del vuoto che riempie
i momenti
i giorni
i respiri
del far richieste
delle attese, mai cercate
del solo, che resta
del mare asciugato
in un cuore da pecora, da leone vestito
in un vento bianco di neve
nel volo di un angelo nero
sbattendo inviperito
dai suoni abbandonato
di urla, inveito.
Il rumore è assordante
svuota, tutt'intorno
prima di pensare al ritorno
in momenti
giorni
e respiri
che inermi, stanno per finire
e spazio infinito.
Nitida coscienza
di solitaria esistenza.
Nel vasto silenzio
peregrinano piccoli rumori,
non alterando la percezione
di sensazioni spirituali.
Ansia morale di lottare,
sforzo intellettuale di comprendere,
irrequieta aspirazione artistica
m’inducono a riflettere
su cose inutili,
vuote e lontane.
Uno strano insetto
cerca invano
il caldo ricordo di una luce
nelle oscure caverne dell’anima.
entra in ogni fessura
trafigge gli occhi senza infastidire
cancella tutto, per ripartire
Nero, come la profondità, come l'universo
come un gesto avverso.
Il buio, copre la luce e diffonde il silenzio
come d'incanto merita rispetto
Nero come in un pozzo, come la notte
come in fondo al mare
Il buio, elimina le diversità
i colori, cambia i sentimenti
gli amori
Nero, come fuliggine, come fine di brace nel fuoco
come catrame vischioso,
come manto fumoso.
Il buio, saggia la paura
evoca lacrime e sente tremori di freddo.
Nero, tutt'intorno come ogni giorno.
e pioggia violenta.
Cuore oppresso
e ricordi trasformati in angosce.
Gelido sussulto
in cuneo di luce metallica
sul duro silenzio
e sul riposo dei corpi umani.
Sordo nerume
e sussurro prolungato
nel rimbombo del temporale
che si placa in larghe distanze.
Frantumi di luci
come respiri sospesi
feriscono l’anima.
da non salvare
niente ragione, intenso vuoto
tristi racconti senza verità
con poca esultanza
molta incuria, da lacrimanti cuori
scarni contenuti, esili significati
commozioni bugiarde, aggettivi infantili
luoghi di leggende e favole
melense combinazioni
fumose, ipnotizzanti
da spavento.
Apro testi e dispero
dopo qualche riga
senza lasciar segno di un pianto
felice del riciclo che verrà.
mentre i lucidi tramonti volgono le spalle all’accaduto, salutando il divenire.
Tornano i chiarori del mattino annebbiati di brina,
confusi da filari di luci che ingrigiscono le sere
di solitudini.
Gli arcobaleni in volo si confondono e si nascondono ancóra,
persuasi all’addio dall’orbita che – senzatempo – s’ellittica nel cosmo,
mentre ingannano l’unìsono
che alternano l’illusione del succedersi dei sogni e dei pensieri
all’incessante necessità d’Esistere.
Tramonto azzurro verdastro
tendente al grigio bianco,
nebbia rosa spenta
nascosta dai monti.
Giro le spalle
alla finestra grigia,
ai gelidi vetri
e al sortilegio della penombra.
Una grande pace
si disperde fredda
nell’astratta aria autunnale.
Osservo e dimentico.
E come un oppio
m’invade
una tenue nostalgia.
e della dispersione,
ombre che riempiono la valle,
vestigia del destino.
Spettri sinistri,
serpenti d’antri assurdi
e d’emozioni perdute.
Incoerenze di sogni
aleggiano come pipistrelli
sulle passività dell’anima
e come vampiri
succhiano il sangue della sottomissione.
La mia esistenza
si perde nei miraggi,
nella vergogna delle cose reali
e nella miseria d’una vita dignitosa,
come un abisso scuro e vischioso.
Creo una filosofia
e la uso come un abito,
sogno una religione
e la indosso come una maschera.
La malizia dei giorni
e i capricci degli eventi
precipitano nel cuore,
avvelenandolo.
Al suono della grande orchestra
passo nel vortice delle danze
e nelle conversazioni del riposo
sotto gli sguardi sdegnosi ed estranei
degli organizzatori dello spettacolo.
Mi annientano i versi dolci e perfetti
Di tutti voi pronti a cantare il creato
Di quello che fatte di quello che è stato
Di filosofia o di stati d’amore
Di lacrime gioia e di duro dolore
Di giorni passati a capire chi siamo
E perché siamo qui e a che cosa viviamo,
Ma io che rientro da un altro pensare
Di chi non aveva nient’altro da fare
Che bere scordando le pene infernali
Di chi da notizie ai vari giornali
Mi fermo a pensare che vita è mai questa
Per dire così che alla fine ci resta,
Stordirsi e cercare comunque a finire
Il giorno che passa ed andare a dormire.
L'amore è soffermarsi
a guardare il sole
che al mattino scalda la tua pelle
e poi ad occhi chiusi
immaginare le bellezze infinite.
L'amore è regalare un sorriso
a chi piange di dolore
e porgere una mano
a chi è stanco di delusioni.
A chi non sa dove andare
e vorrebbe calore dentro il cuore,
forse nessuno ancora lo sa
ma l'amore è anche stare in silenzio
e lasciarsi baciare dalla luna
e poi nel letto a sognare
i pensieri più belli quelli
che fanno compagnia
e non ci abbandonano
perchè vivono dentro noi.
profumi di pane e di frutta.
Attraverso il disegno improvviso del subconscio
la fantasia evoca visioni sentimentali.
Come chi non vuole più fare gesti
abbozzo un desiderio.
Angoscia metafisica mascherata,
grande disillusione,
sorda poesia dell’introspezione.
Suoni di parole che echeggiano
nei sotterranei del pensiero.
Nella notte silenziosa,
tra inespressive sensazioni,
imbocco una strada senza uscita.
E nella mia ombra intima
s’ attaccano fogli
e si conficcano aghi.
Rimuovo le emozioni
e mi riempio di pensieri contradditori
in un movimento di tedio colorato.
Una vasta visibilità del mondo
percorre l’immaginazione desta
e i miei occhi s’ offuscano
di nostalgia e di supposizioni.
Come un vento turpe
la stanchezza anticipata
dei paesaggi possibili
affligge il fiore del mio cuore stagnante.
E lungo la spina dorsale
del ricordo
risuonano dolci armonie dell’anima.
come bozzolo scarnificato
ai margini di una mulattiera.
Ascolto il suono del vento,
tocco il battito della terra,
ricevo consolazione dalla pioggia
e mi scaldo dinanzi al focolare.
Schiamazzi in notturne cavità,
ululati vaghi,
accompagnati dal cigolante oscillare
d’insegne stradali.
Ribellione e trasgressione
come germogli d’umanità.
Voci ruggenti
da spazi indefiniti,
silenziosi tremori
e sorde paure.
Nell’oscurità
la brezza mi sfiora le gote
e il rumore dei polmoni
mi entra nel cuore.
Con prudenza
assaporo
la possibilità di dormire.
e di fragile elegia.
Le foglie cadono lente,
con grazia,
inevitabilmente.
Alcune vanno a terra
e coprono le radici dell’albero,
altre volano più lontano,
sulla roccia,
sulla sabbia
e nell’acqua limpida del ruscello.
Altre ancora,
trasportate da sbuffi imbronciati di vento,
bisbigliano appena
nel gorgo turbolento dell’atmosfera
e si lasciano avvolgere
dalle onde pacate del lago di Occhito,
quasi a volerne rosseggiare
un canto appartato.
Rinato da te stesso e chi se ne accorge?
Il pugno di adesso è uguale a prima
ma quando qualcuno risorge
non è in un momento, ma in un panorama!
E questa volta sarà complicato
guardarsi in faccia e rivedere tutto,
chi è rimasto e chi è andato,
ma questo è il momento perfetto.
E questa volta sarà tutto come prima:
è in questa consapevolezza il cambiamento totale;
purché si noti che è smussata la cima,
purché si sappia che una cima è sleale.





