Verso la metà di marzo mi trovavo in viaggio per New York. Allora non avevo molti soldi e sapevo che nella cittadina di Deweyville avrei potuto domandarne un po' a un vecchio amico conosciuto per corrispondenza ai tempi dell'università.
Deweyville sembrava essere uscita da un romanzo illustrato in bianco e nero, coi tetti delle case che pungevano il cielo da quanto si spingevano vertiginosamente verso l'alto, strette strade aggrovigliate sembravano soffocarne gli arti e i movimenti, come costretti alla camicia di forza. Deweyville pareva piccola a vedersi, ma attorno a sé si dispiegavano ampie campagne puntate da radi, ma numerosi, casolari. Domandai di Arthur entrando in un grazioso locale sulla via principale. Il barista, gentilissimo, sosteneva di conoscere bene il mio amico e mi indicò la direzione in maniera molto dettagliata e precisa. La sua abitazione non era poi così distante dal bar, qualche strada più avanti, subito accanto ai giardini pubblici. Pensai che da quella finestra lassù potesse godere di una meravigliosa vista su gli alberi già in fiore e sui tappeti di margherite, e che il profumo delle piante e il suono della fontana fresca fossero allietanti l'estate. Fu divertente incontrarlo di nuovo, dopo tutti quegli anni e cercai di non arrivare subito al punto circa il mio bisogno di denaro. Al contrario lo ascoltai molto raccontare della sua casa della quale era orgoglioso, lasciai che mi mostrasse le fotografie appese alla parete.
"Non pensavo avessi un figlio" dissi sinceramente stupito.
"Già" rispose lui "purtroppo sua madre non è più con noi, voleva fare la scrittrice e l'hanno arrestata. Ha provato a lavorare di nascosto ai suoi scritti, ma l'hanno scoperta".
"Che legge strana!" commentai.
"Già!" disse Arthur "strana, ma indispensabile e giusta. Gli artisti combinano solo dei guai con le loro idee".
"Ma non ti manca tua moglie?" Domandai.
"Non faccio altro che pensare a lei ogni istante. Ma sapeva che, se avesse continuato con quel suo sciocco romanzo, prima o poi sarebbe successo. Io non ho potuto difenderla per via di Thomas, il nostro bambino. Avrebbero portato via anche me se mi fossi opposto e lui sarebbe rimasto solo o in una di quelle case sociali" si interruppe un istante e tese l'orecchio in direzione della cucina "Ah! Il caffè è pronto! All'italiana come so che piace a te!" lo seguii nella cucina ben arredata e soffusa. Gustai il complicato gorgoglio della moca sui fornelli, osservando incantato il vapore che appannava le piastrelle bianche sul muro. "Me la regalò il mio barbiere che era stato in Italia e in Francia per un lungo periodo. Anche tu sei stato in Italia, se ben ricordo".
Annuii con la testa spinto, dentro una ridda di pensieri e bellissimi ricordi, appartenenti a un periodo ormai passato.
Circa un'ora più tardi tornò a casa suo figlio, che bambino stupendo e bizzarro. Era certamente più maturo della sua età, un'anima rara. Vestiva bene ed era assai educato e rispettoso. Quando varcò la soglia si annunciò levandosi le scarpe.
Quando mi vide in cucina allungò la mano: "Io sono Thomas" e sorrise un po' stanco del giorno di scuola. Mi presentai e lui afferrò una mela dal canestro di vimini sul tavolo spoglio e si rivolse a suo padre: "andiamo al tendone stasera, vero papà?" io osservai la scena senza capire di cosa si stesse parlando.
Arthur allora gli si avvicinò, appoggiando affettuosamente la mano sui capelli biondissimi. "Certo che ci andremo!" e Thomas accostò per un attimo la testa al ventre di suo padre, e in seguito scoppiare in un entusiastico: "evvai!" io continuavo a non capire e Arthur se ne accorse, così si rivolse a me bonario: "intendeva dire il circo, c'è n'è uno fuori paese. Cosa bella il circo!"
"Già!" disse il bambino "e verrà anche il tuo amico, non è vero?"
"Se lo vorrà" rispose Arthur pregandomi con lo sguardo di venire "c'è da divertirsi al circo". Risposi che mi sarei trattenuto fino al giorno seguente se non avessi recato disturbo, e che li avrei accompagnati volentieri al circo.
"Ottimo!" esclamò Arthur "chissà dopo quanto tempo avrò occasione di rivederti quando tornerai a New York" Lasciammo che Thomas si preparasse per la serata, e dopo cena partimmo in macchina verso la zona rurale di Deweyville, a est. Thomas era eccitatissimo e, mentre Arthur guidava, non faceva altro che parlare con me "che cosa bella! Andiamo al tendone! Sei mai andato al tendone?".
"No" risposi.
"Ah!" borbottò Thomas "allora stasera vedrai per la prima volta una cosa meravigliosa! Vero papà? Ci sono delle persone stranissime...ah! Ci sarà anche quell'uomo che sembra una bestia? La volta scorsa è stato il primo a entrare in scena, è spaventoso, lo devi vedere! C'è n'è un altro poi...ricordi papà quello che nuota senza gambe e senza braccia? E quello che ha sei dita?" febbricitante Thomas continuò a ricordare ciò che in passato aveva visto in quel circo. C'era della ingenua follia in quello che considerava meraviglioso e lo giustificai dell'essere bambino.
Era grande ed occupava un intero piazzale su di una zona rialzata, fronzoli dappertutto e disegni barocchi su tutta la superficie, tesa dai tiranti piantati al terreno. Era di un rosso spento, sporco, e sulla punta scolorito. Un gigante rosso che troneggiava dalla collinetta sul retro di Deweyville, illuminato da finissimi bagliori, dei lampioni e dalle case di sera.
Un ambiente sereno, giocoso, allegro ricoperto di luci, fiaccole e delicata musica d'orchestra, ma non posso non ammettere che il tutto, mischiato assieme, risvegliava in me un senso amaro di inquietudine. Poco prima che iniziasse lo spettacolo un leone ruggì da dietro le quinte e mi parve che fosse lo stomaco del gigante rosso, che gorgogliava in attesa di divorarci tutti. Il presentatore che salì sul palco, probabilmente il proprietario, era uguale al tendone: grande, tutto decorato e vestito di maschere e fronzoli, e rosso di capillari stracciati su tutto il viso. Apparve ogni genere di cosa su quel palco: dapprima i clown e talentuosi e stanchi equilibristi, gli elefanti, le tigri magre e il leone, poi una cantate ungherese spezzò la serata, aprendo il secondo tempo. Momento che tutti sembravano attendere con ansia, il vero motivo per cui tutta quella gente aveva pagato il biglietto.
"Ci siamo!" disse Thomas inclinato in avanti sul bordo del sedile di legno. Apparvero allora, uno alla volta, i deformi artisti circensi, ovvero le più orrende mostruosità della natura umana. La donna gallina e quella barbuta, i nani, l'uomo elefante, il mezzo ragazzo, l'uomo farfalla, tutti presentati dal gigante rosso con cattiva e ironica allegria, percepibile, palpabile da ogni spettatore, ma così ben inserita nel contesto da perderne ogni valore morale. Tutti ridevano e io desideravo uscire e vomitare. Guardai Arthur e suo figlio urlare di gioia, inconsciamente contenti di non essere loro su quel palco. Poi Arthur sfogliò un piccolo opuscolo che aveva raccolto all'ingresso e disse "ah...siamo alla fine, alla parte decisivamente più bella e interessante!".
"La perla di vetro, papà?" Thomas non stava più sullo scranno. Li guardai entrambi con un grosso punto interrogativo sulla fronte. Quale mostruosità poteva appagarli più di quelle appena viste? Non potevo immaginarmi nulla di più orribile su quel palco, eppure sembrava esserne l'attesa climax di tutti gli spettatori.
Con grandissimo stupore e perplessità salì sul palcoscenico un uomo, scevro di qualsiasi deformazione, un normalissimo uomo.
Tutti quanti applaudirono e si alzarono di fronte a quell'anima mesta, esile, un po' trasandata. Non capivo, e per la prima volta attesi con curiosità l'arrivo del gigante rosso che ne raccontasse la tragica novella.
Tutti quanti applaudirono e si alzarono di fronte a quell'anima mesta, esile, un po' trasandata. Non capivo, e per la prima volta attesi con curiosità l'arrivo del gigante rosso che ne raccontasse la tragica novella.
"Signori e signore! Ho il piacere di presentarvi il figlio rinnegato di Dio, l'uomo più deforme di tutti, perché, come ben sapete, ciò che è invisibile all'occhio ha certamente più spessore e importanza. Vi assicuro che quest'uomo è deforme dentro, in ogni sua bizzarra molecola, ma in un luogo è assai più storpio! Nella mente! Esatto signori! Quest'uomo è un artista! E il peggiore di tutti gli artisti, perché è poeta! È così che vi presento la perla di vetro!" si inchinò prendendo congedo. E la folla si alzò improvvisamente in piedi con rumorosi applausi, battendo piedi e mani sul legno per accentuare il sonoro clamore. La perla di vetro, sotto il gioco delle enormi dita del gigante rosso, che tentavano di afferrarlo, strattonarlo e ucciderlo, fuggiva con immobile e impassibile grazia.
Partii per New York la sera stessa, prendendo congedo con brevissimi saluti e vane promesse. Non domandai ad Arthur nemmeno un nichelino, a costo di essere arrestato per un aver pagato il biglietto dell'autobus. Me ne andai scontento e ancor di più deluso del genere umano, pensando al piccolo Thomas già traviato e perduto a quella giovane età.
