Se di ascolto fai tuo diritto,
prima pensa a sentir parole
che il vicino rivolge fitto
al tuo udito, tra vento e sole.
Se colore vuoi sul tuo viso
d'emozioni e dolci sapori,
prepara zucchero e sorriso
da donare senza timori.
Se chiedi affetto e vera pace,
certo potresti aprire il cuore,
dare coraggio, esser audace,
fare dal ciel piovere amore.
Forse per vita è soluzione:
"Se un bisogno dono si fa,
chi lo riceve eco farà!"
Mordicchio sogni a colazione.
nessuna discussione,
potente e accattivante seduzione.
E tu anima in pena nella mente,
vorresti conquistare,
il cuore ridondante ed esigente,
non sai più cosa fare,
quando mi vedi immensa e prepotente,
confuso in alto mare,
passione ardente brucia lentamente,
sono una diva, son fotomodella.
Mi vedi articolata, astuta e snella,
non metti in discussione
sorrido e ti regalo un’emozione.
Il sole intanto affonda la sua luce
nel giorno che si schiude,
la tua espressione ebete traduce
un movimento assente non preclude,
il gioco delle parti poi conduce,
lo sguardo al mio vestito a spalle nude;
bianco con grazia e stile si ricuce
e nulla intanto esclude,
incatenato ti ho nella mia cella.
Esplodo e brillo in alto come stella,
muore la discussione,
mi cerchi con profonda convinzione.
L’armani sboccia e vampa nella sera
e sfilo nella piazza ora affollata,
son la tua carceriera,
bava alla bocca ed io come abusata,
da occhiate pattumiera,
calpesto i vostri corpi assai estasiata,
ma pongo una frontiera,
correndo son veloce, son gazzella.
La mia bellezza audace ti accoltella,
nessuna discussione,
il paradiso ambito è una visione.
quando le tue parole hanno spigoli taglienti
quando le poche ore, mie e tue, non hanno ombra.
Ti prego non chiamarmi amore
se di me prendi solo il profumo
e lasci ad altri l’essenza di ciò che sono,
amore e’ il centro esatto del mio cuore
amore e’ indivisibile,
ne briciole o porzioni di me ti servo
ma tutto o niente.
Chiamami amore dunque
se di me avrai davvero fame,
se solo io disseto la tua gola,
chiamami amore con parole
vere.
Quello che aveva visto oscillare
Dietro la tenda
Ieri sera
Quello di un’attrice
Che voleva nascondersi dalle favole
Lui si era perso in certe stanze
Per ascoltare l’eco del firmamento
Tutta colpa di una fasulla eccitazione
L’eterna perifrasi del torbido
Che incombe sulle speranze
Recitare pensò
Non è quello che facciamo tutti
Ovunque
Consapevoli di seguire un branco
Di perdenti o assassini
Non ha alcuna importanza
Abbiamo bisogno di una strada
Per andare chissà dove
Quel pensiero molesto scavava
Tra i meandri del suo cervello
D’un tratto pronunciò ad alta voce
Il nome di quella donna
Ma dalla tenda ottenne solo silenzio
Si chiese se stava impazzendo
La vita non ha senso
Il tempo era fuggito
Lasciando inerme la sua voglia
Doveva cercare quella donna
La sua ostinazione esigeva una fede
La parvenza della salvezza eterna
In una mortale così lontana
Da quella lurida topaia.
di quel che resta sotto i gesti esatti
delle mani che tracciano il confine
tra ciò che è degno e ciò che va nascosto.
Tu dici: è colpa mia, è colpa mia,
mentre il mercato ti ripete sii bello!,
e il sangue diventa merce clandestina,
un rovescio del mondo che non vuoi.
Intanto ne conia altre Costantino, a suo piacimento.
Ma chi ha deciso che il dolore
debba essere elegante, muto,
senza cicatrici che offendono lo sguardo
di chi passa e non vuol vedere?
Ogni taglio è una parola vietata,
un rottame nel tempio della forma
(il gaslighting, la pace dei dazi).
Eppure, quando la sera si fa buio,
anche i trattati sull’acciaio conoscono una tenerezza.
Dov'è il confine tra una lega e un intermetallo?
Non chiederti perché lo fai.
Chiediti chi guadagna
se il tuo male resta invisibile,
se il brutto viene esiliato
e tu, con esso,
diventi fantasma a te stesso.
La pelle è l’ultimo giornale
dove scrivono gli altri,
ma le tue mani
-solo le tue-
hanno diritto di strapparne le pagine.
Mi lascia attonito senza fiato,
L'acqua scorre sul vetro della finestra,
L' animo a tal immagine si funesta.
Si' perché esso più non si dimena,
Rassegnato appare a questa scena,
Il cielo di Pasqua che Resurrezione non porta,
A nessuno di nulla cio' ormai importa.
Tutto tace nelle silenti stanze,
Dove un giorno v'eran fugaci danze,
Una mano che ti dava un sorriso,
Una carezza che ti riempiva il viso.
Nulla rimane di quelle soleggiate giornate,
Se non delle foto sempre più sfocate,
La memoria prende la via del declino,
Rimarrà il sorriso rubato di un bambino.
L’alba è uno scalpello di cielo
sospeso fra nuvole e cuore,
un bucaneve carezzato dal gelo
sembra straziarsi di dolore,
ferisce la solitudine d’aprile
come una vuota altalena in cortile.
E tu, mezzogiorno dei miei ricordi,
rincorri la mia anima
come un romanzo d’amore
scivolato sulla pelle stanca,
sciogli questo abaco di luce
sottratto all’eternità
e poi dimenticami
in questa solitudine d’aprile
come una vuota altalena in cortile.
Ho conosciuto un paese sotto
assedio negli occhi di Alma
Il corpo prosciugato da decenni
di fatiche proletarie, lutti e privazioni.
Abita sotto una sacra edicola
costruita intorno madri dolorose
di maggio e rose.
Sono entrata nelle stanze
della lotta e di antiche dipartite
piante in silenzio sotto l'impietoso
raggio del sole.
Le mani che stringono le mie
nell'assonanza dei destini.
Ho conosciuto il peso del rifiuto
nei deschi inospitali
In chiese riccamente adornate
In contrasti estetici ed estatici.
Ho camminato per le vie imbevute
di sangue e urina
E voci disarmoniche tirare giù il cielo
in preghiere inascoltate.
Le mura blu dei camici bianchi
ormai dimentichi di empatici slanci
E voci dal suono umano.
Ho conosciuto tante vite
precedenti a questa
Il giardino dei Narcisi
dove sono solo
Un' Eco.
Palesata inconsistenza
e inopportunità del pretendere
quando troppo è stato tolto
e nulla si ha da dare
ché per poterlo fare
occorre essere
anche in grado
di gratificare prevenzione
serve evitare
che ci si pieghi come piante
nel desiderio perso
dell'abbraccio del sole
con l’assillante voglia di stringere
catene a cappio
a qualsiasi collo, non solo
al diverso dal proprio.
Siamo superiori
superiamo l’insulso insistere
di rincorrerci come quei bambini
che riempivano i giorni col gioco
a riscuotere pegni
tra un dire predicatore
il fare razzolante
lettere di via
e testamenti premorte
senza il bello di baciare
distanti da Giuda.








