sorridono
su incubi tracimati
fin troppo adorati
per sentirli vivi
E tu
lo sguardo altrove
fertile devozione
di piogge promiscue
fino a dimenticare
il perché
di saggezze inginocchiate
estinto di noia .
Siedo sul letto in attesa di un tuo cenno preda indiscussa del tuo magnetico sguardo, diabolico, voglioso brami desideroso il sentir tra le dita scivolare i mie lunghi capelli setosi, eccitanti... eccitante... irrompo e passo dopo passo mi insinuo tra le tue malsane voglie pungenti come spine di rosa, trafiggono i sensi lasciandoci andare all'intensa, violenta passione, ululando alla luna come lupi assetati di sangue e affamati di carne danzante un ritmo ondulante che inghiotte risucchiando l'essenza... "Suspance"... cala il sipario su un vortice d'assoluta armonia.
che sono le tue parole
amare e vere
che mi risuonan dentro
come dolce nettare o come fiele
piangi e pugnali il mio cuore
mi invochi con rabbia
e con dolcezza infinite.
Le parole che non ti dissi
scivolano lente
tra le mie dita
in un silenzio acerbo e avaro
le promesse le gioie
dei nostri puri cuori
se le porta via il vento
dell'abbandono.
In me un desiderio
d'essere natura,
una pozza d'acqua
che raccoglie la vita.
Carezzo i fili d'erba
come una madre
pettina i figli suoi.
Lo scricchiolio dei rami
è un coro di voci
non di lamenti supplici.
Ascolto i sussurri
della timida primavera
nei raggi del sole.
Sono sempre io
a godere del cielo
che copre la mia vita.
argentata di ragnatele,
scatole, stracci,
coperte vecchie.
Cercare invano
un giocattolo
tra quelli accatastati.
Ricordo indelebile
di un'infanzia remota,
un tempo felice,
ora amaro,
rivedere sorrisi di
chi ho amato e non
c'è più...
ti scorsi, giardiniere dell'anima mia
galante e spadaccino, intento
a curare il mio fiore
come un Piccolo Principe
la tua rosa,
delicata, malata
e capricciosa.
Tra i fiori di tiarè e il cuoio delle tue scarpe
il mio mondo che ti circondava
intriso dei tuoi algoritmi esistenziali
tra un "olé" e un "è stabilito".
Mio dolce, dolce guerriero,
io, fatta di niente e tu...quanto mi manchi...
La lontananza non guarisce nessuna ferita
il dolore si mitiga solo scrivendo.
Il giorno che muore arrossisce di vergogna
lasciando strascichi sfumati nell'incertezza
al cambio di guardia con la notte imminente.
Immane è la fatica del morire a ogni tramonto
per rinascere il giorno dopo con nuovi progetti
portarli a compimento con entusiasmo
scordando le promesse mancate del dì precedente.
Sono albe e tramonti che non smettono di sorprendere
l'osservatore attento che cerca ragioni in chi osa
con imprevedibili movenze, indossare vestigia
sfoggiandole a piacimento senza contraddittorio.
E col nero manto della notte
nella sua consueta eleganza
congedandosi conclude la sfilata.
Un ciclo continuo di vita e di morte
che va e viene e non chiude le porte
a chi nel suo oltre vorrà trovare risposte.
dentro a uno stagno
faceva il bagno
sopra una spugna
ma mai un lamento
e mai una lagna
come una cagna
senza lasagna
È una cuccagna !
Viva la Spagna !
L'ho scritto pure
sulla lavagna
Scende la pioggia
ma non mi bagna
colgo una prugna
e una mela cotogna
Alla bisogna
mi vesto in vigogna
senza rampogna
senza vergogna
Poi son caduto
ahi ahi che scalogna
dentro una fogna
col passamontagna
ma per sfortuna
per massima rogna
la fossa era piena
di pesci piranha !
Una raccolta è rispetto
di panorami osservati
da sopra un calesse. Di criterio
occhi ricolmi. Bianco
che si regala al nero
per dare forma e movimento
coi colori che si aggregano
al ballo dell’arcobaleno.
Oggi rispetto ha gli occhi lucidi
ché costretto, senza altra possibilità
a vedere in frantumi
il proprio grandioso progetto;
astratto ci aspetta. Non è prepotente
ma, vincolato a l’attesa
di prosperosi e operosi
ravvedimenti. Lui sa
che sissignore è una parvenza
che il lei è esca, a fondo lenza
che troppo è d’errata provenienza.
- Ha ben altre pretese, rispetto
esempio, da ignobile velox
da trenta, fuori dal centro
… dal centro vero; esiste
e, contro la pericolosità, lotta
quella che andrebbe estinta
come fosse una specie infestante -
Rispetto è miraggio
che, spesso, salva la vita
ma, forse, ancor non abbiamo
raggiunto il deserto.
il pur incerto passo rompe il silenzio
di vicoli inodori, orfani d’aria di casa,
tra vetrine ubriache di led per lettere cubitali
in perenne attesa di occhi che le guardino.
I panni stesi sui fili tra i balconi
non concedono rossi, bianchi, gialli, verdi o azzurri
e seccano al sole il grigiore delle loro stoffe.
Non stridono, come avrei fortemente voluto,
con l’abbandono servito da un progresso mal pensato.
Giù in fondo, dopo il bar “Caffè su Marte”,
lo slargo s’apre, grande. Qui lo chiamano la “nostra piazza”,
soprattutto certi giovani fruitori di birre ed altro.
Oggi non mi va di andarci, stanco di vedere
lattine e bottiglie vuote sui bordi della fontana rinascimentale.
Tornerò a casa per salvare la mia fragile pelle di poeta
senza smarrire la mia gravosa ingenuità, qui,
da qualche parte di queste becere solitudini.
Calcherò ancora questi sentieri, forse domani o domani l’altro,
non per autolesionismo ma per trovare almeno orme.
Orme, fossero anche deboli, di quella fantasia
che una volta vedevo volare leggera nell'aria
per poi, come prima pioggia di primavera,
bagnare le menti e i cuori più teneramente bisognosi
di costruire senza sconti vita, amori e sogni.










