ancor prima d’indovinar perché,
posa le tue mani su di me
e… accarezzami, madre mia!
Come allora, antalgico sarà
quell'indugiar d’esperte dita
sull'umido spasmo delle gote.
Quando ti chiederò perdono,
ancor prima di concedermelo,
metti gli occhi nei miei occhi
e… accarezzali, madre mia!
Come allora, fluido sarà
quel complice danzar di sguardi
di un amore impareggiabile.
La certezza dei tuoi occhi
è un inchino di mare
in un tramonto di maggio
ed il miele dei tuoi abbracci
un raggio di sole ad indicar
l’indirizzo del mio tenero io.
E siamo cuori della stessa vita,
parole della stessa anima mia,
l’indice dei miei giovani pensieri,
la carezza del mio tempo più bello.
Cara madre,
scrivi per sempre i miei alfabeti,
naviga nei miei silenzi
come un marinaio
ad inseguir le stelle,
consola il pianto dei miei inverni,
son qui, a rileggere
il diario dei nostri battiti.
Mamma … un nome così breve ma, assai lungo,
lungo tanto quanto la nostra vita, forse di più,
lei è volata in cielo, sono certo l’ha voluta Dio
ma è anche insieme a noi e mai ci abbandona.
E’ dentro al cuore dei suoi figli, della famiglia,
nel cuore di chi l’ha amata ed ancora l’ama,
si sente sempre forte il suo respiro, il suo fiato,
ogni lacrima versata per il suo grande amore.
La vedo ancora li, seduta al braciere,
in quei giorni lunghi e freddi invernali,
con ago e filo ed i suoi grandi occhiali,
rammentava i buchi dei nostri calzini.
E quanta pasta di casa abbiam mangiata,
maccheroni, tagliatelle ed anche lasagne,
servita a tavola fumante era gran festa,
con ceci e fagioli era grande squisitezza.
Le gocce di sudore le ricordo bene,
le versavi li, in fondo a quel bucataio,
di sera o di mattina, non contavi il tempo,
né feste, né domeniche, non ti fermavi mai.
Ricordi di te ce ne son tanti,
sarebbe difficile anche solo elencarli,
ed anche se noi li conosciamo bene,
non basterebbe un libro per raccontarli.
Ricordi belli ma anche ricordi amari,
di una vita bella ma anche sudata,
per ridere o piangere, basta rimuginare,
chiudo gli occhi e poi mi tocco il petto.
E’ difficile ch’io scriva di mattina
perciò
lascerò le baruffe riguardo l’aiuola
alla matita e la gomma per includere
od omettere la u, pacherò l’uggiolina
invece or ora con olio e pane.
Fisso un punto qualunque…
Il vento corre sui fili d’erba dell’aiola
lasciandomi un inspiegato brivido.
Scelgo sempre io se quella u rimane
o se sbiadisce, ma questa mattina
il vento leggendo la tua emozione
mi è sceso sulle spalle portandomi
i lacrimoni che son sul tuo viso senza
lasciarmi scelta, su questa fogliolina.
Conto di un fascio le rose
e memorizzo le spine
staccate per dispetto
infisse ad una ad una
nella balza del tuo seno,
non per coltivar dolore
o tingere di rosso il cuore,
ma a suggellare il mio timore
che un sol fascio di rose
non basti a confessarti
il mio amore.
Quanto ha patito, prima della Resurrezione e in questa scultura è
tangibile la sofferenza . In quel velo , è stato avvolto quel Corpo
che giace stremato. Buon Dio, accogli le nostre preghiere domani
è Pasqua , la piu' solenne celebrazione Cristiana e in attesa della
Sua Resurrezione , in meditazione e silenzio.
Aiutaci a modificare , il nostro atteggiamento affinchè noi possiamo,
riflettere, che con carità e fede si vive in modo migliore.
Sostieni la nostra anima, illumina le menti poichè la luce diventi ,
diventi gioia e pace. Allontana le tenebre del peccato, siamo semi
pronti a germogliare , per diffondere il Vangelo.
Amen
Era una passione lenta a morire
soddisfaceva l'orgoglio ferito
mutava la rabbia in inutile odio.
Se soffocava il marciume in gola
non si accorgeva del rapido rantolo
ostinata incapacità di ravvedersi.
Soddisfatta lieta e consapevole
armeggiava col taglio delle parole
ferita sorda all'insurrezione violenta.
D'aver vinto credeva la mala partita
stolta nel rifiuto di sapere della sorte
l'avrebbe colata di nero fluido manto.
che sento dentro e che mai mi lascerà.
È il momento in cui chiudo gli occhi,
e "fuori dal mondo" mi lascio sorprendere
da "nuvole bianche", "oltremare" e
da un amore puro "sotto falso nome"...
che mi tortura il cuore e non mi frena le dita,
sui tasti violenti e delicati di un pianoforte.
Ascolto, in ginocchio, sento e chino il capo,
dinanzi a un "divenire" essenza, la melodia scritta,
con maestria e poi risuonata "ai margini dell'aria"
di un respiro trattenuto di "una mattina" di
un passato e un presente che va "a fuoco",
ad un ritmo che... corre e va veloce nella mente,
fin dove vuole "andare" e in "giorni dispari"...
"ritornare" "in un altra vita".
Ho sempre trovato
C’era una volta stantio
come l’occhio del faro
sul mare increspato.
E quello che non c’è mai stato
nei vicoli di ubriachi, portieri
d’albergo e puttane quando la notte
si sveste di un qualche cielo stellato.
Nei flutti talvolta ostili di un passato
e negli sguardi insonni di quei vicoli
finchè non finiscono, c’era una volta
un uomo di cui non vi ho parlato.
Percorsi accidentati dove spesso
il piede piega e il dolore monta,
andrebbero nettati degli intoppi
per ritrovare il regolare passo.
A volte accade di chiamare spasmo
quel che ci accade forse per disegno
o solamente per attrarci addosso
oscuri segni d’abbandon protratto.
Come al tramonto sempre segue l’alba
e l’alba lascia il suo posto al giorno
e poi la luce fodera il meriggio
fino al predare delle stelle i lampi,
così vorremmo - anzi dovremmo -
rismerigliare della vita il nastro
riassegnando il ruolo esatto esatto
a quel respiro che se pur ci illude
almeno ci consente d’esplorare
percorsi nuovi dove sgambettare,
giardini arsi da ripristinare
con vanga e linfa che procureremo
in quelle ore, quand'anche per errore
si riesce - sì - ad esser giocolieri,
maghi speciali in vena di pazzie
o umili artigian d’un salva vita.
Tornerai a brillare di sole
tornerai a far luce
nel cuore
due parole al cielo lassù’
Italia mia
sola sei tu .
Vuota di parole
vuota di magia
vuota di profumi nella via
vuota nelle piazze
vuota nei musei
vuota nei pensieri miei.
Troppe lacrime
oggi germogliano
un sussurro di baci
arcobaleni appesi al sole
aquiloni forse
solo illusioni .
Ti ascolto e mi culla la musica
mentre il vento
sposta lo sguardo
ed ora abito
dove tu abiti
malinconia .
Torneranno le stagioni
torneranno gli amori
tornerà la frenesia
tornerai a vivere
Italia mia.
Il poeta stringe i ricordi
ai silenzi del suo mare,
naufraga sulle scrivanie del petto
come un raggio di luna,
rimedia pinacoteche d’anima
ad accender le rime dei tramonti,
ama spiccioli d’infinito riflesso
sulle guance dei papaveri.
Il poeta disegna
il violino delle sue notti
frazionato in rugiada di cielo,
l’inverno dei suoi folli baci,
il tempo dei suoi vecchi sguardi,
il teatro dei suoi perduti battiti.
Il poeta lacrima di solitudine,
apostrofa la poesia del suo io,
è un eclissi di parole
crocifissa alle sue pagine,
poesia,
ara ancora il suo grembo,
come un ritornello di farfalle
accoccolato nell’immenso.








