Siedo sul poggiolo
a guatare il solito orizzonte
“Dove sei quest’oggi
men di me vetusto amico ponte?”
Da che il mio diabete
un dì è crollato,
sto qui ogni dì a rimirare
il tuo imponente profilo strallato.
Chissà se a breve potrò avere
sepoltura all’olezzo del bergamotto
…così da farti compagnia,
caro disgraziato amico viadotto.
Dalla natura morta sulla parete
passai a miglior vita sull’alzata.
Allo spuntar di un mattino
di bruma una mano pasciuta
mi portò a una dentatura guastata.
In men che non si dica mi ritrovai
a precipitare, spaurito… smarrito.
Piombai nel pattume nauseabondo.
Torsolo senza sostanza, ombra
nella tela; nota morta sullo spartito.
Spingono gli applausi
e spengono
senza nessuna vera
e costruttiva alternanza
- soli
in balia del nostro niente -
Inferno o paradiso
dei trentadue il rito
merito solo di un sorriso.
Chiavi di volta
o grimaldelli
luccicanti gioielli
o per bocca ... leoni
- dolci
da gabbia quasi certa -
e quante volte
l'amaro è stato visto,
per amore, fondersi
prematuramente con la terra?
Placide menti
sguazzano il mondo,
come paludi
ma senza gorgoglio.
va verso l’estinzione,
poiché si sa, non esser opinione
la natural selezione.
osserva di quel pantano ogni cosa,
esso stagnante e orrendamente opulento
non si accorge del necessario cambiamento.
Il poeta è uno sfaccendato alle prese
con la noia dei giorni da riempire,
un ozioso affaccendato per uggia
in inedia e tediosi impicci da assopire.
E’ un incompiuto essere umano,
il tempo imperfetto del verbo vivere.
Un mancato novellista,
inadeguato mestierante dello scrivere.
Costui è la gargotta per la strada,
nel vicolo di notte da evitare
per possidenti, gentil sesso e aurighi.
E’ la bestia insalubre da eliminare.
L’uso immorale e diseducativo che ne fa
del suo talento è antitetico all’asceta
nel compimento di scibile e dottrine.
Così Platone a Socrate riferendosi al poeta.
le capanne di canne, l’asinello,
al fonte far le donne capannello,
Ilarità e riso di gioventù febbrile
Il cercine in testa alle fanciulle
e sudata l’acqua nel barile
ch’esibivano fiere come culle.
Le case di legno e poca pietra,
i quattro muri elevati a chiesa
col campanile in fianco del fienile.
Case basse, qualche finestrino,
scuri chiusi e pochi vetri a specchio
del sole d’oro e l’occhio della luna.
Viuzze strette prive di selciato,
salite e chine, niente livellato.
Intrecciato il borgo cittadino,
ampi spiazzi adibiti ad aia.
S’udiva incudine e martello
l’odor di forgia, fumo del camino,
e riposava la notte miniata a stelle.
Tutto mi volteggia a girotondo
e svanisce il segno di quel mondo,
un ordine che lascio a malincuore.
M'inchino e torno nel progresso,
anche sapendo che si muore
già varcandone l’ingresso.
Il bisogno di poesia nasce sui banchi del liceo,
di quel liceo interrotto anzitempo per
ristrettezza economica della famiglia il cui padre
necessitava di aiuto per la salute venuta meno.
Chiara mente tra Dante e il nostro rapporto,
posa lo sguardo tediato sul glossario e su di me.
Chiaramente repleto di lei, e di versi per lei.
Lei dichiaratamente lontana da quel terreno.
Altre affezioni, altra vita
con gaiezza e dolenza
che si brigano
la medesima altalena.
E altra poesia sempre col rigore della metrica legata
al suono musicale dei fonemi: perché il rigore è
la linea sdutta tra vizio e rettitudine.
Ora basta verseggiare, è ora della chiarata per la cena.
Nel ravviare gli abbozzi su di uno scrittoio poetico
mi garberebbe indugiare su di un
versificatore abile col forcipe ad estrarre
il feto del concepimento rimico.
Adagio il foglio con la meticolosità del fabbro
nel posare con le tenaglie la lamina sull’incudine
che attenderà il massello d’acciaio temprato.
Così la venuta della penna che tamburella il labbro.
Dò lettura agli scartafacci e il secchio
nel retrobottega, per ruggine e mancata forgia,
risulta ineludibilmente saturo
di punzoni, giovamento soltanto per il ferravecchio.
leggero dell'estate.
Come allora, ricordi?
Correvamo incontro
al mondo
sospinti dalla brezza.
L'aria profumava
di sale
e del nostro amore.
È passato il tempo!
È passato
e cos'è rimasto?
Foto sbiadite
... noi
e ritagli di vento!
Deserto nell'abisso di parole, circostanze tristi.
Frasi che martellano, ho bisogno di luce di giochi e di bimbi giocosi.
Il cielo è coperto.
Lo sguardo la voce del cuore che non muore...
Frasi di circostanza fanno male, il tuo sguardo d'amore
si perde nei meandri di sentimenti spenti vuoti.
Il silenzio è assordante nulla ha più senso.
Il vuoto dei tuoi occhi che parlano non sono frasi di circostanza.
Le parole tacciono, il cuore si spegne.
Alcune parole rimangono nell'aria
a far rivivere i sogni e le parole non dette.
Gli incubi non spariscono ma sfociano in un pianto disperato.
Si fa ombra il mio sorriso.
Gesti a mezz'aria, sospesi spariscono, brividi sulla pelle...
Il sole radioso si fa largo fra le frasi d'amore.
Il vuoto mi riporta negli abissi del silenzio riecheggiando nell'aria di odio represso.
Il bisogno di carezze e di abbracci dentro un arcobaleno che porta il sereno.
Il paradiso non è di circostanza ma vivo e non muore.
Il contatto fisico, pelle a pelle, sento il calore che si colora di rosa un sogno la tua pelle.
Attimi che non serve parlare.
Estasi d'amore, pace dei sensi, è la vita prende forma,
Parla il silenzio mentre tutto intorno tace.
Sguardi parole portano nei tuoi silenzi le parole più belle.
I battiti del cuore si fanno sentire, tormento di anime silenti.
Quelle mani che sanno parlare il tocco di sussurri suadenti.
Frasi difficili da pronunciare.
Languide carezze, timide speranze un respiro in due, senza mai abbassare lo sguardo.
L'arcobaleno illumina, il giorno è arrivato il sogno è finito.
Frammenti di te sulla mia pelle umida.
Fare l'amore con parole e sguardi nell'aurora di prima mattina il sogno diventa realtà.
Difficile dire tutto ciò che vorresti, per non ferire.
Le parole non dette mi muoiono in gola come i silenzi.
Ma quali opere!
Ma quale Poeta
Autore o Scrittore!
Sono solo scarabocchi
da spavento
allineati e coperti
su un foglio a quadretti
sopra il tavolo
della cucina... i miei.
Nessuna metrica
rime incerte
punteggiatura assente.
Sempre i miei.
I vostri non so!
Uomo, che di Natura è figlio,




