Era da tanto che non prendevo un treno,
non sentivo il binario vibrare nel cuore,
non vedevo i paesaggi fuggire dal finestrino
come sogni che non ho saputo trattenere.
Ma poi ho ricordato l’ultimo che ho perso…
non portava in una città qualunque,
portava a te.
Tu eri la meta, il viaggio, la destinazione…
Non uno qualunque, ma il più importante:
quello che portava verso il tuo cuore.
Quel treno aveva il tuo sorriso nei finestrini,
le tue parole sussurrate nei sedili vuoti,
e il tuo cuore come stazione finale di un amore nascente.
L’ho perso, è vero.
per non aver capito che certi treni
non tornano, ma comunque
restano nel cuore.
E se un giorno quel treno tornasse davvero…
stavolta salirei, senza esitazioni,
perché l’unico viaggio che conta,
sei tu…
veloce nascondiglio
fino in fondo
l'instabile come bugia
il suo scorrere non può far nulla
rovina il giorno
a sovrastar nel corso del tuo giorno,
quand’hai solo un biglietto di ritorno
del viaggio che percorse i tuoi precordi.
Quando immaginar provi del vissuto,
rovistando del viaggio nel bagaglio
e cambiandone pure un sol dettaglio,
quale destino avresti conosciuto.
Quando perdi gli amici ad uno ad uno
come quando, a quell’ultimo commiato,
fantasmi in carne ed ossa hai ritrovato
con un fardello d’anni in più ciascuno.
Vecchiaia è quando d’esser un fantasma
agli occhi altrui pur tu ti percepisci
e irreversibilmente ormai capisci
che più nessun biglietto ti entusiasma.
Limite infinito tra terra e cielo
infuocato ai bordi del mare,
seduzione sublime dell’oltre,
alla vista il visibile invisibile
soglia affacciata sull’ignoto,
l’infinito alle porte del finito,
senza fine la luce nello spazio
sulla porta il buio in controluce
conflitti perenni occultano orizzonti,
confini contesi, contesti inconsulti,
nel buio la luna riflette la luce
all’orizzonte il sole rinasce.
sono il contrario d’un beceral-shock
cresciuto son nella cultura rock,
ma non tra quei che andavano in boutique.
Apprezzo i colti ma non quei pagliacci
che di lontan già puzzan di fascismo
ma devo dir che temo il comunismo
e in spregio ho i dittator e i lor mortacci.
Guardo impotente un mondo ch’è al tramonto:
lo dice il nome: guardo l’Occidente
rassegnato a un destino di perdente,
ché all’uom la storia ha presentato il conto.
Quell’uomo che in sé reca i propri mali,
ch’è una sorta di cancro del pianeta
ove a guarire non v’è più moneta
che regoli i suoi spiriti tribali.
Le tribù diventate son nazioni
e le clave ora son le bombe atomiche,
patetiche sanzion quelle economiche,
ridicole tra incendi ed alluvioni.
Se non all’età detta “della pietra”
torniam a un medioevo tecnologico,
ineluttabil fato antropologico
ove la civiltà ogni giorno arretra.
Purtroppo resto qua come un minchione,
poeta vecchio ad osservar follia,
e inerme attendo lucida agonia
e in “fine pena mai” vivo in prigione.
Ciambella a due bracci
tra i denti distesa,
libera vibri piccola lira,
arpa de boca ancestral
sulle labbra del viandante
rassereni il suo cammino,
sulle labbra del padrino
porti gioia al suo destino
suono ronzante poco elegante
ricordi il volo di un calabrone,
lasci una scia di elastiche note
nell’aria una traccia di malinconia.
coerente con i miei pensieri,
ma non dispero,
cercherò senza posa
e quando troverò un posto
dove andare,
allargherò i miei orizzonti
dentro la mente e,
camminerò fiduciosa
lungo quel cammino mentale,
anche se impervio,
non sarà inutile,
camminerò
fino a trovare i giusti
spazi infiniti.
di terra bagnata
riempie e impregna
l’aria circostante.
Un vento ad alta quota
disperde nuvole nere
che scivolano via veloci
e lasciano intravedere
l’ azzurro del cielo.
Gocce di pioggia
appena caduta
bagnano scarpe
di quei viandante,
moderni ricercatori
di luoghi antichi.
La stradina sterrata
ondeggia sinuosa
tra alberi imponenti
risalendo su per il monte.
Antico viottolo
di ciottoli smussati
creata da stradini
d’un tempo remoto
accompagna
l’antico borgo
fin sotto le mura
d’un castello medioevale
che si erge da sempre
a dominare.
L’indizio di un’inezia sorprende,
l’inizio di uno spazio dipende,
quisquilie si squagliano al sole,
la quaglia si nasconde tra l’erba
tra giocolieri e saltimbanchi,
pinzillacchere e nacchere,
tra variopinte bancarelle
leggere volano le bagatelle.
Scrivere ci tocca
Di notte,
cade nella pioggia
un fulmine
come una bomba nel tuo cuore.
Tra le fiamme,
nel silenzio
un pianto buio
affonda nel tuo dolore.
In cielo nasce una stella
che ti acceca col suo bagliore,
in Terra la sua luce
ha il profumo di un fiore.
Tra le fiamme
ti rialzi,
come la vita
e il suo gran rumore.
Il mare a Settembre
ha un fascino discreto,
un'eleganza che non ha bisogno di urlare.
Le sue acque, limpide e rinfrescanti,
si offrono con generosità a chi sa coglierne la bellezza,
una bellezza matura e consapevole.
Non è un'estate che volge al termine,
ma l'inizio di un nuovo ciclo,
un tempo che sembra sospeso e prezioso.
C'è il dolce rimpianto di ciò che è appena stato,
ma anche l'eccitazione di una promessa: la promessa che tornerà, sempre.
Ogni onda sussurra una storia di tempo,
un'esistenza piena,
ma ancora non finita.
Il mare di Settembre è uno spettacolo silenzioso,
un inno alla bellezza che si rinnova.






