Suoni di seta nel fruscio lento della notte
nulla è spento a dispetto del buio
la tua stanza e la mia troppo distanti
i chilometri le nostre barriere, eppure
straniere le nostre voci non sono
e nemmeno gli sguardi che filtrano
dal cellulare, sarà che anche il mare
è invisibile da questa porzione di cielo
e che la tua onda e la mia s’assomigliano
quando si alzano le maree, la tua mano
che scivola su uno strato di pelle, il volo
tra il suolo e l’orizzonte, in questo verso d’amare
vince l’empatia, tra l’errore e l’umano
il confine può essere labile, ti chiedo perdono
se a volte non ti merito, se le mie tempie dure
prendono il sopravvento sul ventre molle dei canti
d’amore. Questo so, che non sono Dio
ma se lo fossi, è per te sola che abolirei la morte.
Sento la voce del vento
stesso tono a ripetersi
un crescendo
quasi un urlo
si fa' piu' frequente
irrompe nella stanza
con noncuranza
e sulla pelle ...brividi
romba la voce
e d'improvviso s'inventa
un suono come frastuono
spazza il cielo
lo pulisce di nuvole e sole
porta soffi porta sbuffi
porta echi di voci
arrivano da molto lontano
sono echi di ricordi
che ti tengono la mano
sono echi di nostalgia
che si vestono a festa
per l'anima mia.
posata lieve sul petto
come ala di farfalla,
si apre il respiro
a un alito di immenso
un vento di infinito mi soffia sul cuore
dissolta la pietra
che gravava sul battito
si è sgretolato il peso del tempo,
resta un'innocua danza di memorie
sfiorate e alleggerite dalla luce
potrei restare qui in un eterno sorriso
Tutto è così fermo sulla scrivania -
della mossa d'un rivale
la memoria è il tuo fango che mi fa annegare
la memoria sono i tuoi seni che non esistono
la memoria è l'impeto antico della tua nudità
la memoria è il tuo genio che muore
la memoria è La banalità che si impossessa di te
la memoria è la tua dote che mi divora le mani e gli occhi
la memoria mi dice di ucciderti
la memoria mi dice di riprenderti
la memoria mi dice di andare in bagno
perché il mio culo è più importante di te.
il sole fa ribollire la mia anima focosa
scaldando l’io fisico e quello lirico,
piroette nell’aria con morbidezza graziosa.
Vedo la terra, i monti,le acque e i fiumi
brillare come mille pietre preziose
sento fin qui il profumo di agrumi
macchie di giallo: son limoni o mimose?
Il paesaggio riflette il bagliore del mio cuore;
si trova tra due fuochi, Terra e Sole la mia anima
è tutto così bello,che sembra fatto da un pittore
e mi sciolgo dolcemente in quest’estate panica
Occhi innocenti
Si chiudono
Pensieri e sensi di colpa
Affronti le strade infuocate
La vita
Fra l'indifferenza
Non c'è più tempo
Non c' è più tempo
Non c'è più tempo
sui tuoi pensieri,
pianto di luce
sui miei desideri.
Siam comete orchestrali
d’inverni sfocati,
arabeschi di giorni stonati,
diari d’amore inviolati.
Capriccio d’azzurro
nevica alle porte del cuore
e scrivo petali di sguardi,
straccio geometrie
di vuoti ancestrali.
Parto d’anima m’abbraccia:
sei tu, amor mio ritrovato,
quel rintocco di marzo assolato.
taciturno, ponderato, saggio,
con cui ho parlato troppo poco per imparare
il messaggio che ora conosco a perfezione.
L’ho guardato pochissimo quest’Uomo
per non capire che era un paesaggio da scoprire,
eppure oggi è l’unica mia fonte di coraggio;
il solo con cui parlare quando il mio mondo trema,
quando l’ora si fa scura.
Dalla sua Pace mi consiglia, rassicura
e tace quest’Uomo assente
ma presente in ogni anfratto di me,
suo figlio prediletto.
C’era una volta mio Padre
che col suo silenzio
m’insegnò soggezione, onestà e rispetto.
c’è stato il giorno del pianto e del sorriso,
quando i pensieri garrivano,
tra i refoli di un vento di maestrale.
Mille pensieri pronti già a salpare,
per lidi colorati, tra suoni accattivanti,
e mille, mille volti sorridenti.
Levata l’ancora ora tutto accade,
nel primordiale caos ti trovi a navigare,
ti bacia lieve zefiro,
l’onda ti culla in questo calmo mare.
Continua il sogno dietro gli occhi chiusi,
di amori mai arrivati,
e luoghi mai guardati.
C'è stato un tempo da cui tu vuoi fuggire,
e a piene mani di vita vuoi morire.
C’ è ora un tempo,
il tuo,
ed è arrivato il giorno di partire.
Si ferma il volto
diaspro
dove la strada sembra
morire al buio.
Al dorso un’eco,
miele da calendari
avvezzi ai muri
e chiodi
risospinti al bianco.
Pallore in tatui
scampato all’esodo
in chissà quali reticoli
di vanità e incertezze.
Non si contano gli alberi
dal ponte dell’orsa
dacché il divieto dei sogni
un clangore, l’ha rimosso.
la fine a volte sfugge d'incatenate cime
Dicono che è colpa del gorgogliar d'un rio
ed altri dello sguardo che non rammenda pezze
ma noi sappiamo già che il nuvolar di stenti -sovrastare vigne-
si tende inquieto e salubre a proferir carezze
e nell'udir angelico il gesto d'intonare
note -allungandosi ricreando un canto-
or cade nella selva dei desideri incolti
nel nascere ghirlanda che dall'amore chiede
muto bianco













