Ho visto la tua anima agitarsi nell’aria tersa
di una valle dove le montagne hanno denti di roccia sporgenti
tanto aguzzi da dilaniare il cielo
tu angelo irrisolto dovresti danzare sui petali di rose
del giardino incantato steso davanti a te
tu che hai sempre voluto strappare la grazia al cielo
ora ti sei persa in lugubri passi rocciosi
attraversati da streghe, rigurgiti di coscienze maligne
ti hanno imprigionato sotto un nero cielo
invisibili catene dovrò spezzare
per liberare la tua luce
siamo soli, io e te, mentre crolla il cielo.
nel mar d'azzurro del cielo.
Il vento freme di speranza
su candide nubi appese
che, a passi di danza,
sussurrano i limiti ai miei occhi
luci dorate fra nebbie erranti.
Sospira l’alba in me tra veli grigi,
come un destriero
fra monti capovolti.
Squarcia le tenebre, rompe i litigi,
riscrive gli schemi dell'essere.
Così la speranza, tra dubbi, sorge
senza inchino al tramonto
dei miei sogni ribelli
sulle vette più belle del mio mondo.
Come foglie d’autunno nel mio bosco
sono i fervidi giorni di quegli anni
tra illusioni, tra giovanili affanni
ove ancor mi rivedo e riconosco
in quei valor volati via col vento
ch’hanno esaurito la lor sorte amara
nel mito iconico di “Che Guevara (1)
che simbol fu di tanto movimento.
Nel sessantotto il mito culminò
bandiera d’impossibili ideali
disciolti di coscienze nei fondali.
Qualche folle a combatter seguitò,
ma ai più di noi giovani impegnati
quel sogno diventò imborghesimento,
al pensier dominante adattamento
ché male non si vive omologati.
Eppur quel patrimonio ancor è in noi,
quegli anni formidabili sessanta,
sogni su cui la rëaltà s’è infranta,
quando parea di vivere da eroi.
Così, come un amore un dì perduto
triste sovviene udendo le canzoni
che ne contrassegnaron sensazioni
e che ne accompagnarono il vissuto,
se ascolto Bob cantar al cuor va un morso:
“Non c’è risposta, amico mio, chissà,
forse nel vento caduta sarà”. (2)
Avevo anch’io quel vento già rincorso
che profondo cercare sa i poeti,
menestrelli e cantori d’ideali
d’un mondo senza guerre ed arsenali,
che il tempo rivelò vani profeti.
(1) Ernesto Guevara della Serna, detto “Che” (1928-67)
(2) adattamento di “The answer, my friend, is blowin’ in the wind” (Da “Blowin’ in the wind”, Bob Dylan, 1962)
Un dì quando non v'era artificiale
si presentò Fiascante col sonetto
il Dantaligo lo buttò in canale,
il vecchio Tosco in crisi di rigetto.
Fiascante era negato e assai banale,
Il testo fu bocciato dal düetto,
le strofe un po’ a casaccio sul portale
non fecero a nessuno un bell’effetto.
Poi venne pure Giorgio e nel paesello
portò il suo manoscritto fauna e flora;
Fiascante inviperito e cattivello
si vendicò bloccando ad ogni ora.
Ma i tempi or son cambiati ed il paesello
nutre d’artificial da poppa a prora.
Fiascante adesso raglia “IA-IA”
e per magia il sonetto...eccolo qua.
Dalla neve sboccia un fiore,
ha il colore del mio cuore
ed anche i prati son più verdi,
corri fuori! Non ci credi?!
Anche i rami han foglie nuove,
raramente adesso piove,
il sole sembra un bel diamante,
scalda e nutre tutte le piante!
Le rondini volano nel cielo blu,
è primavera! Lo vedi anche tu?!
Una farfalla si posa sul mio nasino,
l’ha scambiato per un paesino!
Il vento soffia, leggero, leggero,
un usignolo si posa sul pero,
canta per tutti, felice e contento
per allietare il passare del tempo.
Artigiani muratori e qualche passante,
Tra tumulazioni ed estumulazioni,
Che si avvicendano nelle stagioni.
Lì proprio dove c'era quella salma cara,
Oggi il posto è vuoto senza bara,
Spazio dovrà lasciare a nuova dipartita,
Di chi è passato a miglior vita.
Loculi vuoti attirano l'attenzione,
Quasi fossero loro l'attrazione,
Vuoti appaiono più stretti e angusti,
Meglio la cremazione, ma son gusti.
Ecco una lapide che non c'era,
Fiori freschi e gente dalla funesta cera,
Aggiustano ogni petalo come bomboniera,
Anche se un colpo di vento li farà cadere fino a sera.
Quartine di quinari a rime alterne.
Solito parco,
solita attesa
mentre m'imbarco
senza pretesa
nella scrittura
di cavolate
nella caldura
quasi d'estate
ch'oggi improvvisa
è qui scoppiata
troppo decisa
anzi spietata.
Nel mio maglione
sto già sudando
e, dannazione,
sta arroventando
la tastierina
del mio portatile
sulla panchina
per niente umbratile.
Giocan bambini
ch'oggi è vacanza…
sono vicini…
tu sei a distanza.
Resto seduto,
noia m'assale…
non ricevuto
nessun segnale:
manca risposta
al mio messaggio,
chiara batosta
se fossi saggio.
Ma attendo ancora
pien d'illusione,
ora per ora…
ché son coglione!
18/04/2025
Le paludi della rivolta (Volantini e Fame)
Catrame nelle vene, il sapore rancido
di sogni gridati al vento, vanamente.
Paludi fetide di rivolta, pantano immobile
dove affonda ogni anelito.
Mani nodose, radici contorte di un albero secco,
stringono il nulla. Ottanta canotti,
gusci di noce, ridicoli giocattoli,
contro il mostro d’acciaio, l’abisso grigio,
la portaerei atomica.
Pazzia sublime, allora ci sembrava. D’Annunzio,
l’eco squillante nel petto, la Fiume dentro l’anima!
E l’onda, sghignazzante, ci spazzò via,
come pulviscolo inservibile.
Monte Bianco, miraggio di purezza e slancio,
sognavamo D’Annunzio, l’ardimento, il volo!
E ci ritrovammo, stolti pennuti senza ali,
sopra le vette assolute, a lasciar cadere…
volantini del discount! Sbaglio di rotta, risata atroce
del destino beffardo. Offerte speciali, carote a poco,
prezzi stracciati sulla vetta immacolata.
Non proclami, non fuoco, solo carta straccia
in faccia al ghiaccio eterno.
Noi, macerie d’eroi da operetta, scarti
nella pattumiera della Storia.
Quante volte l’urlo muto in gola,
il pugno floscio di rabbia annacquata?
Quanti altari fragili, presto polvere e sputo?
La storia, non ruota, sbrana, mastica,
e risputa sempre la stessa polpa insapore.
E noi, non pedine, ombre sbiadite,
sul suo selciato freddo e cinico.
Ora, dalle fessure della miseria,
un profumo beffardo s’innalza, straziante.
Zucchine fritte. Eccoli, loro, i viventi,
gli ignavi felici, banchetto tiepido e grasso.
Forse… un’eco lontana di pietà umana?
Forse, bussando rasente il muro, umiliati,
alla porta verniciata a stento,
un sussurro flebile, una briciola di cibo?
No. La porta resta chiusa. Silenzio sordo.
Il profumo svanisce, amaro ricordo di festa altrui.
E le paludi si richiudono, pesanti,
sulla fame e sul fallimento.
Solo il fango, denso e vischioso,
eterno. E zucchine, per noi, mai.
si fissano da lontano,
un breve cenno di saluto.
Uno sguardo freddo e distaccato.
Coste frastagliate
negano
alle navi di approdare.
Impetuose procelle
impediscono la marcia della bonaccia.
Cortine di nebbia
rendono invisibili le isole.
Emozioni abortite
da coscienze accidiose
e il dolore, stanco,
si è seduto accanto a me:
non è svanito,
ma ha imparato a respirare più piano.
Mi aspetta un sentiero nuovo,
saranno passi nuovi a guidarmi.
Ho paura,
ma porto con me ogni battito del cuore,
ogni lacrima già versata.
Il dolore ancora pesa...
ma il tempo, paziente, lo smusserà.
Con mani tremanti,
ma con l’anima vigile,
ricostruirò il mio spazio nel mondo.
Non mi spezzo,
mi trasformo.
Devo imparare un nuovo respiro,
un passo diverso sulla terra ferita.
Non sarà facile,
ma dentro di me c’è una fiamma che non
si spegne.
Mi arrendo alla vita,
non al dolore.
Costruirò il mio domani,
anche con mani tremanti;
perché in fondo,
io sono già la mia speranza.
Checché ne dica Chicco
... che cacchio centra un cric
caduto da un cocchio
con un grande schiocco
su una noce di cocco di
un crucco di Cracovia
dedito al crack insieme
ad una cricca di
crumiri di Crema
durante una serie
di crapule incredibili
a base di crauti in crosta
secondo una ricetta
di Carlo Cracco?
Oh, cribbio!









