Pianeti sul ciglio dell’acqua.
Ha il tuo volto stasera il mare
e nell’aria vedo volteggiare
scampoli di una barca colorata
come dolce nenia ad un bimbo sussurrata.
Pianeti sul ciglio dell’acqua.
Piccole onde dipingono il silenzio
Sui bianchi seni della luna e del vento,
ecco: sento battere il mio cuor,
pianto di conchiglia sui fianchi dell’auror.
si infrange come un'onda sullo scoglio
da cui pescano quei vecchi bavosi
che discutono di calcio.
È vuota la busta del Tavernello:
cade, con un colpo di gomito involontario,
la Torre di Babele.
Dove sono i tuoi occhi?
Guardano lontano
o senplicemente sono implosi?
Nella penombra mastichi i catarri.
Rabbia, ebollizzione, scoppio.
Devo pensare ad altro.
Coltelli:
ogni promessa è una minaccia.
In mezzo al fuoco:
ecco perché sento il gelo.
Si spegne la luce.
Sali le scale.
È il battito degli zoccoli dei cavalli
in fondo al funerale.
È un battito di cuore.
Continua a partita finita.
Sto con i mandorli e betulle
e liane di distanze,
per pochi giardinieri
si apre il seno del lupo
non c’è raggiro, sono io
perso e trovato,
meraviglia di accordi, le foglie
che voi non afferrate
se vogliono, mi affaccio
di lato al vento
e tanto giuro di aver visto:
l’ho vista, più aspra
e dolce di un’erba rampicante
aggirarsi, da gazza spettinata
intorno al mio pensiero colibrì
-dio, quanta tenerezza.
fuggi via
senza mai più tornare indietro.
E mi sento sola
in mezzo a tanta gente.
Il vuoto spegne il cuore
senza provare dolore.
La vita mi insegna
che il dolore non si spegne mai...
Il tempo non guarisce mai.
Quante volte mi sono sentita fragile
quante volte
il silenzio mi ha detto
più di mille parole.
Ma la vita è breve per i rimpianti,
ama chi ti ama,
chi ti merita,
dimentica la sofferenza
senza paura mostra ciò che sei.
Non nasconderti
cerca la tua meta
non fermarti davanti a niente,
realizza i tuoi sogni
non arrenderti.
Trasforma il tuo odio in amore
rischia e vivi.
sul lungomare di pietre
riflesse di rosso
nostre ombre di pensieri
proiettate in sofferte emozioni
ci travolgevano
il vento accarezzava le onde
ultimi tuffi della sera
il silenzio non trovava posto
persone sparse sulla riva
l'odore acre della brace
fluttuanti melodie balcaniche
chiacchere in mille lingue
riempivano l'aria al sole morente
noi camminavamo; eravamo soli
solitudine e silenzio dove non ce n'era
l'ombra del crepuscolo si allungava
sul martirio dei nostri sentimenti
avevamo scalato un golgota di carne
oltre i confini del piacere
c'è solo il dolore
Zara non si curava di ciò
la sua bellezza ci ignorava
la festa continuava scavalcandoci
ed io mi immersi nella bellezza
non badando al dolore
rigirando la ruota dei piaceri
per perdermi di nuovo
in un tramonto
dolce malinconia
degli occhi.
Il giovedì tutta la famiglia
è in piscina, e io ceno con
il sacro Graal alla tavola
del Re Pescatore: mia suocera.
Mia suocera quando ride divertita
mostra denti bianchi come corde
d’arpa, e quando birichino scivola
il suo piedino sulla mia caviglia
è tempo che il Re Ferito salga in
automobile diretto alla taverna:
caffè e partita settimanale a scopone.
Il letto maritale diviene teatro di
consenziente adulterio, e il Graal non ha
più nulla di sacro alla luce della lanterna.
come la prima volta che,
i tuoi occhi
hanno incrociato i miei
e assieme hanno costruito
uno stupendo tramonto.
Amami come quel bacio,
davanti all'altare,
emozionante e complice
di una vita assieme.
Amami,
assieme alle mie paure
e incertezze,
assieme alle mie rughe,
ai miei capelli bianchi.
Accarezzami e
i segni del tempo
diventeranno il nostro sole,
perché io vivo di te,
mio dolce amore.
quelli dell’ultima spiaggia, dove i miraggi fanno male
Gli amori di carta che bruciano
...
Rugiada dei sensi riscrive
un naufragio di baci ed accenti,
pianto di seta che derubrica
il tuo eco d’incertezza e silenzi.
Siedimi pure accanto
in questo affanno temporale
rubato ad un raggio di luna,
scuciti addosso al mio cuore
in un respiro d’inverno,
battito di periferia assiale
caduto sulle margherite del vespro.
E tu fronte a me, lì dentro il mio passato strabordante nel presente.
Poche parole a volte senza senso… la voce anche se flebile è quella che proteggeva, consolava e rassicurava.
Non serve parlare molto... non serve ricordare... è sufficiente prendere le tue mani per raccogliere la storia della vita vissuta e donata.
Tutto l’amore di madre… tutto l’amore di figlio e padre ora innanzi ai tuoi occhi… persi.
Io ricordo anche per te: i giorni che incalzavi, quelli che rimproveravi, quelli che mi stringevi e quelli in cui piangevi.
E io di fronte a te… ad una vita vissuta e quasi conclusa... un’esistenza senza memoria in quegli occhi… occhi che hanno parlato, insegnato, sorriso e sofferto.
Ma la tua storia è in me… nei miei gesti, nel volto, in quello che stringo e nell’amore in cui credo.
E io di fronte a te, lì… perso dentro i tuoi occhi, accanto al tuo candore di bimba… a cercare me stesso.
manca l'aria da respirare.
Ragioni e vuoti immensi avvolgono
Doveva andare così...
Non voglio spiegare i
sorrisi forzati,
le presenze perse per strada,
anime pronte a perdersi per sempre.
Momenti e sogni infranti.
Illimitatamente cielo e sole,
solitari ali per volare,
con la poesia,
dove regna la pace e l'armonia.
Non appena varco l’uscio
gli indumenti divengono armatura,
e le chiavi dell’utilitaria d’improvviso elsa.
Di fronte ai suoi occhi guaritori, come dinanzi
al drago, il cuore si gonfia ma non prova paura.
Al cospetto di quei riccioli neri
che lambiscono l’incarnato olivastro,
sento l’ardore che provai contro il gigante.
Ma potrei arrendermi ai suoi lobi,
o alle vesti cenere dal profumo salmastro.
Oh Isotta, che mi sorridi dietro il piercing
e ti riveli sotto mentite spoglie…
Non vergognarti di ostentare il tatoo
all’ombelico “I soliti due pacchi di Chesterfield?”
Salgo in auto, e faccio ritorno da mia moglie.
Ora pongono le secche
ostili reliquie
in lucide urne etrusche.
Vogliamo poterlo vedere,
toccare.
I saggi del villaggio
afflitti,
scalzati
da giovani in gruppi,
con rinnovati terrori.
Non infantili
precarie lagne.
Dal limite della foresta
il loro passo percepiamo.
Vibrante,
Incombe,
sconosciuto,
senza volto.
Chi freme, provocato
da questo ritmo da un altro mondo.
Chi cade, strozzato
dal proprio nauseante dolore.
Sono ossessioni amiche,
che ora innalziamo
ad un sacro quotidiano.
Non mi riconosco
una cipolla.
Ogni giorno togli uno strato.
Non mi conosco.
Ogni giorno sono una scoperta.
Mi sento una matrioska.
Bambole dentro di me.
Ma quante ce ne sono.
Sono quella allegra.
Sono quella triste.
Sono quella arrabbiata.
Sì, molto arrabbiata con me stessa.
Non so volare.
Non so aprire le mie ali.
Allora ritorno dentro la mia scatola di cartone.
E poi.
Arrivi tu.
Una parola che mi spiazza.
E via un altro strato.
Ma quanti ancora con amore e pazienza.
Non sono facile.
Mi dispiace.
Non sono facile neanche per me.
Devo ancora guardarmi dentro lo specchio dell’anima.
Non mi conosco.
Tu sì.
Riconosci perfino i colori della mia voce.
Quando credo di nasconderli bene.
Ma tu no.
Tu li vedi tutti.
Sono nuda davanti a te.
Non lo sono stata mai.
Ho sempe portato bene le mie maschere.
Con te non ci riesco.
Sei troppo uguale a me.
Mi scopri sempre più.
Veli su veli.
Ho tentato di coprirmi bene.
Ma tu no.
Testardo.
Continui.
E non molli mai.
Nonostante me.











