Obliqua luce.
È il leone che non si rassegna alla sorte maligna.
La forza passa di mano
muove ossa di shamano tra teschi futuri.
Il passato si insinua nelle vene,
incita battaglie di zucchero filato.
Una bertuccia può
raccomandargli i semi della resurrezione.
La poesia muore perché sono i leoncini la verità dell’arte
e tutti li uccide il re. Non muore il poeta invece.
E’prassi
l’accecarsi di Edipo prima della selva.
per sentire il vento del mio caldo Sud,
riaccenderò la fiamma di pallide speranze
nel tuo sorriso rubato a caro prezzo.
Spalancherò il mio salotto colorato,
disteso lungo il cavo della mano,
novello e azzurro paradiso
per ospitare il tuo amore strano.
Quando domani ti stringerò al petto,
inghiottirò le mie gocciole di cielo,
un briciolo di luna vagabonda
e, solo guizzi d’una stella pellegrina.
E se ti sgriderò affetto,
vorrei avere il mondo intero testimone
oppure nessuno ad ascoltare
le mie salate confessioni.
Quando domani mi vedrai partire,
non so cosa potrà accadere.
Ora, sono distratto dal fumo di questa sigaretta
che mi invita a non pensare…
Sollevo l'ombra di un sorriso
sulla linea che a confine si pone
tra gli occhi affaticati al sole
e la calma del mare, esistenziale.
Certo eravamo giovani, ricordi,
quando improvviso si calmava il vento
e l'occaso ci coglieva impreparati
sorprendendo noi stessi e i nostri sensi.
Impalpabile l'onda con la brezza
e le tue mani la tua bocca
l'emozione e il battito del cuore...
Ci si calmava a stento e rimaneva
la voglia di non farci sopraffare
dalle nuvole scure all'orizzonte.
La preghiera è pei campi di battaglia
è per una bottiglia, ancora tappata
nella battigia, in attesa dell'onda.
Oltre si spinge, tra carne viva
sempre a chieder perdono
anche per chi non vede
chi non ha pace
è mancante
di sete
e non
prova
nulla
espia
solo
pene
geme
e con
voce
greve
chiede
un sorso
per poter
tornare a brindare alla vita.
Vorrei che provassi
a odorare i passi che fai
sopra la terra e tra i sassi
e stringere i pugni ai mai.
Scopriresti gli amori
che ti han portato fuori
dai confini profilati
da fili spinati.
Gioire del fato
che giocondo
ti ha reso fecondo
di un sapore privato.
Cascare tra rose pungenti
e rivelare la ferita
che ti urlerà - senti !
per risvegliare la tua vita.
E piangente, genuflesso
a te stesso, mani giunte
saluterai le strade congiunte
che nei tuoi occhi il segreto han riflesso.
Pertanto gioisci e accogli
tra sangue e ruggine
gli scritti destinati di fogli
celesti, che mai son la fine.
Sdraiata nell'immagine del vetro
scorgo in altri occhi il verde dei tuoi pensieri,
di lacrima.
Vedo il rosso attorno alle mie pupille
labbra
lingua
cuore
Mettimi la nebbia tra le cosce
la tua mano al ginocchio e alla caviglia l'altra
così sarò legata
legata da un pensiero a te, alle tue mani
al tuo corpo
alla parte che posso avere
Schiodami da queste assi, da questa porta
chiusa
senza vetri -tutto legno... strisce, solo strisce-
Senza fessure, spifferi
angoli né luce.
Tutto liscio
quadrato
Addormentati su me come tegola sul tetto
come coppo
curvo
accovacciato
steso solo ad ascoltare i giorni
mattine
minuti
ombre.
E’ forse la beffa il pane quotidiano
dell’uomo corrotto ed incatenato?
La cui identità languida
si disperde nell'oblio di un sepolcro,
candido come un velo d’Oriente,
accecante come l’oasi nel deserto.
Folle di ciechi attraversano così le strade dei potenti,
dal peso della loro libertà sconfitti,
nel sonno plagiati.
Ho scavato a lungo
Tra scarti di cuore
Per quel poco
Che ho.
Per quel poco che ho
Ho giocato d'anticipo
Sulle mie paure,
Tra assurdi rancori
Ho preferito l'amore,
Ho bevuto vino
Per essere liquida e rossa,
Ho svuotato l'armadio
Per avere spazio,
E Ho guardato il cielo
Per ritrovarmi intera,
E posato le mani
Su sconosciute lacrime.
Per quel poco che ho
Ho creato formule matematiche
Per creare linguaggi nuovi,
Ho spogliato il corpo
Per vederlo nudo,
Ho posato le scarpe sul pianerottolo
E la borsa sul tavolo vecchio,
E così tra un gesto e un passo
Ho navigato pensieri di morte
Per riveder la vita,
E Ho assunto angeli senza ali
Per giocare a carte con demoni zoppi
Mentre guardavo la luna.
Vita!
Ora D'amor vero t'amo
Per quel poco che ho!
è un cielo immenso
pieno di luce
dove è difficile perdersi
e tu nel suo splendore
vorresti rubarle il cuore
per rinchiuderlo dentro al tuo
per capire se veramente
ha bisogno ancora del tuo amore.
Daresti tutto per lei
anche quello che non hai
perché nell' universo
esiste sempre un piccolo angolo
dove puoi adagiare
dolcissimi pensieri
per farle diventare emozioni..
I mali castiga di questo andare
verso l’indecifrabile futuro
lungo le strade senza più aiuole.
Uno diventa il respiro d’ognuno.
Salda è la voglia di stringere tutto,
anche i colori che non incantano
per poi indurli a virare in un blu.
La vita si denuda di zavorre
pur di adagiarsi sull'ala del volo.
E s’apre del tutto, il sipario
sulla scena della non commedia.
chiamami con il mio nome
così come mi chiamava mia madre
quando ero giù a giocare
a spaccare le vetrate
le ginocchia e le suole.
Chiamami con il mio nome
così, in modo naturale
così come faceva mio padre
per farmi alzare dal letto
e svegliarmi dal torpore
per farmi andare a scuola
adolescente a lavorare
contro la mia volontà.
Chiamami forte o anche piano
ma ti prego pronuncia il mio nome
e mi sentirò come su un deltaplano
a cercare la tua mano
tra l’immensità di mani e di smarrite felicità.
Chiamami come ho chiamato Dio
come Dio un giorno mi chiamerà
come mi sono chiamato io
quando mi son perso tra le ombre della sera.
Chiamami
in quell’ora che non è ora
ma solo un susseguirsi di attimi
tra la notte e l’aurora
dove tutto è fermo
il tempo, il cuore, gli occhi
chiamami ti prego
con quella tua voce che è sinfonia
chiamami e poi sparisci
così come anche lei è sparita
come tutto sparisce
come anche il mio nome sparirà
tra gli alberi e la dubbia eternità.









