Mi difendo, si, mi difendo combattendo
contro la natura e gli elementi.
Ho piacere di sentire la grandine,
il fulmine e la neve,
e immobile come una lucertola
il piacere del sole cocente sulla pelle.
Mi piace il tormento della vita
che vuol dirmi che non riesco a sentire
e a volte sopraffatta non soccombo
ma respiro con più forza.
E così nasce il bisogno di aria
sentita sulla pelle, tra i capelli
che come un vortice inebria
le mie membra e assopisce
quel dolore antico che costantemente raffiora.
Serrate labbra fremono tremanti
Attendono la nota, quel là per esplodere
Che ne volete voi della tristezza
Nella compassione di falsa comprensione
Eppure quel vento smuove le corde
Sentite il fruscio, quello fra i denti
Stridulo e scostumato, per voi
Manichini di questo tempo
Eppure, smisurate misure
Nelle riluttanti distanze
Distanziano le ombre
Sorridete semplicemente
Così, spontaneamente
Tendendo la mano
Questo basterebbe
Questo basta.
Rigurgiti di vento gelido
sbarrano il transito alla primavera
e si trascinano echi di memorie
che si propagano in grovigli di rami
ed archi ancora spogli
e l’edera si fissa, definitiva, ai muri porosi:
difficile separarla!
E di stormi,
rondini ne tornano in poche.
Se stacchi dal suolo la mia zolla
striature, vedi,
di respiri
e impronte di viaggi
d’amore e di speranza;
graffiti di vita
in bilico tra luce e penombra;
occhi persi nel buio dell’attesa
che la luce del giorno ingoi,
col fumo della notte,
lo scarto del distacco.
E mi piace dipingere il nuovo giorno
in un volo di aquiloni colorati,
nell’abbraccio di voci confuse
e complici sguardi,
di pensieri sospesi
a generare bellezza.
Una doccia sarebbe stata certo meglio
che lavarmi così, sommariamente.
Ravviare i capelli
non significa certo pettinarli,
ma avevo una cosa più urgente
da fare, stamattina: vivere.
E senza guardarmi troppo allo specchio
ho preso e sono uscito.
se saprai accogliere
chi mendica un sorriso
e cerca disperatamente
una parola d'amore.
E' Pasqua
se il cuore si libera
del male che è nel mondo
e supplica la pace sottovoce.
E' nel sacrificio grande
di una madre che non si arrende
e non cade nella stanchezza
per amore e sa scalare
la montagna più alta
senza fare rumore.
E' Pasqua se sai perdonare
chi ti ha saputo regalare
un letto di spine.
E tu con ardore
cammini nel letto dell'amore.
(variazione su: Consolazione alla madre-Seneca) |
Voglio essere arcobaleno:
sette colori,
un’unica luce,
bianca, per dire Pace.
Voglio essere ponte che unisce
per mandar via
la diffidenza
e l’indifferenza
che rodono come malattia.
Voglio essere albero
affondare
le mie radici nella mia Terra
e avvolgerla
per non farla rovinare
via.
Voglio essere albero,
lanciarmi dritta verso il cielo,
allargare le mie braccia
per accogliere
e lasciare
respirare
Libertà.
Voglio essere albero
tra i viali
per ornare
le piatte strade
e dare
ristoro alla calura.
Voglio essere albero
per dire con linguaggio naturale
di un equilibrio da recuperare
per dare senso alla vita.
Voglio essere Olmo
e fare compagnia
al solitario Olmo del mio Paese:
memoria secolare
delle virtù della gente mia.
nel silenzio pietroso del taciuto volo
Note di valzer vibrano dal violino gitano
hanno nelle pieghe il vagito del mondo
l’agonia recisa del mattino nell’assolo lontano.
Farfalle rincorrono il riannodato verso
ne intarsiano il cielo dall’altrove incendiato
si disputano il cuore deposto nel fosso
l’esploso diniego dal perdono sventrato .
Piantona l’elemosina nel diluire il fosco
l’andatura dolente col dentro avvolto
occhio riverso di sublime risorto .
Sfregiano la bellezza con labbra gonfie di vele
travolgendo l’oltre sulla diga della resa
memore d’inneggiante bandiera bianca
bruciata la speranza nell’oblio che arranca.
L’eternità ha il cuore trasceso nel lutto
un tempo gelato nel candore d’ultimo furto .
L’anima decora i fianchi ascesi all’ansa
con prati di colori sull’onde del cielo
e ancora e ancora e ancora
prega l’anima all’infantile memoria
cullando la storia dall’intima fuga
come madre pietosa febbricitante
tra sonno e ragione.
In vita unica e vera ferita è la cecità
lo sconforto in balia del male
l’irrisolto corso.
Al poeta non chieder mai d’esser cera
ma fuoco o raggio d’amore disciolto nel vuoto.
Al gelo i pensieri a labbra serrate
La fine incattivita annienta sé stessa
sottrae l’inumato al destino
rovista nelle tasche dei ricordi
e morde l’assenza rinunciataria
Le chiede l’origine in delirio
col pretesto di ricucire il danno
ma la cenere ha ali di vento.
S’allontana vagando a specchio d’anima
la grazia della morte in silenzio
con il suo bimbo tra le braccia
Ha solo una coperta di parole sulle spalle.
ferite e malridotte in voli
spesso troppo coraggiosi
celati da un velo
di sicurezza e durevolezza
Cammino a passi stanchi
sulla terra a riposo
che non sento di voler coltivare
per ora no
osservo il desolato panorama
che il sole scalda
ma ritraggo le mani
e abbraccio silenzio e pensieri
Curerò le ali
aspettando il nuovo giorno
che si ripete atono
senza forza
senza inganni
guardando a fondo nello spettro
di quest' anima dolente
e silenziosa
Non cerco niente
spinta al limite dell' osservare
attendo e respiro
per vedere e capire
quando arriverà il momento giusto
e senza fretta
senza timori
immagino
di spiccare di nuovo
il volo
Occhi immensi
Un peso
Ad illuminare

narcotizza l’addio confinato al tempo
l’inevitabile deceduto e il suo declivio
affrancando l’oscurità d’un altro segno.
Sii pietà d’essere, fraterno sfregio
silenzia il pianto, spoglia lo scenario
recidi il saluto caro all’adultero sacro
detrai l’assoluto dallo scevro ancestrale.
Per quanto mostri i polsi con coraggio
sii banale pianto sulla bara sepolta
e non chiederti mai perché lo fai
Perché tu possa scriverci ora anch’io
so che grazie all’empio conosco il peggio
al termine solitario del mio stesso cordoglio.
Anch’io oso vederlo e cedere all’istante
l’eco dissolto nella verità pretendente voce
e le sue tracce lasciate a eredità di croce
Anch’io lo intendo che credi ma è Tutto vano
Solo morto capisci solo morto il per sempre
rinnovato vuoto percorso dall’immanente
Mostra all’anima l’uscita dalla mente
a carezza verginale di chi pur strappa l’ala
con la grazia nuda e s’ostina a ricucir il giunto
rassegnato mondo che irradia il dio eterno
Il suo amore, il mio, il tuo, il nostro
inizio e fine omaggio di questo vespro.
e d’erba greca.
L’alba si preannuncia
con la luce dorata
di un giorno ventoso.
Eccitato
fiuto gli odori.
Sento il fresco delle sorgenti
sul volto
e il fiato di un cavallo
nelle mani.
Dimentico tutto
e la vita s’allunga,
tra viottoli conosciuti.
Fresche fonti,
puledri arzilli,
ciliegie, fichi e uva.
E i ricordi si trasformano
in speranze.







