col capo sulla spalla reclinato
il passo incerto, il viso in euforia
parlare da soli pure a perdifiato.
Con poche spese si chiacchiera
col fido cellulare
di tutto un po'
di inciuci, furti, tresche e di comare
E come Dante fa parlare chi vuole
doli in sempiterno
per giunta tra le fiamme dell'Inferno
ad alta e fiera voce qui si suole
sparlar di tutti -ciò fa stil moderno-
e non si salva manco il Padreterno!
Penso di aver saputo vivere,
tra le pieghe dei giorni imperfetti,
nelle attese che sapevano di eterno
e nei gesti piccoli,
che hanno inciso più delle grandi promesse.
Ho saputo vivere
perché la vita mi ha insegnato la sua lingua:
la voce dell’amore,
il silenzio delle perdite,
il respiro breve della gioia improvvisa.
Ma non so morire.
Non ho mappe né sentieri da seguire,
nessuno mi ha lasciato istruzioni
su come attraversare l’ultima soglia.
Forse il morire
non si impara,
forse accade soltanto,
come la notte che cade sul giorno
senza chiedere permesso.
E allora non mi resta che vivere ancora,
fino all’ultimo battito,
perché anche il morire,
forse,
non è altro che un modo diverso
di continuare a vivere altrove.
Scampoli di fichi e vendemmie,
Estuari di foglie imbronciate d’oro,
Tetti di fieno e rugiada
Traboccano per le campagne
Ed una scheggia di melagrana
Moltiplica gli inizi,
Bimbi sui banchi di scuola
Ritornano a studiare
E l’autunno profuma ad aspettare.
Sonetto di endecasìllabi canònici a maiore tutti sdrùccioli con le quartine a rime incrociate e le terzine a rime alternate inseguendo riflessioni caòtiche che mi trascìnano negli ìnferi.
Ci càpita che arrèndersi possa èssere
l’ùnica scelta lògica possìbile
quando non resta nulla di credìbile
degli scenari che provammo a intèssere
per preparar futuro con benèssere,
non tanto d’un guadagno più tangìbile
quanto una vita meno insostenìbile
con frantumate molte meno tèssere.
Pensar che studi e impegno ci bastàssero
ad ottener qualcosa di più nòbile
(non grande nave a vela con il càssero
o fiammante e bellìssima automòbile)
per poi trovarsi persi come un pàssero
dentro un nevaio al freddo, fermo e immòbile.
16/08/2025
Alla memoria di Cesare – scomparso il 9 marzo 1972 – con onore e rispetto.
Ondeggiano
Costellando di alti e bassi
Chi più e chi meno tra noi
Esseri mortali.
Della vita il cammino
Intrepido destino.
Sognando che l’amore
Ognuno può regalare ….
Le mani l’un l’altro
Intrecciando tra di noi
Diamo quel senso solidale
A chi più credere non sa.
Riportiamo pace dentro i cuori
Infondendo sereni bei pensieri
Ed insieme teniamoci per mano
Teneramente offrendo agli altri
Amore sincero e solidale.
È triste il mio giardino
e fresca pioggia gocciola sui fiori.
L’estate fra i tremori
va silenziosa verso il suo destino.
Dorate cadon foglie dopo foglie
giù dalla grande acacia.
L’estate con stupor sorride e bacia
nel sogno d’un giardin senza più voglie.
Si attarda a rimirar l’ultima rosa
per l’ultima carezza
poi grand’occhi pesanti di stanchezza
chiude, di pace aver desiderosa.
September, Hermann Hesse (testo originale)
Der Garten trauert,
kühl sinkt in die Blumen der Regen.
Der Sommer schauert
still seinem Ende entgegen.
Golden tropft Blatt um Blatt
nieder vom hohen Akazienbaum.
Sommer lächelt erstaunt und matt
in den sterbenden Gartentraum.
Lange noch bei den Rosen
bleibt er stehn, seht sich nach Ruh.
Langsam tut er die großen,
müdgewordenen Augen zu.
Traduttore Google
Il giardino è in lutto,
la pioggia cade fresca sui fiori.
L'estate trema ancora
verso la fine.
Foglia dorata dopo foglia
cade dall'alto albero di acacia.
L'estate sorride, stupita e debolmente
nel sogno morente del giardino.
A lungo rimane fermo accanto alle rose
desiderando riposo.
Lentamente tutto cresce,
gli occhi stanchi si chiudono.











