il sole pare fermarsi in mezzo al cielo
e le argille si spaccano per l’arsura.
Nelle fessure della terra assetata
s’annidano le serpi.
Grilli e cicale
graffiano il cielo.
La calura arrostisce le pietre
e dardeggia sulla terra,
tostando i fieni appena tagliati.
E rovescia sulle spalle delle colline
barili di carboni ardenti.
magari da un dolce sorriso furtivo
o da una parola di spirito attivo
oppure da un’ombra che il buio riduce
ti senti importante e un pochino orgoglioso
allegro senz’altro nell’anima tersa
che subito vola in un vortice immersa
di cielo infinito di gioia radioso.
Dimentichi, avvolto da tanta allegria,
la Costa Concordia tragedia del mare
la Striscia di Gaza che sta per saltare
l’imbuto Israele che ha perso la via,
gli aerei caduti, la fame nel mondo,
i bimbi annegati al di la del Tirreno
gli odiati scafisti recanti veleno,
i cassintegrati dal fiele profondo,
i poveri nuovi sconfitti barboni
i vecchi che muoiono soli e picchiati
i giovani sporchi scontenti e drogati
e poi licenziati dai loro padroni.
Quando arriva una luce improvvisa
neanche sperata ne vista mai prima
si accende il poeta con l’umile rima
con l’anima morta impotente e divisa.

Un uomo non accetta mai una fine.
Vive coi cadaveri convinto che riaprano gli occhi,
con giocattoli senza più veli di sogno,
tostapane rotti che quando avrà tempo farà aggiustare;
vive con vecchi appunti in scatoloni
convinto che un giorno gli torneranno utili.
Vive con le vecchie foto perché domani, forse,
un ritorno acuirà l'urgenza di strapparle;
vive con le vecchie pagelle per ricordarsi che era bravo,
anche se ora è un sasso che non si distingue fra i sassi.
Un uomo vive con i morti nel cuore.
Nel disseppellirli ci rimette la dignità;
vive cercando d'immaginare che i film
abbiano un seguito con una vendetta.
Vive convinto che il sole sia eterno
e lascia le uova in frigo convinto che non marciranno.
Vive convinto che il progresso scaccerà la morte,
come chi scalcia una lattina sulla strada
un passo più avanti mentre cammina
ed è convinto che non avrà fine
questa fine definitiva della Storia.
Non srotola lo spago per scoprirne il nocciolo scheletrico
e nemmeno la carta igienica gli giocherà un brutto tiro.
Prima di morire, amletico, alza gli occhi al cielo
e lancia un cenno d'intesa ad alture sconfinate.
Guarda il portafogli: potrà pagarsi un altro biglietto
per la stessa giostra e, lavorando ancora e ancora,
avrà soldi e forze per giri infiniti.
Crede. Crede che a niente ci sia una fine.
Se non lo credesse sarebbe finito.
e liberazione.
Stanchezza
stress, corse, fatiche.
Ma poi arrivava
il riposo del guerriero.
Senza pensare che la vita
gioca brutti scherzi.
La gioia si è trasformata
in angoscia, ansia, solitudine, dolore.
Non poterti più vedere, parlare
è devastante.
La tua assenza
lascia un vuoto profondo.
Non sei qua
ma è come se ci sei.
Nella mente
il pensiero va sempre a te.
Ho paura di affrontare
tutto questo malessere.
Io che tutti pensano sia una roccia
invece sono un essere umano.
La tua assenza
pesa come un macigno.
Mi manchi.
che il mondo fosse diverso
da oggi,
vorrei che Israele
non odiasse i Palestinesi
e che la Palestina tornasse ad essere
il luogo della Natività;
vorrei che Gesù
tornasse il Galilea
e rifacesse la strada
con i discepoli di Emmaus,
vorrei domani sentire che i ragazzi
non muoiono più
e le mamme non piangano
per la morte dei loro figli,
vorrei domani che il sole
davvero sorgesse per tutti,
perché in fondo siamo fragili
ed esposti al respiro del destino.
Ad essere chiari ed ad essere onesti
non c’è una ragione profonda e sincera
ma neanche una briciola d’indole vera
che rechi allo spirito tutto proteso
una ragione per cui fa l’offeso:
contro la gente, contro il peccato
contro il destino che si è camuffato
d’irto carnefice sempre cattivo
ad annientare l’amore ch’è vivo.
Perché scriviamo allora ogni giorno
se raccontarci la vita ch’è intorno
non ci soddisfa e anzi ci annienta
come una nuvola che ci spaventa,
forse scriviamo in momenti di pianto
certi che forse qualcuno ed intanto
sa che il poeta è quell’umile rima
che vale poco nel dopo e nel prima.
alti e radi,
piroetta nel chiarore dell’atmosfera,
stendendo un’organza
diafana e leggera
sui corpi smagriti delle persone.
Il vento di ponente,
con il suo torrido alito,
favorisce lo schiudersi
molle di germogli
e le giornate passano uniformi
nell’attesa del tramonto rossicante
e del fresco della sera.
Sulle case deserte,
negli interstizi in ombra,
vegeta un’erba grigio pallida,
carica di polvere
e di mandrie annoiate
di moscerini.
La serenità dell’estate
traspare dalle striature
cangianti del cielo,
tinto di rosa,
verde e viola.
La sera, ombre e venti,
rinfrescanti e sonori,
sbuffano furtivamente
su strade e tetti
di case ingrigite.
E di notte
il profumo dei tigli
scivola su uno svolazzo
di panni stesi
e sui gerani danzanti
alle finestre.
il tuo volto appare crudele,
mostri un arido cuore,
le tue spiagge sono nere
come anime in peccato mortale,
i tuoi tramonti sono sulfurei,
come esalati da gironi infernali.
E’ nella storia antica
la tragedia che ti ha mutata
in un isola incandescente,
in una pietraia tagliente,
in un mondo inerte e ardente.
Lanzarote,
nelle profondità delle antiche colate laviche,
nelle morbide sabbie annerite da lapilli
nelle aride pianure pietrificate
l'uomo ha percepito il mistero dell’energia creatrice
e della modalità naturale con cui il nostro pianeta
fu plasmato.
Lanzarote,
isola ferita e guarita,
isola violentata e addolcita,
isola inaridita e vivificata,
insegnaci, con la tua pacificata energia,
a volgere verso il bene
la nostra indole spietata,
superando con animo audace ma sereno
le asprezze, le complessità e le incognite
del nostro inarrestabile viaggio
verso una meta che ci è ignota.
era nell'anziana signora che attendava invano
un parente lontano;
era nel grembo della giovane donna sola
in un letto d'ospedale, che fissava il soffitto senza esitare;
era nel mio volto riflesso nello specchio,
la pena e la carta riposta in un cassetto.
a modo mio
facendo spazio a nuove osservazioni
a nuove idee
Osservando l’incontrollato e frenetico muoversi
percepisco e traduco la gravità delle azioni
Si rinvigoriscono le spente speranze
nel raccogliere
la futilità delle parole
Abbandono i bisogni
salvando le necessità
trasportando i giorni come pesante fardello
Aspetto al confine il sospirato sollievo
si staglia la torre angioina.
Come un mastio in navigazione
il campanile del monastero
fende l’aria dell’aurora.
E ha in sé una certa dose di solidità,
ma non ha ancora riconquistato
la nettezza degli spigoli e degli incastri
e sembra calarsi dietro un velo
di sudore freddo pietrificato.
L’erba verdissima cresce rapida
nei prati collinari
accarezzati dal tepore lieve del favonio.
L’azzurro del cielo,
tra rododendri e ginestre,
si scialba nell’ossido di piombo
perdendo la profondità del cobalto.
E si riverbera
in umane trepidazioni,
affastellate come matasse
in un cesto di vimini.







