Non lasciare che il sistema
Degradato,
che questa società
meschina,
ti cambino,
cerca di cambiare tu le cose;
non rinunciare mai,
a te stesso,
le tue idee,
la tua vita,
le abitudini,
il tuo modo d’essere;
non cambiare mai,
vai fino in fondo,
cercando la tua libertà;
in questo mondo pazzo e falso,
che cerca sempre,
di manipolarti,
di comandare,
di plagiarti;
con le sue cazzate,
i falsi miti,
i luoghi comuni,
la pubblicità
scema e omologante;
cerca le cose vere,
genuine,
l’amicizia,
la chiarezza,
la verità,
le cose come stanno;
l’indipendenza.
rimesta le zolle.
Rinfesca le spighe nei campi.
Spazza le nuvole dai celi scuri.
Scoperchia le case
per cacciar via i mostri.
Alita sul fuoco per ravvivarlo.
Urla contro i soprusi
per scacciare i lupi.
Corre veloce
per recar buone nuove.
Sposta l'aria viziata.
A volte è tumultuoso,
altre leggera brezza.
Sa esser delicato
se leggero t'accarezza.
Quando è incalzante
ravviva un fuoco spento.
Vorrei...
se anche io potessi.
Se fossi vento...
Cappa adombrata
Di buio
E tenebra,
la luna non si vede,
sagome scure,
e forme mostruose,
stagliate lungo i lampioni,
poca luce tenue,
cortile oscuro,
silenzio diafano,
immoto ,
ogni cosa sospesa e ferma,
il tempo pare fermarsi,
ore piccole,
pensieri grevi,
sonno.
sai o non sai,
sempre o mai,
non pensi?- dai!
fai o non fai,
stai o non stai,
parli o no,
scrivi o no,
ami o odi una Reneau,
tu mi rispetti o no,
sei solo, come sono anch'io-
una persona con allegria,
una persona con una tristezza,
che sempre mangia dei pezzi
della carne o delle verdure...
sai, caro mio, la vita è dura,
e getta giovani nella bravura.
calpestando ogni parte di me
e quella lacrima che ho sul cuore.
Rido... e non sai della sofferenza,
quella che mi hai lasciato dentro
con il suo incarico, ben preciso;
di farmi male, mentre ancor Rido.
Rido, perché non mi vedrai cadere,
non godrai dei miei pianti,
non ti darò la soddisfazione di deridermi
per poi vantarti dell'ennesima conquista.
Io rido e sorrido, ma tu, intanto...
inizia a pregare,
perché io ridendo, mi sto rialzando!
Con l’addio alla morte
e la cessazione della vita
l’infinito tempo
solitario resta
Mai
la poggiata
grandine
sarai
poiché
il suon
del toccar
terra morente
mai
orecchie tue
udiranno
Uomo
tu mai
anche il sol
pensarlo
potrai
dell’uomo
esser
della vita
viver
e del morir
estasiarsi
Solo sei.
Solitario
l’infinito tempo
solo avrai
Ti dissi… o forse non ti dissi mai che
a volte esserci è il silenzio di una carezza.
Quella di un bambino che ti prende la mano
e se la mette sul viso, solo perché ne ha voglia.
È sentire l’amore che ti passa tra le dita…
è una giostra bellissima nell’anima, da
far girar la testa quando sorridi con le parole.
Le parole che avevo preparato da tempo per
te, insieme le abbiamo viste bruciare invano.
Non vedo l’ora di uscire con le ceneri sulle
dita, prendendo a calci un foglio accartocciato
con le mie speranze… mi aspetta la realtà.
Ho tappezzato miei pensieri,
con cuoio e acciaio.
Osservo, faccio i conti...
e poi vado avanti.
Nulla è ormai sicuro.
Non sarà una promessa
e non credo più ai "per sempre".
Saranno le mie forze
ad aprirmi la porta della certezza.
Bivio, non è sinonimo di Buio...
sono luce... e vado per la mia via.

Aspro sapore di terra sudata,
quante volte, io t’ho baciata,
di vigneti e frutteti affondi radice,
sacrifici e fatiche, Dio benedice.
Sapori veri, nostrani e gustati,
dal palato son sempre apprezzati,
vino ed olive in grande allegria,
fra un tocco e l’altro la notte va via.
Molti abbandonano, vanno lontano,
sudore e fatica incalliscono la mano,
son chiamati terroni, a volte cafoni,
loro sopportano, non attaccan bottoni.
Ognuno cerca una vita più facile,
ma i giovani la rendono difficile,
cercano un lavoro meno faticoso,
ma l’avvenire si mostra dubbioso.
Molti però tornano, non ci riescono,
forse è ambito quello che vogliono,
zappare la terra non è un disonore,
lì, ha seminato il nostro genitore.
Semi di ortaggi, fiori e frutti,
hanno fatto famiglia e non è da tutti,
un pezzo di pane diviso fra amici,
dice che lì, sono le nostre radici.
Casanovs veneziano
Famoso e famigerato,
nobile cavaliere veneziano,
vissuti in altri tempi,
nell’ancienne regime,
un'epoca molto lontana dalla nostra,
in cui i titoli nobiliari
e le cariche ,
contavano ancora qualcosa,
prima che arrivasse la rivoluzione francese,
a spazzare via tutto;
Giacomo Casanova,
il prototipo del latin lover
del seduttore all’italiana,
un uomo sorprendente,
esuberante,vivace evitale,
che fece un po’ di tutto,
si cimentò in tutto,
come impresario,
venditore,
indovino,chiromante,
esperto di moda;
gironzolando e bazzicando,
per tutte le corti europee;
l’esempio vivente della vitalità italiana,
quando la penisola,
dettava ancora le mode e i costumi;
Casanova l’avventuriero.
Mi spacco la faccia,
Ti spacco la faccia,
Non rimanere nell’afa.
Per evitare l’età evolutiva, in città rivoluzione,
poi pinacoteca.
Unica attrattiva disponibile, campo festa -
in radio, melodia commerciale distinta.
A me piacciono i pomeriggi vuoti,
Le macchine veloci,
Le spiagge, a volte i castelli e piazze Duomo.
Mi piace poi bruciare le mie poesie nei parchi
Per realizzarmi.
che animano emozioni mute,
che sono pronte ad esplodere,
che lasciano i segni nell'anima,
che graffiano sguardi e sensi,
che posseggono ogni parte di noi,
che uccidono i ricordi nascosti
che fan rivivere amori impossibili.
Circostanza
Forzatura
Semplicemente perfezione finta.
Come il mio sorriso nelle foto
Quelle venute bene.
Se queste pagine potessero parlare,
Soddisferebbero la mia fame di verità,
Ma finte
Sono di carta,
Sembra che possano reggere il peso di queste parole
Ma non reggerebbero un piccolo strappo
Dovuto alla fretta di sapere.
Forti ma delicate. False.
Io.
A indagare, seppi di te
solo scialbatura,
una luna calante monca,
senza l’ombra di una sciammacca
che ammorbidisse la tua seccaggine.
Le parole erano ridotte trinci
e brindelli con voce appena udibile,
ma trovasti udienza al buio.
Indossavo un ulster ruvido
per coprire le notti fredde,
il viso unto di uno sterile sorriso.
Con la forza del tuo cuore
regalavi di te un vastaso giullare
con forti accenti di battuta
in danza franca di mazurca.
E non ridevo della tua commedia
frutto leggero di satira e intrigo.
Bevevo alla mia festa un liquore vespigno
color giallo oro,saliva della mia mordenza.
E spazzai poi dall’aia i vigliacci,
semplice giudice delle tue spighe.
assai vicina
a ciò che vorrei
In quel luogo, pareti nere.
Gli anelli mi penetrano i polmoni
e mangio la Luna,
mentre legge uno straniero
il pensier mio
Salvezza alcuna
per chi vede in me.
Si chiudono oscuri portali
al mio cospetto.
Gocce acide a seguir del nulla
disintegrano il bagliore, tanto noto
Vergogna, che chiaror donavi
al covo di piantine
malato e zoppicante
che con firme sentenzia.
La tua opra solenne
sarìasi svolta in tempi ormai fecondi,
per error tuo di percezione
O per un gioco ostile e saccente
di chi trascura i fili,
pur essendo adorato
nel covo di piantine
Potrei ora, cortesemente, parlare?








