Avevo paura per te
quando guardavi negli occhi quelli oltre il confine.
Ti avrebbe accettata chiunque,
senza capienza d'origine,
per il solo fatto di macinare quella gentile malizia del falò.
Era l'arabo perduto nel suo stesso mondo
e non aspettava altro che quella verità microscopica
mostratagli da te in un albergo a cielo aperto.
Le loro donne non ti vedevano di buon occhio,
potevi essere benissimo la parte demoniaca del diamante.
Avevo paura per te,
soldato sconcertante e sconcertato in missione di pace
e insolita balia per quei bimbi orfani di ideali.
Capii di non doverti alcuna protezione
quando mi mostrasti il carro armato di legno
fatto da quel Sasha in un giorno di pioggia.
ma l’avverso e crudo destino
la madre per altri viali portò.
Il frugoletto, oltre al yo-yo,
ebbe le tenere cure dei nonni.
Il pargolo, divenuto fanciullo,
dormì tranquilli i suoi sonni
e dei nonni fu il vero trastullo.
Elementari, medie e superiori,
ma al ricevimento dei genitori
la madre fu assente all’appello
e la domanda fu vero martello:
“Hai tu una madre o non l’hai?”.
La risposta fu cagione di lai.
Un dì nella stesura di un tema
alla penna diede il suo cuore
e l’inchiostro dipinse il patema
di chi non ha materno l’amore.
Letto ciò che scrisse il discente
la docente, costernata, esclamò:
“Il tuo quadro è nero e dolente,
quindi, al bisogno, io ci sarò”.
L'ALUNNO ALLA SUA INSEGNANTE:
La felicità, forse, esiste in terra,
ma sol nell’urna dov’io riposerò.
Pure l’amore nel mio cuore erra,
ma se lo sfioro, tosto lo perderò.
La tua lettera, Valeria, è la speme,
che mi toglie dal baratro esiziale,
della gioia giorno e notte è seme,
nonché lanterna per il mio ideale.
Insegnavi, ma ti sentivi mamma,
leggendo l’affanno del mio cuore.
Il giusto ruolo a te più confacente
con grazia mi leniva il dramma,
affievoliva ogni dì il mio dolore,
mi schiudeva l’anima e la mente.
La radice verbale del tuo nome
compendia le tue parole, gli atti,
la premura di docente e mamma.
Aurora sarà il tuo soprannome,
sorella di Elios e di Selene, infatti
ai miei dì hai dato luce e calma.
Il tempo fugge, però non cancella
il tuo ricordo, che per me è vita;
io non ti oblierò, anima gemella,
tu sei il balsamo per la mia ferita.
con la speranza
d’imprimerli ancora,
avranno orme
da coltivare
sarà un tramonto che lascerò
per un’alba a venire.
Conterò ogni singolo passo
che la terra mi dona
avendo cura di
non alzare polvere
per non annebbiare gli occhi
di chi ancora ha forza di sorridermi.
E taciturno lascerò impressa
una scia
dove ogni lacrima
potrà dar pace all’anima
di chi
non sa più camminare
senza un sorriso.
nero come l'inverno polare
che perderanno l'anima
i tuoi incauti amanti
agnelli sacrificali
sull'altare dell'amore.
Diavola assetata
che ti bevi la disperazione
come fosse miele,
miscelandola nelle vene
con i tuoi globuli avvelenati,
fiele da iniettare
al sapore di baci.
Regina degli inganni
è nei tuoi occhi scuri,
atomi siderali,
che si spengono i soli
e cadono i mondi
di angeli innamorati.
Da quell'oscurità sfuggire
vorrei, se solo sapessi io
-pirata della notte-
quanta luce rubare al cielo
per incidere il tuo cuore
di stelle.
Aperitivo rosso fuoco
di caldo desiderio al sole,
antipasto dolce salato
con retrogusto
di carezze tiepide,
primi da gustare
assaporando occhiate
che peccaminose annunciano
paradisi larghi,
secondi forti
dove labbra invitano
ad agguantare il cibo
con la foga- invito della bramosia,
il tutto avvolto
dal pane d’amore
e companatico di passione
e il contorno fresco
dei tuoi baci al suono
di un violino complice
della tua bellezza.
Conclude il vino
l’armonia soave
del tuo abbraccio magico
che m’inebria il cuore.
La pozzanghera fa sprofondare un altro po' i guidatori
e la borsa del pastore viene punita per esser nata lì.
Nata così.
Nel bicchierino l'aria trasmuta in monete
e il semaforo cambia troppo in fretta.
Coppie di scarpe allacciate fra loro
lì sopra i fili della luce.
Corrono via come aspre sviolinate,
con i finestrini barricanti dal suono
e gli alberelli a profumare fino alla nausea.
Il giorno cerca in ogni modo
di evitare quel famoso discorsetto
e quel vecchio trucco che non è un trucco
non funziona più. Come le gambe.
Evapora l'asfalto, non i bozzi.
Lo svanimento istantaneo
e l'imbarazzo di un tramonto inquinato:
io c'ero, e forse sono stato punito
per non esser nato lì. Nato così.
e ho altro viso, altri occhi e altri capelli
tu scrivi e condividi
i miei sorrisi, le amarezze
gli inciampi della vita.
Mentre mi guardo allo specchio
con te non sciupo il tempo
ma la carne si sfalda
fino a diventare liquida esistenza
e scivola in un imbuto di dubbia appartenenza.
Cresce la voglia come una morsa
che soffoca il mio petto
allungo le mani
afferrando un’ombra:
le parole si dispongono strambe per dispetto.
E provo anche eccitazione
sublimazione dei pensieri
nel perverso gioco dell’alienazione.
Portami via da qui
parlami di parole senza senso:
i perché sono risposte avvolte nel vento.
Portami via da questo foglio
mano nella mano
su l’unico scoglio di un Oceano ormai perduto.
si compie una magia
lassù nel buio.
La corsa della cometa,
gira attorno ai pianeti, li sfiora,
li illumina per un secondo.
Bello vedere cosi il mondo
un sogno...rende tutto più facile,
la vita appare più luminosa.
Forse
andrò in paradiso
o forse all’inferno.
Amiamoci
prima che
sia troppo tardi.
E si posa leggera
tra un incanto d’aurora
ricamando contrasti di luce
fra raggi di sole.
Una rosa…
Sorseggiante follia
nel maestrale si specchia
Ed è un dolce ricordo.
Là dove l’alba è infinita
e l’ulivo fa ombra
ora giace e riposa.
S’ode un dolce richiamo
son le nuvole
ancora irte di spine
d'una rosa
che non voleva appassire.
dissipati in quei pensieri
che precipitano giù come petali
verso il freddo tagliente
che ruba caldo alla pelle
fino a soffocarne ogni dire.
Il fremito delle stelle
prova a destare il mio cuore
ma ogni loro riflesso
si perde negli sbiaditi ricordi
dentro il silenzio della svanita anima
rincorsa dalle foglie d'autunno.
E anche il silenzio piange
liberando infide note
che incrociano mura di lamenti
erette dal vento della notte
mentre stringo forte
il tuo ricordo
e ciò che mi rimane di te
in questo momento.
Chitarra e bandonéon si spremono l'amaro,
l'ho sulle punte dei cancelli del diadema,
e mi verrà giù a gocce come già
succede alle stelle che sembrano così vivide -
chi può sapere infatti di quei luminari
i loro dolori colossali
e del loro interno sognare di Titani.
(Applausi).
anche se il vento non mi porterà in paradiso
E continuerò a seguire le orme
anche se le orme non mi porteranno all’amore
E continuerò a seguire la scia nel cielo
anche se la scia non mi porta da dio
E continuerò a seguire il mio io
nel passo blasfemo e istinto di lupo
E continuerò a seguire il silenzio
per trovare le parole nel momento opportuno
E continuerò a seguire il mio cuore
nel dirupo di continue sconfitte
E continuerò a seguire la stella
quella lontana, quella eterna
quella che alimenta la mia utopia
madre, orizzonte, sorgente
sulle note di un pensiero stonato,
certe notti puoi rompere
la simmetria di braccia parallele,
quando il culmine del sogno
è una cuspide,
instabile, insipida.
Il giorno vivi ramingo,
come una coda di cane triste,
nel trepidare di venti lontani e vicini,
mentre il canto degli spazzacamini
colora un sorriso come il tuo,
come la tua presenza
che ha il colore di sciarpe sbiadite
che salgono le scale del buio.
Certi attimi puoi ripararti
dietro lo scintillio di un nome sacro,
tra le tue dita di artista d'incubi.
Ma riprenditi pure le tue sillabe
sfilacciate da questa vita,
la tue quattro linee di sagome essenziali:
con geometrica indifferenza,
tuo, sorriso primordiale di pietra lavica.
piange oro dai petali e sorride arco al sole
abbraccia amorevole la quercia lode al divino partorito
caduca linfa di vita dalle radici di dolcezza ariosa
Ignari occhi risucchiano il dono di figli prediletti
all’oblio della consapevolezza nella culla di beltà
riversi al riamato muto nello smembrante smarrito
atavico tempo impigrito costretto alla risalita del declivio sacro
volto al rendere vertigine vergine il ricadente astro tombale.
Lo scorticato cosmico arcano enigma vive l’intimo gesto
l’escavazione ancestrale su acque devote e polvere d’ossa
nella più piccola metamorfosi di morte
congiunta sino all’amata esaltazione di creazione.
Il divenente respiro è calma abulia in parvente ascesa
artefatta movenza muta d’anima e corpo alla crepa.
Sul seminato il saggio ha lacere piaghe di discernimento
specchio d’immenso, sofferto eco d’esule pianto
fino a ritrovarsi insanguinato cedimento all’amato fianco .
L’atto è poesia, fragilità di visione nella fornace del volto.










