sono costantemente dentro ai miei.
Luci abbaglianti
l'azzurrita' ti circonda.
Sei anima che incendia.
La mia piccola principessa
non vuoi che ti chiami cosi'
ma e' quello che sei.
Mia perla di giada
coroneremo il nostro sogno d'amore
presto
molto presto.
Giungero' da te come la prima volta
cavalcando un baio.
Ricordi tesoro mio
le volte che mi cadevi fra le braccia ridendo
rotolandoci addosso l'amore che ci univa in quei giorni funesti,
Giorni che nonostante tutto vivemmo.
Una pioggia in Africa improvvisamente.
Una matita che si spunta.
Una chiave nella serratura che si spezza inesorabilmente.
Una madre che sparisce.
Un padre che non riconosce più il figlio.
Un bimbo che chiede pietà.
Una parola che rimane a metà gola.
Una notte senza luminosità.
Un sonno senza riposo.
Capita.
A volte capita.
Hai gettato
la poesia nel dimenticatoio
alla maniera del salariato
le olive nel frantoio.
Allorquando adagi il lapis
sul foglio, tuo suolo adusto
nello stambugio delle anticaglie
ai versi hai già dato un posto.
Sostennero certuni
esimi colleghi,
palesando i propri
irriverenti dinieghi.
Lasciati trasportare sulle ali di un sogno
Genova pegli
Perla della sera,
notte estiva,
la luna balugina
sopra la darsena e i pontili;
rampe stradali,
passano sopra le teste;
una fiumana di motorini parcheggiati,
carugi dai mille odori,
strade,viottoli,
garage,
e poi i negozietti
con mille tentazioni,
le botteghe esotiche col kebab,
dai nomi orientali,
i distributori di caffè,
gente una marea di gente,
traffico frenetico,
moto sfrecciano nella notte,
da qualche parte,
rumore di onde,
la risacca del mare,
qualcuno pesca,
nella brezza del mare di Genova;
pegli sogno di una notte d’estate.
Sono solo in questo mondo chimerico,
dominato da un'instancabile e perpetua paura esteriore.
Temo la compagnia di chi promette affetto ed amore,
considerandoli alla stregua di pure necessità,
alle quali io, per grazia divina, non sono avvezzo.
Vivo la mia solitudine come marinaio in coperta,
sfogliando i diari di passati lontani, vissuti, attesi, sperati.
Rifuggo ogni somiglianza con chi mi circonda,
consapevole che nessuno sia
nella capacità di illudere il mio presente.
Destino è vivere sé stessi,
impazienti del domani
e consci di un passato comune e perfetto.
Mi sento vivo,
abbracciato con me stesso,
in attesa di nuove albe.
su lavanda in fiore,
evoca arcaiche voci, sommesse,
come il ronzio dei calabroni.
Succhiano il nettare fattivi,
nel loro andirivieni e sprigionano
il pungente profumo che riattiva i sensi.
Distensione e pace bucolica
potrebbero sedare lo spirito inquieto,
ma di un'anima in continuo lavorio,
come insetti operosi è impossibile.
Lo sguardo si perde, vaneggia ricordi e persone,
ritornare nell'oblio del tempo,
evocando la magia di un momento
di pura follia.
Fermare il tempo, per un attimo,
e le ali sospese si riflettono con toni di viola.
Si può sognare... allora.
Le poiein è lo strumento che mette
a contatto il tuo cielo autorevole
e la terra del poeta me medesimo.
In terra ciò che si dice è rilevante quanto
come lo si dice e le convenzioni
relative al ritmo, alla struttura non lesino.
La successione dei suoni e l’unità
di misura nodale del testo,
accento ritmico ed emistichio,
e cesura: in terra, il vero assoluto.
Le figure metriche che regolano l’incontro
tra la tua e la mia vocale hanno voluto un
enjambement; ma in cielo… il tuo
silenzio fa di me un verso incompiuto.
Il poeta, taluno, tenendo un verso
in ventre tocca la carta con la mano
sinistra e con la destra aziona
la penna; e si desta quando è notte.
Con lo strumento ad arco
in grembo tocca le corde con la mano
sinistra e con la destra aziona
l’archetto: mi ricorda i suonatori di crotte.
Il poeta, talaltro, tenendo gli occhi
al cielo tra la striscia bianca lasciata
da un aereo di linea e quella sul tavolo
fissa un verso sulla ricevuta del bancomat.
Fisso un verso sul banco con la morsa
e con la raspa limo strisce come di segatura.
Un ultimo ritocchino con la sega
ad archetto… il poeta non segue un format.
Siamo tutti desperados
o quasi tutti almeno,
innamorati del fuoco santo,
quella fiamma sacra e maledetta
che ci arde tra il cuore e il costato.
Come falene in una trappola di luce
poi moriamo in fretta
consumati dalle nostre stesse passioni
e come fenici risorgiamo
nel dolore che ci brucia , ogni volta.
E siamo più famelici di vita
fino alla prossima caduta
o alla prossima ferita che strema
ma spesso incattivisce.
Perdiamo pezzi per le strade
che non ribatteremo più.
Su altre ciechi insistiamo
fino a schiantarci contro il muro
di un rifiuto.
Duriamo come una sigaretta
rotolata fra le labbra
ma parliamo spesso di eterno.
E intanto l'odio attorno divora tutto
non meno di un cancro quasi senza cura
ed il dio denaro ha il suo da fare
a vendere, comprare e mercificare.
Le guerre oltre che crudeli
sono di una stupidità abissale.
Invece di godersi il poco tempo
che ci resta da queste parti...
Abbiamo scadenze non poi così diverse
da quelle del latte e delle uova...
Parlo del lato terreno, so che oltre c'è qualcosa
ma non mi azzardo troppo sul cosa.
Non ho problemi con Dio non avendone uno.
Le visioni sono personali.
Ma siamo tutti desperados
o quasi tutti almeno.
Ai pochi eroi la mia stima .
C'è di buono che so ancora sorridere
e prendere in giro la pochezza umana,
a cominciare dalla mia.
Fato
pressoché sempre
dall'uomo aiutato.
Quindi mina
che con mania
di prefica nenia
con poco o nulla
di naturale addosso
a sbigottire mira
ch'esplode
quando meno te lo aspetti
per danni ... tanti
e morti
privi di aderenti torti,
con quattro soldi ripagati
quando nulla
ha valore pari
a quel loro domani
in cui ... qui
già saranno stati
dimenticati.









