Forse questo posto mi guarirà,
così profumato e caldo,
da galassie periferiche di caramello,
una lenza sembro, e di lino,
gettata nella lentezza -
forse questo posto mi guarirà.
Mi trovo già sotto la testa un paio di cinguettii,
forse il primo,
forse gli ultimi,
il sembiante di una Lei che è tutta appesa a un filo.
Forse questo posto per davvero mi guarirà -
i libri li avvolgono nella pagina degli avis mortuaires -
mi chiamano automezzo,
ma sarà per gli occhi mancanti.
"Agli scrittori piace solo la puzza dei propri stronzi"
Charles Bukowski
La poesia è merda
è lo sterco
di un'anima inquieta
di un cuore folle
che si confonde
e non riconosce più la realtà
dalla sua stessa ambiguità.
La poesia è merda
prima rapisce
e poi ferisce
falsamente lenisce
un dolore cronico
un male cosmico
un amore patetico.
La poesia è vomito
fetore decomposto
conati di miele e veleno
è un pugno nello stomaco
che non riusciamo
a farne a meno.
La poesia è merda
putrida esistenza
bava scarabocchiata
su un foglio
di carta profumata,
carta igienica.
La poesia è merda
è esaltazione
commozione, riflessione
la condizione necessaria
per fuggire via
da quello che
non riusciamo ad accettare.
La poesia è merda
è l'atto finale
di empiriche allucinazioni.
La poesia è una fogna
dove affoghiamo la morte,
la nostra gogna.
La poesia è defecazione
la liberazione
di quando ci alziamo dal cesso
e sospiriamo soddisfatti,
culo pulito
effimero successo.
in sella ad un cavallo
nero e bianco.
Sento il vento
trapassare
il corpo.
L’odore dei prati
gli alberi quasi spogli
sta per arrivare l’inverno.
Nel silenzio della campagna
solo il rumore degli zoccoli
del cavallo che galoppa.
Sensazione
di libertà
di solitudine.
La pace
dopo tanto rumore
e tante parole.
Ricostruiamo
i colori
del mondo.
Galoppiamo verso la libertà
in questa società
in bianco e nero.
Forse
rivedremo
l’arcobaleno.
un tramonto sfumato di colori
arrugginiti nel tempo
copro i giorni di verità
verità senza ombre
che scaldano le mani
che fredde dell'inverno
si posano su un sole
che risveglia il letargo
e poi tappeti di foglie
trasportate dal vento
un sole, lo stesso sole
che dalla finestra
entrava e tu non ti accorgevi
del calore intenso
che lasciava senza tracce.
né ricorrenze né devoti.
Semplicemente sono:
suono di silenzio,
eco lontano
di vicinanze dimenticate.
Disciolgo pozioni
di sua santità emintessima
nei fondi di caffè di periferie in fiamme.
Abbraccio puramente carnale
alle anime incatenate
agli artefici di elucubrazioni
senza anima.
Sudore di profughi,
sciame di desideri
troppo pesanti per ascendere
verso un qualsiasi cielo,
tela di stelle e sottofondo
di canti di libertà di oppressi.
del nuovo anno
gli occhi ad aprirsi
la sensazione di rinascita
di un Sole
che celebra il suo spazio
L'aria intorno invita a ritrovare
il profumo della mattina
Lo scorrere del tempo
sembrava naturale
in questa clessidra
che non è possibile capovolgere
Ho confidato a te
quello che sono
ho trovato il mio riparo
il dolce conforto
nella tenerezza del tuo sguardo
resta indelebile il ricordo
indefinibile nel suo bene
di sensazioni e vincoli
smarriti nel tempo.
Bohème
Spensierato e senza regole ti vissi,
aurea fase della mia età più bella,
pregna di novelli e puri sentimenti.
Devo a te ciò che un dì io scrissi,
Musa, che mi abbellisti la favella
e il cuore, allor scevro di tormenti.
Il vento allor soffiava in poppa,
e la rotta misconobbe la procella;
la gioia ed il vigore sovrastava,
Ebe, enofora divina della coppa,
fu sempre del nettare l’ancella,
che il dì e la notte m’allietava.
Or sei nei ricordi, mia Bohème;
Ebe non più versa il suo liquore,
je ne reconnais plus moi-même,
ormai vivo in atarassico torpore.
Tutti i miei scritti, inseriti in questo ottimo sito, sono già stati pubblicati da vari Editori dal 1971 al 2014
dentro lo sprofondo
di un fuoco ravvivato
da carne sacrificale
in un altoforno come altare
dove lavorare, piangere
morire spremuti di energie
con fiato solo per pregare
e dall'esterno
qualche sprazzo di luce
di un sole oscurato
tenace nel bagliore
dietro la coltre di nubi grigie
come l'uomo che batte il ferro
bagnato da lacrime
fendenti il disperato schiavo grigiore
di una fabbrica
cimitero di anime
esistenziale respiro urlato
mentre un uomo impassibile
nel dolore di un mondo
che esplode in scintille
batte il suo martello
tenace duro mai umiliato.
No.
No, no.
No, no, no.
Non è vita questa,
non può certo esserla.
Come succhioni e polloni,
come tante gemme latenti,
noi si piange un pianto sottile
interrotto soltanto da un trillo:
dal maliardo canto del cardellino.
Siamo i germogli in attesa del sole
percossi da un vento aspro, cattivo,
che cercano solo rifugio sul tronco:
sulle sequoie di Grant e Sherman,
sul Castagno dei Cento Cavalli,
sul maestoso Albero di Tule,
sul monocono vetusto
dell’Ilice di Carrinu.
E sul Sant’Agata:
l’Arrusbugghiasonnu,
che alcuni addormenta
e altri ancora li risveglia.
Proprio come fa la natura
con noi due povere talee
che un giorno si danza
e poi l’altro si vola.
È così, non può cambiare:
prima il gelo e dopo il contadino,
prima tanta fatica, poi il taglio netto.
Meno male che siamo cresciuti vicini, amore,
e che nessuno, a parte noi, può capire
l’argot del vento e del cardellino,
la fredda lama di una forbice
che non chiude un ciclo,
ma in realtà lo apre.
rovesciandoti sottosopra
anche quando il colore
è sprezzante ed accesso
rimani lì senza nulla
da dire
ed io sono il tuo specchio
mi faccio sferzare
da quel che porta il tempo
rimango inerme
a ciò che le mie forze
vorrebbero fare
chissà se come te
dopo un volo leggero
planerò lontano
e cadrò là dove nessuno vede
A immaginarmi gola di deserto
dove la sabbia si mescola al sole poi ritorna
taglia in due lo sguardo, lo fa pianeta e specola.
Senza scienza cerco una chiave
per uscire dall’opera col fascino del poi
attorno a grani sconosciuti.
Potere una rivolta (potrei) ma tutto è così calmo,
la sete aspetta ancora il bere. Sto attaccata alla luce
come un vegetale aggiungo un altro cerchio.
Ho voglia di lasciare un segno, sia pure una rottura.
Passanu l’anni, li misi e li jorna,
ma lu to pinziri sempri mi torna
nni la menti mia tantu malata
di lu mali ca nun dura ’na jurnata.
La me vita fu chijna di spranzi
a la luci di lu suli e di la cannila,
ma lu distinu cumannà li danzi
e lu me cori ristà ’n cauzi di tila.
La gioia di l’amuri dura picca
e, si si fa quarchi prugettu duci,
già si senti la vucca amara e sicca
e lu iurnu pari notti senza luci.
Di tutti l’ervi nun sinni fa un fasciu,
ma iju parru certu di la me surti,
ca mi detti piaciri e pua lu sfasciu
comu la fimmina prena ca aburti.
Pri tanti peni sufferti nni stu munnu
pua l’omu si scannalia di lu fucu
e ci tira luntanu, sapinnu lu iucu,
ca di spirtu lu fa passari pri tunnu.










