che non ho mai sfiorato
e pure quel ribelle
tuo ciuffo spettinato.
Ti vedo tra le stelle
amante della luna
e pur se armato son, guerriero imbelle
d’espugnarti non ho speranza alcuna
perché tu amante sei dell’infinito.
Allora ti raggiungo al sol distesa
ora che il dì è salito,
ma io che giunger voglio alla tua resa
non so sedurti e farti prigioniera,
deposta già la spada.
Finché eludendo a sera ogni frontiera
per l’infinito tuo trovo la strada
ché, conscio che sei Musa,
posso solo armeggiar con le parole
per conquistar dischiusa
un’anima ove far le capriole.
Questa lettera
caduta in fondo al cuore
fiorisce fra i sentieri dell’età,
lacrima su giorni d’amore,
su abbracci vicini e distanti,
su nenie di mille parole,
su stracci sfocati
di mille solitudini.
Un padre ama il suo tempo,
rammenda il filo dei ricordi,
altalene di nuvole e giochi,
disegna consigli nel vuoto dei giorni,
apparecchia anche lune smarrite
nei tormentati momenti senza sole.
Un padre fiorisce
fra i sentieri dell’età,
un padre è pioggia d’alba
schiusa sul petto di un figlio.
succhia meridiane con zampe di velluto giallo,
e il tempo —oblò sfondato— versa sabbie di piombo:
il domani è già ieri, fango che scivola a picco nel sonno.
Ogni minuto un becchino che scava fossi nel polso,
le ore mutano in larve, bozzoli di midollo prosciolto.
Guardo il soffitto: un affresco di muffa danza il fandango,
le crepe s’aprono a baci, lingue di smog antico.
Fuori, un merlo impagliato canta l’inno delle pietre,
il vento mastica foglie morte -bava di chimere infeconde.
La luce? Una lama opaca che sbriciola i muri in polvere di gesso,
e l’ombra, mendica oscena, s’incolla alla carne come un supplizio.
Eccola la vita: un carillon arrugginito che gracchia
la stessa nota, un re beota che gioca a dadi con la sua ombra.
Le dita tamburellano sul vuoto -rituale di ossa impazzite-
il respiro un mantice che gonfia solo buchi, voragini dipinte.
Penso a te, donna-eco, fantasma di un dialogo mai iniziato:
la tua voce è un’albicocca marcia nel cestino dell’estate.
Vorrei urlare, ma la gola è un pozzo di ragni paralizzati,
il silenzio si fa telaio, tesse sudari di monosillabi spenti.
La finestra è un occhio cisposo che fissa l’orizzonte in muta:
il sole, mela bacata, cade nel brodo delle nuvole rancide.
E tutto marcisce in bellezza, come un quadro di Arcimboldo:
gira il capo, e il mondo è un frutto vermicolato, un tripudio di scarto.
Ah, la noia! Architetta di deserti nel sangue,
ti scolpisci idoli di sale nelle vene, madonne di stagno.
Vorrei correre, ma le gambe sono colonne di cenere,
il cuore un orologio a cucù senza più uccelli né numeri.
Passa un cane claudicante -santo storpio del nulla-
lecca l’asfalto che brucia di febbre e oblivio.
Lo seguo con lo sguardo, pellegrino verso nessun luogo:
la sua zampa ferita scrive poemi nel fango, epitaffi per insetti.
In cucina, le formiche assediano una briciola di ieri:
esercito ordinato in guerra contro il nulla che avanza.
Io, generale inerte, osservo la battaglia dal trono di plastica:
vinceranno loro, divorando il passato. Io? Resto a guardare.
La radio sussurra notizie di un mondo che non sono io:
alluvioni, amori, astri -storie di un altro pianeta spento da deficienti.
Cambio canale: solo statistiche, vespri di elettroni impazziti e jingle per dentifrici.
Sul tavolo, un libro aperto si mangia le proprie pagine:
le parole paiono formiche nere in fuga dal senso.
Leggo una frase al contrario: "Il vuoto è pieno di noi",
e ridacchio, eco di un pazzo che parla a specchi incrinati.
Scrivo il mio nome sulla polvere: subito uno starnuto lo cancella;
lo riscrivo col sangue: la carta moschicida lo divora.
Sono un’icona senza altare, preghiera senza labbra,
un verbo in cerca di soggetto, aggrappato a un punto esclamativo.
Nel bicchiere, il vino è aceto -metafora troppo facile-
lo bevo lo stesso: la bocca è un teatro di ombre senz’ingresso.
Gocciola sul mento, lacrima di Bacco impazzito,
e il corpo, otto miliardi di cellule che applaudono al delirio.
Vorrei una carezza, ma la pelle è pergamena incatramata,
l’amore un gerundio disoccupato, un "amando" mai coniugato.
Bussano alla porta: è il postino con una lettera del 1892,
la apro: dentro, solo capelli di donna e semi di melograno.
Telefono a me stesso: "Pronto? Qui nessuno, torni domani";
la cornetta gracchia risate, un coro di rane nell’acquitrino.
Appendo l'anima all'attaccapanni. Il filo si trasforma in serpente, strozzo la mia voce:
il silenzio è un funerale di farfalle, ali inchiodate alla croce.
Accendo la TV: un uomo in frac canta l’eternità in playback.
Sullo schermo, pixel danzano la tarantola del caos.
Spengo tutto. Il buio è latte inacidito negli occhi,
e il pensiero -giraffa ubriaca- urta tutto prima che il soffitto e crolli.
La notte arriva con stivali di piombo, ladra di colori,
succhia il blu dal cielo, lo sputa in pozze di inchiostro.
Le stelle? Fori di proiettile in una lamiera lucida,
e poi questa fastidiosa luna stasera: un’unghia sporca che graffia i cumulonembi.
Mi guardo allo specchio: l’immagine è un’altra, mi fa la linguaccia,
le rughe sono fiumi in secca, solchi dove nidifica il nulla.
Sorrido: i denti cadono come petali di ortensia malata: raccolgo l’ultimo,
e sono più di quanti ne pensassero
le riviste patinate
di trent'anni fa.
Ho visto degli zingari felici
far l’amor rotolandosi per terra
rincorrersi tra arbusti e tamerici,
ebbri di luna in tardo dopoguerra (1)
di ferite incuranti e cicatrici,
altri ancor ebbri di vendetta e guerra
saturi gli occhi, orecchie e pur narici
di quel rancor che l’anima t’afferra.
Dell’età a giochi dediti tra amici
ancor fragili come fior di serra,
di famiglia e politiche radici
recavamo ognun proprio retroterra.
Fu in quegli anni che tante arie appresi
dalla banda ai funerali civili
e tra bestemmiatori e preti offesi
ero piccolo tra fazioni ostili.
Ricordo le Madonne pellegrine
di casa in casa ad aggregar rosari
mentre di scariolanti e di mondine
ridondavano i canti popolari.
La mia casa era in zona di confine
da una parte vivevano i borghesi
dall’altra gli operai delle officine.
Nel sessanta, eran giugno e luglio i mesi,
l’eco giungeva a noi, bimbi e bambine,
dei tumulti reggiani e genovesi (2)
e in tant’altre città s’ebber sommosse.
Forse da piccole coscienze scosse,
trasser poi seme le brigate rosse.
(1): Nel suo testo, scritto durante gli “anni di piombo”, Claudio Lolli (1950-2018) nomina Piazza Maggiore della sua Bologna, ma il mio incipit va subito a evocare un passato ancor più remoto.
(2): Genova, 30 giugno 1960: 40 feriti tra i manifestanti, 162 tra le forze dell’ordine; Reggio Emilia, 7 luglio 1960: 5 manifestanti morti; Licata, un morto il 5 luglio. Scontri anche in altre città: Roma, Milano, Torino, Livorno e Ferrara.
NOTA STORICA. I fatti scatenanti furono la formazione di un governo democristiano con il determinante appoggio esterno del Movimento Sociale Italiano (MSI) considerato erede del Partito Fascista Repubblicano fondato da Benito Mussolini dopo la caduta del fascismo (seduta del Gran Consiglio, notte del 24-25 luglio 1943), e la scelta di Genova (città partigiana, medaglia d'oro della Resistenza) come sede del congresso del MSI. Le reazioni d'indignazione furono molteplici e la tensione in tutto il paese provocò una grande mobilitazione popolare.
con l'accento del sorriso dell'emozione che mi sfiora,
un ricordo del mio sogno più grande,
sulla sabbia umida che lo accoglie,
il tuo cuore accanto al mio amore.
Trema la mia mano mente t'immagino
mentre si scontra con più forza
con la mano dell'onda più grande,
cancellando ogni volta il ritratto
della speranza più coltivata dal cuore.
Disegno ancora i nostri cuori uniti
perché resti ancora prepotente in me,
caldo respiro profondo nella vita,
oh amore immenso nell'anima.
Ma anche se non sei più qui
sulla terra ad abbracciarmi,
ma rapito tra gli angeli più lucenti,
e sei nel regno dei cieli a riposare,
resti ancora e per sempre
il battito d'amore eterno in me
l'unico amore vero che mi ha regalato
la felicità della forza e della luce
che solo il nostro legame indissolubile
ci ha fatto vivere nella sua grazia.
Tremano i tuoi anni
sulle rughe del tuo volto
ed i tuoi sguardi d’argento
carezzano ancora i miei
e volentieri li regalo alla mia vita
e volentieri li spendo tra i ricordi
e volentieri li abbraccio in silenzio
perché un padre è
e per sempre sarà
una carezza d’esistenza,
una desinenza dei miei passi,
una voce del mio passato,
una persona indimenticabile.
Tu donna,
sei una regina
da posare piano piano
su un fiore senza spine,
mentre l’azzurro universo
ti accarezza con dolcezza.
Tu donna,
sei delicata e forte,
perché sai capire quando è ora
di stendere un sorriso,
come fosse miele,
sulle amarezze della vita.
Tu donna,
sposa e madre,
sei purtroppo a volte
delusa e ferita
da chi non merita
di starti accanto.
A te donna,
fanno festa a marzo
portandoti delle mimose gialle,
quando sei tu primavera
tutto l’anno.
Per te donna,
mi tufferei nel profondo mare,
per raccogliere la conchiglia più bella
su cui ricamarti un sogno
che fosse vero ogni giorno.
sarebbe strano se non fosse cosi
davvero.
Lo so nessuno mi da niente
sarebbe strano se cosi non fosse
sarebbe controcorrente.
Lo so la vita è un passaggio verso il nulla
e in men che si dica
ti lascia di stucco
e nemmeno ti trastulla.
Lo so sarebbe meglio alla mia veneranda età
agire come un "Carpe Diem"
ma queste sgualdrine
vogliono soldi a non finire!
Lo so lo so lo so
ora basta
e tutto diventa inutile
sempre la stessa inutile casta.
Sempre in giro la stessa minestra
mascherato da respiro
mentre aderisco alla tua chiesa.
ti ho contratta anni fa
e non ho più smesso di indossarti
come una fatica esclusiva.
sei,ma forse eri,una grattuggiata d'amore
sulle mie giornate imparziali
però mi gioco l'ombra
se la tua anima non è un covo
che mi squalifica.
l'arsenale della tua bocca
è un fiume che acquista
l'amicizia degli affluenti.
sei esistenza potabile
salti agli occhi,sei tempesta
e la tua voce è una frusta gentile.
hai sedotto la mia retina
il resto venne da sé
tra sguardi ossidati
e occasioni di ingiustizia.
Lo spazio attorno si riduce in fretta.
La minaccia del destino adesso è
di divenire presto algido cielo
che pianta le frontiere sulle ossa.
I giorni intanto corrono veloci…
non c’è tempo per fermare il tempo,
per sghiacciarlo nell’attimo finale
che stabilisce la resa dei conti.
Non più movenze blu nei letti sfatti
da gremire con carezze audaci
che pensavamo fossero capaci
d’annullare i dubbi sul futuro.
Quest’ultima rosa è sempre rossa,
protetta dalle mie mani stanche,
ed io non voglio ch’essa ti giunga
a profumare gli orli dell’altare.
Quando, timorosa, lei sarà con te
non appassisca tra le tue dita scarne.
Parlale, con i linguaggi che vorrai
ma… parlale!
Comete di pioggia
fioriscono nell’anima di una donna,
feriscono il suo fragile esistere
come sipari di vento
regalati all’immenso,
come parentesi di cielo
a sciogliersi dentro.
Comete di pioggia
vestono i pensieri di una donna,
ella danza con la luna fra le braccia,
morde l’ortografia del suo cuore,
rinasce dalla sua solitudine
come un timido fior
rincasato sulle labbra della speranza.








