DI NOTTE MENTE DALL'ALTO
ILLUMINI IL MAR TIRRENO
LA TUA LUCE STANOTTE
E' SIMILE ALL'ARANCIO
SI RIFLETTE SULLE ACQUE
DEL MARE E DONA SERENITA
A CHI TI OSSERVA
SONO QUI CHIUSO DENTRO CASA
DA SOLO AD ASPETTARE CHE
SI FACCIA GIORNO CHE TUTTO
INIZI A VIVERE CHE LE STRADE
SI RIEMPINO DI MACCHINE
E LE PIAZZE DI PASSANTI
DONNE AFFACCENDATE
ALLE BOTTEGHE A COMPRARE
IL PANE PER IL PRANZO
BAMBINI CHE CORRONO
VERSO LE SCUOLE
SEI SPARITA APPENA GIUNTA
L'ALBA E LA LUCE DEL SOLE
HA PRESO IL TUO POSTO
MI AVVIO VERSO LA VITA
DI SEMPRE SOLO SENZA
UN AMICO CHE RISCALDI
IL MIO ANIMO TRISTE
UN 'ALTRA NOTTE E' PASSATA
TRA RICORDI E LACRIME
DI UN TEMPO CHE
NON TORNERA' PIU'
- NASO - 26 - 9 -2026
Le belligeranze civili
sono le più vili,
colpiscono senza tema
madri e bambini e uomini senili.
Nei giardini
abbattono rose e azalee,
nei frutteti distruggono meli,
aranci e mandarini.
Non hanno davvero a cuore
il positivo cambiamento.
Parlano di parità di diritti,
le guerre civili,
ma per la ponderazione
nutrono il disprezzo e tracotanza.
Progettano lotte come già vinte
e inneggiano a sicure vittorie,
ma è solo fantasia di pensiero,
simulatori di progressi e di libertà.
Promettono ricche economie
vanaglorie e indipendenze,
i combattenti invitti,
ma sul piano più basso
pongono le uguaglianze
e le urgenze degli afflitti.
Un implicito riferimento, ma in tutt’altro contesto, a “La luna e i falò” di Cesare Pavese, suicida nel 1950, che nei miei giovanili anni ’60 era un mito, non solo letterario.
Non sol gravò lo studio su quegli anni
ché li alleviò una ludica allegria,
liceali in festosa compagnia
che aiutava ad eludere gli affanni.
Recando il mangiadischi o la chitarra
ricordo scampagnate in bicicletta,
qualcuno con la Vespa o la Lambretta,
fino al tramonto insieme a far gazzarra,
e ancora più talor ci attardavamo
al chiar di luna attorno a un falò ardente
e in nostro cuor, ciascun segretamente,
sogni e speranze e amori nutrivamo
quali fulgenti auspìci nella notte.
Ma giunse presto il tempo degli addii
e ognun di noi secondo i suoi desii
al buio s’imbarcò per le sue rotte.
Metafore di vita quei falò
or forse fuochi fatui diventati
di chi i suoi sogni vide irrealizzati
o già sull’altra sponda se ne andò,
ché inesorabilmente, or uno or una,
cala d’allor la compagnia spavalda
Quel ch’era fiamma in cenere si sfalda,
si spengono i falò, resta la luna.
Dammi il tuo cappotto
per portare il mio cuore,
così come me lo hai portato tu,
mamma.
Dammi anche le scarpe,
per non sbucciarmi i piedi
quando non avrò più
come destinazione
l’anima
che porta i miei passi.
Dammi le lacrime,
che mi siano acqua.
Poi,
indossa il sole,
per essere sicura
di vederti
ogni volta che
le mie ginocchia
sussurrano una preghiera.
spezzate, il dolore
salire forte come un pugno
La malinconia, bizzarra
giocherà brutti scherzi
saprà ridere, una volta tanto
di noi, che le abbiamo dato lacrime
Chissà, se lentamente si scioglieranno le maschere,
stanche e logore, che troppo a lungo hanno raccolto sudore
Forse, volevamo morirci tutti
in questo caldo abbraccio - nella nostra poetica -
ma si sa… le cose belle muoiono prima di noi
per farci soffrire ancora un po’
e noi
non siamo padroni di niente
non senti più il rumore delle sue zampe sul pavimento,l
la sua ciotola vuota, il guinzaglio poggiato lì dove
è stato riposto dopo l'ultima passeggiata.
Non sto piangendo il mio cane,
sto piangendo un pezzo della mia vita trascorsa con Lei.
Ho perso chi c'era sempre,nei giorni importanti,e in quelli
quelli qualunque, ho perso parte di me.
La versione che ero con lei ,non torna più.
STAVA L'ALBERO CHE MIO
PADRE AVEVA PIANTATO
IL GIORNO IN CUI ERO NATO
AI SUOI PIEDI DUE MASSI DI
ALABASTO E TANTI ROVI
DI TANTO IN TANTO
SALIVO FIN LASSU'
PER RICORDARE
QUANTO AMORE AVESSI
IO RICEVUTO E NONCURANTE
DEL TEMPO CHE PASSA
LO SENTIVO ANCORA
DENTRO ME
leggete Baudelaire, anzi, capitelo
capite la cipria
di cui si beano le guance ipocrite
delle madonne addolorate
guardate come colui che sbadigliando ingoiò il mondo
e lo risputò
rovesciando il calice di sauvignon
sulla mutandina bianca della pubertà
guardate chi per primo badò
alla consacrazione estetica
della puttana
chi per primo calò col dito
la lacrima melanconica sul ciglio
occhio eterno abisso
degli angeli esiliati
poi una sfogliata a Oliver Scharpf
che con lo schiaffo di dorso
ha consegnato uno specchio alla poesia
che finalmente si vide serva
ultima delle schiave
in lacrime caduta col suo pizzo nero e bianco
e il suo piumino per spolverare
ella si riconobbe serva che streca a terra
in una nube di singhiozzi
il pianto scosceso della propria condizione
serva che pulisce da cent’anni
il Martini versato
dopo il viaggio dall’oliva di un festino ad Hollywood
questa poesiola da scantinato
reclusa al mondo come le auto d’epoca
di un appassionato
questa poesiola portaborse
che sorride come una subrette a fine carriera
mentre passa il tappetto
a Wymbledon
e mentre che la sua mano compie la rotazione
sul pavimento di un maniero abbandonato
la sua pezza imbevuta di lordura
inghiotte una goccia del sangue
che le cola dal naso
Marinetti invece dovete leggerlo
perché fradici di supponenza
mai aveste l’ardire di andare oltre
il bang del cannone
leggete lui
riscaldatevi del suo fuoco reattore nucleare sempiterno
lasciatevi irradiare dal cavo elettrico
scintilla
torre gemella che implode
abbronzatevi coi funghi nucleari
moderni chiari
della sua luna trucidata
e leggete Sclavi
leggete il suo Dylan
cogliete i venti che trascinano le foglie
aerodinamicamente per natura atte
a confluire con l’estremità
del nostro occhio illagrimato
e solo allora potete permettervi
di allegare il lungo addio mortale
al bando
solo quando saprete danzare con la morte
senza mancare un passo
vi sarà concesso di partecipare al concorso pubblico
per le poste
solo allora potete pensare alla crociata per conquistare
il posto in banca
leggete Sclavi
e solo allora penserete a voi e al tutto
e vi incanterete nel riflesso di ogni porta in vetro semiaperta
del primo bar
allegherete la vostra visura istantanea
a qualunque “tutto bene”
e sarete maledetti, finalmente costretti
ora e per sempre, in virtù di spontanea astrazione
a compiere una rotazione in più della paletta
nel vostro caffè ormai tiepido
Nello scrigno della natura
le ali di un airone in volo
accarezzano l’aria sospesa
sfiorano una bimba sorpresa
intrecci di radici profondono vita
foglie smeraldo seducono sentieri,
il canto di un ruscello cristallino
nel cuore di un cerbiatto dorato
profumi di rugiada iridescente
illuminano vie a formiche ballerine,
sciamano api cariche di miele
parla d’amore un gatto tra le viole.
Terzine a rime incatenate (“dantesche”) di endecasillabi canonici (quasi tutti a maiore) in schema ABA BCB CDC DED EFE eccetera.
Volendo disegnare un grattacielo
posso allungare il brodo quanto voglio,
non serve metter certo tanto zelo
a frantumar dei versi il bel convoglio:
di metrica il rispetto non è freno,
non è corretto verso grave scoglio
su cui si possa infrangere l'ameno
progetto di far pagine copiose
che sfidino i vagoni d'ogni treno
se non s'hanno da dir poi tante cose;
l'idea nel leggerli è di brutto affanno
quei righi dalle sponde mal erose
dando impressione volta a recar danno
di non voler tirare fuori voce
e che ad un ritmo mai s'adegueranno
vivendolo pesante come croce
ma stan buttate lì, sputate a caso
senza sorgente, corso e infine foce
ma solo a ruzzolarci sotto il naso
cadendo a precipizio verso il basso
senza ordine e col passo vago e sfaso¹
d'un arrogante bullo che, gradasso,
vuol solo scappar via dai nostri occhi
lasciando il desiderio in noi inevaso
d'udir di melodia dolci rintocchi
che aiutino a gustare meglio il senso
delle parole lette in scarabocchi
che prima di cercare alcun consenso
si prestino a cercare l'empatia
in un andare avanti lieve o denso
seguendo degli accenti l’armonia
per poter dire che non siamo in Prosa
ma stiam tentando di fare Poesia.
La sfida strampalata e macchinosa
di fare tante pagine in conteggio,
che poi mi pare pur pericolosa,
insomma può lettori alla men peggio
d’andare fino in fondo scoraggiare
tra l’altro brancolando senza ormeggio
nel tentativo d’un bel recitare
ferito da “versetti spezzatino”²
che nostra voce non sanno guidare,
possiamo vincer, qui lieto m’inchino,
andando ad arricchire di parole
il nostro troppo breve pensierino:
del resto sol per dire che mi duole
veder presunti versi mal stuprati
son giunto senza fare capriole…
un attimo, ora in versi ho ricontati…
e sì, seconda pagina iniziata
e i versi sono tutti misurati:
son tutti endecasillabi precisi
e senza avere riga frantumata,
sol rinunciando ad essere concisi,
la mia seconda pagina è creata.
Non c’è bisogno di dare dolore
ai versi con indebita frustata
se riteniamo che doni stupore
al pubblico vedere tanta altezza
o un pozzo assai profondo di dolore
dal quale non s’avrà mai la salvezza!
¹: sfasato;
²: sì, ispirato già per il titolo da un commento di MaricaR.
24/09/2026








