioni,
sfinge dalle ali iridescenti
su un clivio assolato.
Come un rapsodo
d’antiche civiltà
giro il mondo,
zingaro ricco
di storie e visioni.
E nei miei sogni
le altrui apparenze
svaniscono in vuota foschia
o si spostano più in là
come un arcobaleno.
trasportato dal vento
ora qui
ora là
ascolta ed ammira
dalle note della primavera
un po’ su
un po’ giù
un pozzo infinito
un pozzo dove tutto si specchia
un pozzo dove tutto si mischia
un pozzo dove tutto finisce
ed inizia
non è stato facile
tra magie e maschere
indossare il mantello del cielo
guardare l’anima
scrutare la coscienza
frugare la mente
dentro quel pozzo infinito
quel pozzo dove non c’è confine
quel pozzo dove non c’è profondità
quel pozzo dove affondi
e riemergi
nascondersi ed ascoltare
senza alcun fremito
lontano da ogni brivido
non è stato semplice
passare sulle impronte
raccogliere ciocche di ricordi
comporre frammenti di corpo
quasi perduto
e guardare ancora
dentro il pozzo infinito
il pozzo dove trascini tutto
il pozzo dove tutto si chiarifica
il pozzo dove niente si perde
il pozzo dove tutto finisce
per rinascere
come acqua nuova e pura
Piove pigramente
il cielo è grigio sazio di lacrime
mi conforta questo tempo
più del sole splendente
la cui luce soffoca
i ricordi di te
che correvi sulla sabbia
abbracciavi la montagna
arrampicando sui sentieri impervi
Non correrai più
con fatica strappi briciole di pane
che alla bocca con mani tremanti porti
Non mi domando più perchè
non esiste un perchè
solo la certezza di una maledizione
divenuta la tua amante
distruggendoti dal troppo amore
Non impreco verso Dio
quale Dio sarebbe così crudele,
nemmeno il destino per bastardo che sia
giungerebbe a tanto,
Ho udito teorie sulla vita
che per esaltare eventuali errori commessi
ti mette di fronte ostacoli impervi
Per quanto puttana possa essere la vita
non ci credo, non ci voglio credere
e mai ci crederò
ruberò un po di luce alla luna
per non camminare nel buio più profondo
tira i fili della mente e li aggroviglia disordinati,
servirebbe stenderli su filari per i panni.
Inghiotte tutto e lo scrive su un pentagramma,
ne cambia le chiavi e chiude i lucchetti
con armature a 5 bemolli. E ti senti un Re (bemolle).
Bello il sole che filtra tra i righi!
Ha il sapore di fisarmonica nei giorni di festa
e i pantaloni li portavo con la piega come una cresta
e la cravatta ce l'aveva anche un sedicenne
come il cappio al collo di un condannato
e le sigarette nella tasca della giacca,
il profumo da barba di mio padre rubato,
il calpestio di stivaletti lucidati
e una ragazza che sorride
anche quando non sai chi è.
Sette giorni di domeniche.
Poi il passato a un tratto passa
tra i vetri rotti del presente
e diventa un ricordo perduto,
uno qualunque dei sassi lanciati nello stagno,
quasi un degente seduto
su brande a brandelli
in un vecchio ospedale di pazzi.
Non ricordi più niente,
tutti i giorni uguali immancabilmente.
Pensieri appesi ai lampioni della sera
che arriva troppo lesta,
senza giorni di festa.
E ci si trova a ridere di se stessi,
delle imprese e dei mancati successi.
Coi vecchi amici seduti come tanti gessi
senza lavagna, senza processi.
Si guarda impotenti
il volare libero degli uccelli
e negli occhi tanti mulinelli
a riprendere fili di memorie lontane,
profumo di pane,
viali di erba d'estate.
Memorie a lucchetto celate.






