Giace in una fossa sotto i carrubi
intagliati in cuprei contrafforti.
Distanti si sfibrano poche nubi,
ripide ombre su botri contorti.
Illusioni così presto infrante,
lacrime asciutte, grida soffocate,
i singhiozzi del ghibli sull’Atlante
fra le dune e le gole strinate.
Vedovo l’uomo, ora perde il figlio:
“Lo vuole Iddio”, ma il dolore
macera nell’assenza. Come artiglio
l’anima dilania e il cuore.
Chi sognava giorni pieni, felici
giace tra le pietre del deserto.
Alligna il male con le sue radici
nel fato umano, iniquo, incerto.
0-2 :-(
15-08-2026
Ti rapisce il tramonto color pesca.
Fossi come te, un tenero boccio
che la timida rugiada rinfresca!
Ma io so e vedo. Nel cuore ho un coccio
che squarcia la vita, quel che ne resta.
Ti bei del brillio sul lungomare:
i fuochi verdi, i giovani in festa.
Così si consumano vite ignare,
ebbre di oblio e indifferenza.
Fede, voti, promesse… niente giova,
se l’unica verità è l’assenza,
ora che sotto la cenere cova
il gioco inestinguibile, l’azzardo.
Inali il gusto salso della gariga,
scocca il sole un ultimo dardo,
scende la notte, riga dopo riga.
Se avverto il sentore della fine
- c***i, interludi, incagli -
sogno il non-essere oltre il confine
e sembra che il firmamento si smagli
fra i ciuffi di ginestre e la scogliera.
Ti scosto dalla fronte i capelli.
Ridi: negli occhi la luce sincera
di un sogno… Ma io, i miei rovelli,
mi accorgo che niente mai si riscatta.
Contemplo l’universo che si sdoppia:
la realtà, non tocca, già disfatta,
straripa in me il sangue e scoppia.
E scorsi dall’abisso l’enimma
aliare su flutti profondi.
In vortici imi di mondi,
fulgido il serto e lo stimma.
La sabbia incrostata dal sale
scopersi emergendo dal vuoto,
del giglio, del giunco, del Noto
il movimento in flusso irreale.
E seppi aggiogare le belve:
in lotte mortali le strinsi,
poi l’acqua e il fuoco sospinsi
ad attraversare le selve.
La considera Vita la gente
che discerne il falso dal vero.
Io domino tutto e vo fiero,
lasciando ai miseri il niente.
Mi pasco di gioia e di pena,
ché la prima all’altra cede.
Distruggo le cose e non vede
l’umano la ferrea catena.
0-35-0
azzurri aloni di televisori,
percezioni e spazio fuori posto.
La fine sia dentro sia fuori,
nei pensieri torbidi, nei cortili
dove ora s’ingromma lo squallore.
Nel cielo nuotano "nubi" sottili,
la luna avvolta in giallo pallore.
Attimi più lunghi di millennî, schegge
di sirene, il respiro indurito.
Qualcuno dorme, qualcun altro legge
rincorrendo un miraggio sdrucito.
Livida notte d’agosto: gli alloggi
sono loculi e noi siamo morti.
Senza ieri né domani né oggi,
siamo ombre e non ce ne siamo accorti.
0-33
Il prigioniero è legato a un’ara
di diaspro. Il *** d’ossidiana
*** il torace. Cruda e amara
la sorte per il vinto. Inumana
consuetudine tra i fieri Aztechi,
dalle pareti del tempio promana
morte. Il Colibrì, gli occhi biechi,
non mai è sazio d’***
Gli ierofanti fanatici, ciechi,
moltiplicano ostie e ***.
Il misero, madido di sudore,
fra gli strepiti e le orazioni,
è ***. Palpita il cuore
*** dal petto. Il sacerdote
gli *** il *** con furore.
Gocciola di caldo *** la cote,
tra le *** lancinanti del ***.
Orribile *** infine scuote
le membra. Esecrando è il sacro.
7-30-19!!!
Accigliata la luce che si squarcia
ancora estranea al mondo, in fuga
verso il limite. Coscritti in marcia:
li attende la Moira di biechi araldi.
E’ questo il tragitto, una curva
a strapiombo sul destino. Gli scaldi
inneggianti all’ecatombe, s’incurva
lo specchio, dal fuoco devia l’orbita.
Se resta una speranza come gruccia,
nel crepitio di consumati ceppi,
astrologhi l’epoca che esorbita,
ma altro è il segno che ti cruccia:
il sentore il significato s’inceppi.
14-07-2026 - 13!!!
Tra cenere e macerie
l’aria ridotta in polvere,
povere madri innocenti
bambine tra le rovine
ombre di vita grama
tra grani di polvere,
ulivi secolari sepolti
la pace cancellata
il respiro soffocato
la polvere in un soffio,
un guercio vede oltre
uno scorcio di sole.
"L’io è una prigione da cui non si può evadere nemmeno con la morte".
Che cos’è quest’angoscia che s’incava
nel vuoto? Ne intravedi i contorni,
odi l’eco del vento da una cava
abbandonata. Ripensi i tuoi giorni
allinearsi monotoni, inutili.
Non esistono spazî su cui s’incida
un senso. Vacua l’aurora, futili
le ombre. Nel desiderio s’annida
l’urlo muto: il buio è disfatto,
lo specchio opaco, stinta la carta
da parati. La voce in uno scatto.
Incespica, poi nel silenzio s’incarta.
Ora il dito titilla il grilletto,
un istante… Se Egli non ascolta,
nero il destino, rosso il letto.
Oh vita, data e subito tolta!
07-16-5
- La vita è un inferno incapsulato nell’Inferno.
Non possiamo fermarci,
la vita è la via che costeggia
un paesaggio immobile.
Portiamo una valigia di parole,
armamentario inutile.
Incontri,
intersezioni,
scambî,
niente da scoprire.
La differenza tra il passato e il presente
è solo nel diverso grado di sopportazione.
Non ci si può fermare:
se non è l’inerzia o l’abitudine,
è l’orrore venduto come paradiso,
la morte che germina in ogni cosa.
Siamo in viaggio
e l’Inferno è il cammino
come la meta.
La morte deve attendere.
Sedersi in silenzio sulla soglia,
senza fretta.
Ha tempo infinito dalla sua parte.
Io no.
Ho ancora un pensiero da finire,
un ricordo da attraversare,
due volti da custodire e conoscere
un'alba da guardare negli occhi.
La morte deve attendere
per ascoltare gli ultimi pensieri.
E forse, quando arriverà il suo turno,
scoprirà che erano ancora
pensieri di vita.
I miei
Ho sovente rincorso l’infinito,
oltre le apparenze, gli esilî
del presente. Lontano il mito
delle vette, oltre i cirri sottili.
Qui il glicine abbraccia la loggia
e il vento calmo incide qualche ruga
sull’acqua del Benaco. Oh, la pioggia
delle stelle, il tenebrore in fuga
di là dai sogni che non furono mai!
Ritrovarti nei volti cancellati
dalla memoria, nel folle viavai
di momenti corrosi, scorticati.
E già triste la fronte si corruga
e sento il vuoto che empie il cuore,
l’angoscia che adagio prosciuga
gli slanci, divora ogni colore.
Invano il buio laggiù si diluisce
e l’alba orla di rosa il gelsomino.
Così, mentre l’animo s’incupisce,
mi chiudo nel mio muto destino.
06-22 EE 07-3 EE
Vetro smerigliato la luce opaca
del pomeriggio. Nell’ora che anela
all’eterno, nel tedio che non si placa,
inseguo il bianco soffio di una vela.
Tu, noi, gli amici, parole piene
di niente. “Niente sarà come ieri”:
non badano alla pena che preme
il petto, a chi sono, a chi eri.
Mi manca il silenzio intarsiato
di promesse. “Fu solo una chimera?”
Mi manca il libeccio ricamato
di sogni nel respiro della sera.
Vicino all’abat-jour la tua immagine,
una lacrima, lo sguardo lontano,
un libro d’ore, sgualcite le pagine,
benedicevi con la scarna mano…
L’amore di una donna, un figlio,
i giorni uguali ai giorni, l’amaro
nettare della vita. Nel groviglio
delle delusioni nessun riparo.
Sono andati via: scosto la tenda,
è tornata la quiete e sono solo.
Attendo che un astro s’accenda.
Si spezza un raggio, muore sul molo.
06-20 EE
Collidono gli accenti, si smembra
la verità che l’incoscienza nega.
Il mondo adesso è quel che sembra,
un incubo malvivo, una piega
nel tempo dove il buio s’assembra.
Il nodo della sorte non si slega,
se ricuci i tagli sulle membra,
mentre il rasoio del sinibbio sega
il cielo. Felice chi non rimembra,
chi al sogno sanguinario non si lega.
Dimentica che cosa ci fu tolto,
distogli gli occhi da occhi senza volto.
06-06
Sil. 1-4
Tessete, o rondini, esili trame,
quasi il cielo fosse ancora un regno
azzurro e non squallido velame,
come se la vita fosse il disegno
d’un dio saggio e non scarabocchio.
Cabrate agili, sùbiti decolli,
tra fili di vento un nero crocchio,
danza agitata, movimenti folli…
Ed io che ti rivedo nella larva
della memoria, in questi giorni
incrostati, falde bigie di varva,
congedi senza addii né ritorni,
fingo la vita, la farsa consueta
- sorrisi abbozzati, i soliti incontri -
in cuore una pena atroce, segreta,
emozioni in incessanti scontri.
Così, mentre ormai varco il confine
tra il vuoto futuro e il nulla passato,
guardo nella sera le stelle: spine
pungono l’orizzonte desolato.
06-6
