
Troppo scontati nel tracciare paralleli
e detective nel guardare quello accanto alla borsa
che tu l'abbia fatto o no siamo grandi
e non mi spavento per così tanto
Voci insignificanti si scavalcano
e qualcuno muore nel pestaggio sotto una transenna
Troppo entusiasti o cattivi o scontati
ci prendono in braccio le schizofrenie
Il foriero ha annunciato cose banalmente importanti
e smorzano l'alterco i capi delle bande sciolte
Piume fuori schema sulla testa della gente
che per vedere da dove vengano
guarda in basso
Su Whatsapp delle misere tracce
di un libro che per eccesso di antichità
ha perso o sbiadito alcune pagine
pensosa
nel mese di giugno infuocato,
mi torna alla mente il passato
di dolci stagioni d’attese
di maggio d’aprile
di risa di giovani intenti
a vivere i giorni futuri;
col caldo di giorni finiti
che lacerano gli occhi già stanchi
dei vecchi che attendono
il buio
aspetto la morte che dia
riposo alle gambe
ed al cuore
all’anima arresa da tanto
vagare nel mondo diverso,
mi disse la vecchia pensosa
nel mese di giugno
col sole che splende cocente
ed io che l’ascolto
non vedo speranze neanche per me.
Bhè i sogni sono esperienze passate, esperienze che l'individuo ha già vissuto ma che in passato mentre ne era il protagonista non se ne accorgeva, non si accorgeva che fosse immerso in un sogno reale.
Il pensiero, grande treno del nostro io, funziona al contrario, ritorna indietro e fa rivivere le esperienze passate nella sua integrità, recuperando quel lato puro e idilliaco, che solo poco dopo l'individuo capisce che avrebbe potuto già viverlo se solo non fosse stato così immerso nei suoi pensieri...
il mormorìo della vita si risveglia.
Nei canaloni della Vellaneta i cardellini
cantano in competizione con i cuculi.
Appoggiato a una grossa quercia
ascolto il battito delle foglie
che escono dal bocciolo.
Nei prati delle mie emozioni
l’erba è verdissima
e sale in alto.
Tutt’attorno gli uccelli
si raccontano qualcosa
nel folto del bosco.

Un senso di stanchezza m’avvolge,
apatia staziona all’uscio
malgrado il sole
è sì forte!
Valli beate
di odori incantate,
inebriate di colori
e di quiete intonate!
Ma cotanta pace trabocca
come ricolma una brocca
sotto la fonte ribocca!
Mare amico diletto
sempre vigente
tu sollevarmi non puoi.
È un riprender fiato
che desio inalare,
nei fori di Roma
o qual si voglia capitale.
Camminando immobile
guardo con occhi chiusi
rumoreggio, silenziosamente
e spiandola
trasudo
Limpido, oscuro
attendo, partendo
ascolto, sentendo
e taccio parlando
Mi chiama
ma non sono qui, altrove, ovunque
ed in nessun posto
Cerco di liberarmi
incatenandomi, qua e là
Troppi sempre, nessun mai
Quello che è, non è
quello che c’è, non esiste
Scorrendo
i quesiti del vagare umano
ritornano
Domande solute
soluzioni, mai chieste
Invecchio, ringiovanendo
L’attimo è ora
ora non c’è
L’inganno
continuamente si evolve
si trasforma
e riparte
giovane virgulto
Ho visto un battello sul lago
Solcare le onde tranquillo
Fra monti che come uno spillo
Pungevano il cielo un po’ vago.
L’azzurro dell’acqua rinchiusa
Fra sponde ed alture boscose
Lo spinge alle ville famose
Di tanta ricchezza diffusa.
Solcando quell’iride illustre
Sorride felice alla vita
Ignaro che invece è finita
Nel poco la corsa lacustre.
Sta chiuso nell’aurea illusione
Di un lungo saper navigare
E non sa delle acque del mare
Aperte d’immensa estensione.
Non sa e non rimane deluso
Perché di quel mare non sa,
Ma noi che vediamo più in la
Crediamo di uscire dal chiuso
Di sbarre chiamate regresso
Vivendo da illusi che stiamo
Volando ed invece soffriamo
Reclusi ed ostaggi del sesso.
osservo mucche e cavalli
che pascolano nei recinti.
Lunghe strisce di maggesi e tigli
si stagliano veementi
alle pendici dei poggi.
Campi in moderata salita,
punteggiati da splendide querce solitarie,
sospendono l’ombroso volume
su distese di grano.
Fiori selvatici risplendono,
con la luminosità delle gemme,
in prati verdeggianti
e l’usignolo inonda il sentiero
con le sue frastornanti note.
Sono passato dal Medioevo
e c'erano simboli senza prospettiva;
poi dal Rinascimento,
ma tutti fotocopiavano carta ingiallita;
poi dal Barocco,
ma le cose strane evitavano argomenti importanti;
poi dall'Arcadia,
ma si annoiavano anche le capre sarde;
poi dall'Illuminismo,
ma tutto quel cercare di capire metteva fame;
poi dal Romanticismo,
ma mandare il cuore da solo in giro
è stato come dare un mitra a un pazzo;
poi dalla Scapigliatura,
ma i ragazzi ragionavano solo con la rabbia;
poi da Naturalismo e Verismo,
ma di naturale c'ero io fotografato appena sveglio
o l'operaio che si malediva per non aver studiato;
poi dal Futurismo, ma nessuno sa ancora cosa sia.
Così sono arrivato a te,
che segnerai un'epoca tutta nuova.
Nel bene o nel male, sia chiaro.
Ti auguro di essere diversa
da tutto quello che è esistito.
Come nottambulo incosciente
in alto
osservo come l'orizzonte
è un'orchestra di spazi
fra sorridenti viola
Sopra tegole antiche
umide e lucenti
ascolto i rumori velati
di questa indolente giornata
Fra soffi ovattati
e complici antenne
sento la grandezza
il vigore del vincitore
Sto con gusto e vanto
Riconoscimenti fievoli ed ambiti
mentre ricordo
di non essere mai stato così
prima d'ora.
brilla tra i cespugli
e dal torrente Cigno sale il gracidìo,
sgraziato e tenero, dei ranocchi.
I ciliegi sono fioriti
e il verde dei prati delle Querce di Florio
è costellato da violette e ciclamini.
Gazze volano indaffarate
per nutrire i piccoli.
Intorno al giallore delle ginestre scoppiettanti
ronzano miriadi d’api,
fino al crepuscolo,
rossigno di sangue vivido all’orizzonte.
Un cane si rotola pigramente
sull’erba vivida,
scaldata dal tiepido sole.
Poi corre avanti, scompare,
riappare dietro i miei passi
e annusa, cerca, scova
misteriosi messaggi
nell’aria attonita della sera.
concepivo d'esser nulla.
E quei dolci impediva al vero
d'arrivare il core ormai imperiato.
E 'l pensiero allor sorgeva
di quel desiato al core immàgo,
ma falso e mentitore a quella mente
una volta disillusa e dal caldo poi rinchiusa.
E riuscivo lì a sognare,
e riuscivo lì a cantare,
ché linfa nelle vene senza sosta
sì marciava, d'Amor, artefice Natura.
Medesima tiranna che negommi,
come al passero distante,
di dì la speme in dì.
E gremì li stessi nient'altro che di pianto,
fino al cielo odierno.
Quel suo dire di "no",
innocente all'apparenza,
assassino nel reale,
in cristallo mutò'l core, e tesor fece,
com'insegna solo diva legge,
del monosillabo pugnale.
Ed or niente lo scalfisce e nulla poi odierà,
nè si farà odiare e d'invidia mancherà,
attenderà Amor e non amore,
e non per suo voler, è che Natur mutò natura.
Il più grande paradosso visse ed ancor vige
in quest'umane terre,
ove tutto è in apparenza e niente bacia il vero
e l'uomo stesso a sé sì mente.
E chissà se di lacrime dilette li occhi miei
ciechi prima, poi bendati ed or vedenti
riediranno ad inondar, frammenti,
per ritrovar dei lumi franchi?
Ma fino al tempo stesso
dovran dolersi d'altra pioggia,
e in mezzo alla tempesta non dispero,
ché del legno mio, IO SON CAPITANO!
di annegare il mio io
negli spazi stretti
di quelle scatole craniche
piene d'acqua
tra cianfrusaglie miste
di pensieri fangosi e realtà distorte
di mani incerte
alle quali piacerebbe manovrarmi
come un burattino di cartapesta
dal sorriso stampato
Non voglio apparire
non sono uno specchio
non rifletto altre immagini
e riemergo dalla marea confusa
dove sarei sospesa
e sosterei in attesa
come un pesce di gomma scolorito
in proiezione fantasiosa
dell'immaginazione
di quegli occhi spenti e concentrati
ad imbellire e appendere orgogliosamente
fasulle medaglie luccicanti
ma in realtà di cartone
Non sembro
e non sono un fantoccio
da vestire di stracci
e belle parole
per comodità
per interesse
per paura di credermi migliore
di futili valori
E voglio respirare
a pieni polmoni
dormire serena
sul cuscino morbido
della mia coscienza pulita
come sempre
e canto
nelle vesti di me stessa
forse scomoda presenza
d'animo vero e intelligenza
non resto lì a sembrare
muta e immobile
a compiacere e acconsentire
alle sciocche sentenze volatili
E deridono
illusi dal proprio ego
e non accettano il mio essere
preferendo pensare
che io sia uno specchio
da sminuire
per innalzare e migliorare
la visione del proprio apparire
tra i Montazzoni
e l’aspro poggio di Bonefro
il sole morente,
quasi a pelo dei rilievi tondeggianti,
mi regala l’ultima briciola
di delizioso tepore.
S’ allungano fantasmi crepuscolari
nella vallata
tra colate d’ afa,
color d’ombra e ginestre.
E da ponente arriva
un vento fresco e vigoroso
che sfiora la sommità dei crinali.
Un vento soave
che trae i suoi germogli
dalle alture del Gargano,
dolci e distanti,
ammantate di grossi borghi.
corse per regali e vacanze,
nella mente pranzi, cenoni e divertimenti.
Nessun pensiero
per chi dorme sotto un cartone,
tu che ti illudi
di esserti riparato dal gelo e dalla morte.
Chi supera la notte,
rovescia i cassonetti
dietro i centri commerciali
che pullulano di luci e addobbi sorridenti.
Bambini abbandonati, piccole anime
orfani di una vita che ora fa festa.
Le prostitute che del mestiere tanto giudichiamo
farebbero a meno di esser sfruttate
umiliate, derise e calpestate.
I comuni mortali, noi
che abbiamo tutto e non ci sazia più nulla,
ci permettiamo
di processare chi dal nulla
riesce ancora a camminare nell'amore.
POESIA PRESENTE NELL'ANTOLOGIA POETICA " SIGNORI E SIGNORI POESIA "






