Si prese il cielo di notte e la musica delle galassie

prima di tornare a casa. Era stato via troppo tempo

e nessuno più lo riconobbe quando aprì le finestre

della cucina. Proprio lì dove in un giorno di marzo

di tanti anni prima aveva chiesto a lei di sposarlo

e non ne aveva compreso il rifiuto. Quel tarlo

gli era rimasto dentro, aveva fatto ogni sforzo

per capire, ma non ce l’aveva fatta. Le giostre

del cuore erano proseguite, ma quell’inciampo

avrebbe segnato un solco nelle sue ansie.

 

Quel giorno la rivide, era invecchiata

ma sempre bella, finse di non riconoscerlo

fu lui a stanarla col suo sorriso migliore

il tempo non era volato, era il tappo

nelle parole, la ruggine negli occhi

la cenere negli sguardi, gli scarabocchi

nel respiro. Pensò d’avere un ceppo

nel petto e ricordò in un lampo il grigiore

dei giorni senza lei, poi senza volerlo

chiuse gli occhi e rispose a una telefonata.

 

Di una delle tre figlie dell’ultima moglie

la quinta della serie, l’ennesima strega

di un percorso a ostacoli nei boschi

dell’amore senza virtù con vista sull’inferno.

Lei, al telefono stava urlando dal dolore

le doglie erano iniziate, il chiarore

del sole era svanito nel giorno d’inverno

in cui aveva scoperto gli affreschi

dell’alba negli occhi della figliastra, la droga

nelle sue cosce e la prigione nelle sue maglie.

 

La figlia, l’unica sino ad allora, l’avrebbe chiamata

Luna, come l’amore della sua vita, la donna

smarrita che aveva di fronte e che in un giorno

disgraziato gli aveva detto di no. Chiuse il telefono

e lo spense, poi vuotò il sacco come fiume in piena

lei lo guardò inorridita, poi sul suono della sirena

lo baciò in modo appassionato. Il sassofono

vibrò nell’aria e l’acuto fu del primo violino

l’orchestra intera aveva decretato la condanna

senza appello. Fu quella l’ultima giornata fortunata.

 

 

 

 

 

 
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