Vorresti essere te stesso
e non soltanto un illusione.
Vorresti far capire a lei
non è una terra da conquista
da raccontare poi ubriaco
in qualche bettola la sera.
Dovresti farti perdonare
rimescolando il tuo passato
non se mai stato
certamente un santo
ma solamente un uomo
senza volere illudere nessuno
l’unico che veramente
ci ha rimesso il muso
sei stato solo tu
mio caro amico…
la notte è un soffio di pace,
tutto tace nel riflesso di un calice rosato.
Cin sotto le stelle,
Cin alla giovinezza che passa,
Cin alle belle abitudini,
ai sogni incompiuti,
alla gioia del cuore,
aperta, urlante e accesa
come un mazzo di papaveri ardenti,
i nostri pensieri
caldi come il pane.
lepri in amore,
s’impennano sulle zampe posteriori
e si scazzottano,
s’abbracciano come pugili stanchi,
si rotolano nei fossi,
perse nel delirio della fregola.
Amoreggiano, corrono
nel vento affettuoso,
come in una danza scaramantica.
sarà che mancano sempre le voglie,
sarà una zanzara a portarti al progresso,
ma intanto il vento vede la cartaccia e la coglie.
Tutto questo ignorare un fiume malato,
tutti gli esperimenti bucando l'acqua in vena,
sarà che non ricordi dove sei cresciuto,
sarà che non pensi se ne vale la pena.
Sarà che per tuo nonno non era importante,
sarà che si fidava delle parole della natura,
non indagò oltre come fece altra gente;
l'altra gente che ne ha fatto spazzatura.
Sarà che questo treno preso da un abbaglio
non c'ha più visto inciampando sulle rotaie;
sarà che era un pretesto per trovare il meglio,
sarà per questo che noi viviamo di topaie.
Sarà che tuo nonno pensava a luci spente,
sarà che sapeva che chi corteggia il fuoco
alla lunga non sa più essere un amante,
sarà che alla fine per sbottare gli basta poco.
E ti fermi un attimo a guardare la tua vita
e sai che è quella adesso è quella
e se non puoi farci nulla per cambiarla non ti resta che viverla
e ti fermi un attimo e ti rendi conto che non ci sono soluzioni
adesso non ci sono soluzioni
e se non puoi farci nulla per trovarne una non ti resta che accettare la situazione.
e ti scende una lacrima e capisci che disperarsi non porta a nulla
se non a disperarsi di più.
tanto vale viverla con consapevolezza che adesso è cosi
e che amareggiarsi non porta a nulla .
e ti fermi ancora un attimo lasciando passare quel pensiero negativo.
con nella testa e nel cuore una sola cosa da fare ...fare un bel respiro profondo e proseguire sorridendo comunque...adesso.
Si consumano le parole
dietro un sottile filo di voce
supplicando ai tuoi occhi
di poter ancora brillare
e far morire alle prime luci
dell'alba che si colora di te.
Tu resti ad ascoltare in silenzio
per paura di cadere
dove solo tu sai le tracce
e dici e non dici
e poi vorresti inseguire
la voce ma ti fermi
ad ascoltare il rumore del mare
e mentre le onde scavalcano
i tuoi pensieri il tuo cuore
ti sussurra "puoi ancora brillare"!
rinnovando prati e siepi.
Scampato ai massacri dell’inverno,
si leva un merlo
con rumore concitato
di carrucola mal oliata.
Torna lo scirocco
e tira a lustro l’aria nuova,
staccando dai pennacchi dei tarassachi
i semi a ombrello
che volano dappertutto.
E i miei occhi si tuffano
nei nasi verdastri delle colline
alla ricerca di aghi e spilli.
E i miei pensieri rovistano
dentro i mammelloni cremosi
del cielo primaverile
che alterna il grigio atlantico
alla panna fresca.
Vidi quel vecchio sul dondolo stanco,
una paletta inanimata sul grembo teneva
e quella piccola mosca che sulla mano posò
con la paletta schiacciò, chissà se qualcosa provava.
Morendo la mosca nessun suono emetteva,
il vecchio pensava "Non si può chiamar neanche Morte",
è bastato un secondo secco che il dolore ignorava,
piccola mosca, piccolo urlo di strazio, dannata sorte.
Piccola mosca, flebile Crac! e nessuno più ne parlerà,
come te a miliardi in questo mondo di vincenti,
nessun si chiedeva cosa fossero i nei della società,
il Paradiso è dei grandi, non importa se ti penti.
Perché nello schianto la piccola mosca ruggiva
ma non si sentiva perché i giganti fan rumore,
piccola macchia nera che non peccava e gemeva,
piccolo il corpo, ma d'un uomo il dolore.
Schiacciando la mosca si colpì anche la mano,
così si accorse che una paletta fa male,
e se nel piccolo insetto la vita ignoriamo,
con gli occhi troppo grandi per le verità osservare.
Il vecchio si rese conto in quello squittio
che a quella mosca dei grandi sogni strappò,
che aveva sputato in faccia a qualche dio,
così sollevò la paletta e un colpo si sparò.
alti... bassi...una festa
sprizzano gioia, felicità.
E’ stata sempre li da secoli
ma solo adesso
la vedo in tutto il suo splendore.
Ammirarla profonda emozione
mentre il sole illumina
ogni getto
danandogli
riflessi particolari
sfumature magiche.
Forse sono io
che vedo felicità
anche nell’acqua
e il mattino si accende
di particolare luce
quella dell’anima, del cuore.
piazze di pelle senz’auto sull’asfalto
con lo sguardo strafottente giocando a palla
dai colorati tratti dell’infanzia in spalla.
Domeniche silenziose sospeso il chiasso
nel silenzio d’una Napoli viva nella sua morte
scrostando vene d’isolati all’insipiente passo
tra giri invisibili di miele in vuote strade sporche.
Muta, gela l’anima al movimento speso
rasente lo scordato richiamo del grigio fosso
su muri sventranti vinto lo sporco addosso,
come quando costruisci solitudini di paura
senz’occhi in vita, fuggendo muto il gioco
correndo senza cedere al muro di cera
perché dentro la disperazione v’è solo arsura.
Sbiaditi odori nativi di cime di rapa
e parole sulle scale di mamma ansia e sale
con quegli occhi verdi che scrutarono ragioni
tratteggiando in dono i miei solitari domani.
Mi dedicai a sistemare le valigie pronte
ricucendo distanze intrecciate al tronco
rinsecchito cuore nel suo ululare,
smise così il tempo di germogliare
con l’odio nell’anima per una città che sapevo amare.
Sussulto ogni volta che rigurgiti di ferite vive
riemergono in me dal fondo amato
insieme a coloro che mi chiedono di tornare.
Appesi alle pareti incartate lentiggini e vezzo
una scugnizza col suo golfo sul petto
avendo follia nel cuore al ritmo di tarantella
come piccioni in amore sui cornicioni a bretella.
Ma Napoli colora schiamazzi e baldorie
partorisce balconi decomposti di storie e costumi
cullanti istanti reietti fumi d’ammuina
a chi ancora si domanda i perché della vita.
Come spiegare l’intuizione, cosa rispondere
tacendo al vero il senso della ragione
quale il mio ricordo della fanciullezza stata
nel fondersi con la mia fantasia di strada
l’essere favola scritto in un modo così pulito
forse con poca poesia ma con così tanto fiato.
e l’odore delle resine vaganti si sente nell’aria.
La primavera risveglia alberi e gemme
e fa stiracchiare il popolo del bosco,
liberandolo dal gorgo invernale.
Il bianco dei pruni
ricama mulattiere,
orti e casolari.
E si riverbera nei labirinti
della mia coscienza.
Piccole deflagrazioni
di primule in piena fioritura
macchiano di giallo
il verde brillante dei prati
e immettono nuova linfa
nel caleidoscopio
della mia esistenza ingrigita.
la strada idiota del bel pensiero
con la spinta del vincitore
con lo spasmo dell'atleta
con la tranquillità di chi riposa
mentre osservi
dai suoi bordi in fiamme
la profonda caverna delle tentazioni
giusto per convincerci che
la paura, non ci accompagnerà
E nel cader lento degli sguardi
mostraci come i nostri fratelli
sono nemici, avversari nascosti
ma vicini
Vedremo la meta promessa
il risultato giusto che ci attendeva
tutti
senza aver proferito calunnie
e brandito bastoni
E sarà il gioir e ritrovarsi
di zingare passioni
fino alla perdizione
Se ne sta li dentro, chiuso
come la puzza in cantina
se ne sta li dentro recluso
l' aver studiato non ti da la lode
di diventar menefreghista
di chi almeno in faccia vederti vuole
esci fuori respira st' aria viziata
come la tua camminata
osserva la sofferenza radicata
ma tu non esci la stanza é bella
colma di fogli e penne firmate
ma il malato non l' osservi in cartella
non lo vedi dai globuli bianchi
non lo vedi dai globuli rossi
ma dagli sguardi atroci e stanchi
dalla bocca serrata ,il sopracciglio,
che quasi sparisce dal dolore
e cerca nelle urla un mezzo appiglio
non me ne voglia il medico
più che una lotta é una speranza
lungi da me esser polemico
ma sta vita é una sola
e seppur tu allunghi e curi
meglio é viver bene un ora
che arrivare a dire stufi
-quando arriva la mia ora?
Depone il dolore
Ai piedi del cupo destino,
Dal campo vicino
Sacrifica il cuore
Che ancora il vagare non ferma.
Sarà per la crisi violenta
Che porta miserie africane
Ai lidi già poveri e tristi
Di orrori di schiavi già visti
Da donne isolane
Di nera pupilla già spenta.
Ma l’anima è persa
Per oggi e perfino domani
Senz’una speranza
Ne tetto ne pallida stanza
Son vuote le mani
E muore nel pianto sommersa.










