Quello che leggerete
sono le ultime quattro dedicatorie
di un vecchio taciturno che attese
la sua naiade tra elegie e ninfee
nella scrittoria lungo una gora.
Al mattino salutava i nannuferi
in fiore, e si accompagnava dove
Etna divenne il frutto divino della
fusione tra cielo e terra, figura
che cima verso la volta, e la sfiora.
Sedeva sulle grosse radici,
e i piedi era come se penetrassero
nelle profondità della terra.
Quel giorno osservò un legno
che galleggiava arso e fuligginoso.
Quando Pan suonò il flauto divino,
echeggiando l’armonia del silenzio,
i fiori di loto mossero
passi di danza
cantando in modo melodioso.
mi scalda col suo calore
mi scalda col suo amore,
in ogni parte del mio corpo
mi sento infervorito
dai suoi fulgidi raggi.
Nei miei occhi chiusi
penetra il suo chiarore,
poi quando li dischiudo
vedo di fronte a me
il sole che mi guarda.
Mi guarda con la sua lucentezza.
Ode a te, che sei certezza incontrovertibile
soggetta al divenire e custode dell’eterno.
Tu, ferita al cuore ed improvvisa apparizione
sfuggi con audacia alla condanna dell’utilità.
Bisogno insaziabile sei, oh magnifica esperienza
e ci sottrai dal vero scagliandoci nella follia.
ossessionato dal trovar la luce
di bianca vela nel mezzo dei marosi
da riportare indenne al porto mio.
Viaggiatore è il risveglio nuovo
di un’estate che non vuol morire,
menefreghista dell’età che passa
e provocante come donna astuta.
Se riuscisse a scorgerla qualcuno,
si rechi presto, qui, in questa casa
a dare a me l’esatta posizione
perché raggiungerla io possa
e, capitàno del tempo che mi resta,
ancora prima di condurla in rada,
la porti a spasso in acque di fiducia
standomi zitto su cronache d’adesso.
Farò una sosta in centro d’universo
gettando l’ancora tra il verde e il blu
dove i miei bagni facevo a testa in giù,
dove i miei anni accarezzavo piano...
per non scalfire pelle e gioventù.
ora che la tua anima è volata in cielo
tu mi manchi.
Mi manca la tua dolcezza
quando ogni volta
mi davi una carezza,
mi manca la tua tenerezza,
mi manca il tuo sorriso
luminoso come il sole.
Tu per me sei stato
il mio unico bel fiore,
tu per me sei stato
maestro di vita.
Mi hai insegnato a stare con gli umani
mi hai insegnato a stare con la gioventù.
Tu,
ogni volta che ti rammento
sento dentro di me il deserto.
Un rantolo, io sono
di terra accarezzata dalla furia.
Godo del solo abisso
dove intero ho lanciato il mio corpo.
Ti chiamo le notti
mio cielo gonfio, trascorri
oltre il bianco del ventre.
Da tutti i papaveri schiusi
sussulto pena e piacere
di materia plasmata
sbattuta, annullata.
Sei conforto di pioggia
all’anfora dell’inguine
come sulla divina
umana Danae, incorniciata
al fianco del mio letto.
iridescenti nell'alba
di un cielo terso
tra gracili nuvole
cullate da un vento leggero.
Brezza di primavera
degli anni passati
degli anni presenti
degli anni a venire
che porteranno per sempre
il marchio indelebile
del verde marino dei tuoi occhi
persi nel tramonto
e nei miei.
Frontiere chiuse
nel mio mondo alieno.
Novello argonauta
forse troverai la strada
e pianterai abusivo fiore
al centro d’impervia terra.
Porterai il lupo, dove
più forte ulula il vento.
Che tremino di paura
le antiche querce scosse!
Chiamerò le fate a fare scudo
-mentre tutto si strapazza-
al germogliare nuovo.
vorrei riposare la testa
dal rumore silenzioso
che riecheggia nella valle
distesa da prati e ruscelli.
Oggi in questo giorno
in cui tutto penetra e
punge come lame di ghiaccio.
Ostacoli di una tempesta
che devasta,
ingabbiata in un labirinto
senza uscita.
Un vortice che trasporta lontano
veloce verso le stelle.
La mente atrofizzata
urla senza voce.
Il contatto perso
con il resto del mondo
non ascolterà più
la voce che chiama.
sempre meno
occhi avidi la leggono.
Sempre meno
cuori battono forte per lei.
La poesia è fuori moda
i social riempiono le menti.
Sempre meno
si pensa con la propria testa.
La poesia è noiosa,
pochi sanno assaporare le parole.
Pochi sognano
attraverso le suggestioni.
È faticoso piangere,
ridere, assorbire le emozioni.
È morta.
Noi poveri dispensatori di pensieri,
che abbiamo accolto
un dono d'altri tempi.
Siamo la voce dell'anima,
testimoni di sogni sussurrati.
Noi che ci incantiamo
davanti ad un tramonto,
narratori di storie fantastiche.
Gocce scendono dagli occhi
ascoltando una canzone.
Noi non molliamo e
in nome di versi
altrimenti perduti,
come respiro
scriviamo i nostri poemi.
Noi dell’igiene mentale,
sempre visti con sospetto,
con compatimento,
e la nostra parola,
non vale un cavolo;
non possiamo dire,
non possiamo urlare,
non possiamo fare niente;
solo subire;
altrimenti,
se facciamo i cattivi,
ci rimettiamo,
ed è sempre colpa nostra;
e dobbiamo sforzarci il doppio,
per dimostrare,
che non siamo menomati;
che siamo persone,
non cose ,
non pesi morti,
o solo stupidi;
noi dell’igiene ne mentale.
fiori che sbocciano
Rinati a nuova vita.
Il dolce alito di vento
si fa ormai sentire
Mentr'io silenzioso
lo ascolto.
Ascolto il dolce canto degli uccelli
che allegramente
Volano per il firmamento.
E i fanciulli beatamente
corrono per i verdi prati.
Rinasce finalmente la natura
A dipingere la primavera
con i suoi bei colori.
"Vespro" (2011)
hai le ali di cesoia,
stai nel vulcano
di spento uranio
tra le anime.
A una mela del cesto aggrappi
le unghie ad uncino
e mi ami su quella bocca rossa,
poi del tizzone del camino
fai un orribile fiore
da donare alla peste.
* * *
precipitata, immaginiamocela
venuta dal battere del vento di stasera -
e pensare che l'avrei detto improbabile
oggi pomeriggio ma il sole invece
"ce la sapeva bene".
Porta è ovvio in sé dei frutti secchi
e un'aia,
polsi è chiaro di lana triturata
e una monaca senza lampada
che bussa al vetro nero.










