Per i miei figli invece è un gioco,
Mentre io proprio non lo parlo,
Loro hanno la pronuncia del re Carlo.
Ed ecco che mi soffermo ad ascoltarli,
Di nascosto senza emozionarli,
Si confrontano con l'insegnante,
Rispondono velocemente alle domande.
Scopri una loro ignota conoscenza,
Non sapevo di questa loro sapienza,
Con il lor genitore si mostran diversi,
Non immaginavo conoscessero altri versi.
I figli si trasformano ogni giorno,
Indietro non si fa più ritorno,
Quando conoscevano pappa e ninna nanna,
Ora partono per Londra senza papà e senza mamma.
siam tutti in divenire
in nome della Norma
che dee tutto finire!
Così non siamo oggi
quel ch'eravamo ieri ...
Il tempo ci matura
il cuor e l'intelletto
seguendo la Natura
a cui dobbiam rispetto
Pian piano già le rughe
fan solchi sul bel viso;
non puoi cercare fughe
nell'ombra di un sorriso.
Guardandoti allo specchio,
la tua realtà traspare:
ti accorgi d'esser vecchio,
ma la beltà riappare,
di vita e di saggezza
più ricchi ci sorprende:
già l'Anima accarezza
quell'Oltre che l'attende!
Sonetto classico di endecasillabi canonici a maiore, rime incrociate nelle quartine e alternate nelle terzine nello schema ABBA ABBA CDC DCD.
Quand’ero poco più che ragazzino
scrivevo tra le mie prime “poesie”
piene di sogni e tante fantasie
sonetto¹ che, beffato dal destino,
scoperto ho riguardarmi da vicino:
confermandomi forti antipatie
alla prof n’esponevo tesi mie
che mai inutile fósse alcun bambino².
E oggi eccomi qui: non servo a niente,
una vita del tutto da scordare
da precoce invecchiato e pur pezzente
che i suoi giorni di vita sta a accattare
da uno stato che mostrasi inclemente
e da un padre sul quale sto a campare.
¹: ne parlai nel testo n° 293;
²: sineddoche per esigenza di rima, in quel sonetto, scaturito da una situazione contingente che riguardava noi studenti liceali, parlavo delle persone in generale, di tutti gli esseri umani; nel riferirmici qui ho scritto “bambino”! solo per rimare.
25-31/03/2025
perché s’accartocciano così?
Siede il caffè, vittima di interventing.
Alle finestre infrante cola il mascara.
Dannati edifici neoclassici, smangiurati giganti,
piegano i loro culoni ai cesti di glicine
sotto i gazebi:
i loro occhi sbarrati, strafatti,
sussurrano miti d’assedio al dio Bromio.
La tazza trema come una pólis in rovina,
nel fondo nero ondeggiano le trireme.
La schiuma moltiplica in veli d'una Moira che declina,
il cucchiaino scava fossi nel ferro
come un bimbo asociale al mare.
Oltre i cristalli, un urlo di folle -cometa
che strazia la tela, presagio di lance.
Le dita trogolone di scirocco sfogliano monete
sul selciato, offerte ai Titani ubriachi.
Solite brutture dei silenzi che sanno di allarme,
di vecchi tedeschi in sandali e calzini.
Dove il presente è un vaso senza manici,
bevo l’ultima mosca
e lascio la tazzina ai reliquiari del domani.
Oggi il sole sorride
sembra ormai lontano
quel giorno così strano
col tempo ch'era grigio
e ti rubava il cuore
Oggi è primavera
e si fa sentire
accarezzando dolcemente l'aria
e il tuo sorriso
che s'era perso
dentro il vento gelido d'inverno
e non bastavano le parole
di un poeta
a leviare quel dolore
Oggi il sole c'è
e si fa sentire
con nuovi pensieri e parole
che nascono dentro un nuovo amore
e quella stella ora la vedi
danza felice
perché ha pregato per te.
d’acerba primavera,
col cielo fitto luce mattiniero,
fuori dai bar i tavolini a schiera,
dove un pallido sole poi accarezza
donne col portamento audace, fiero
e sempre veritiero.
Sorseggiano un caffè o un’aranciata,
hanno voci suadenti,
risate bianche verso i pretendenti,
una di loro dice “mi ha baciata”,
notizia inaspettata;
son colte le altre amiche di sorpresa,
brusio, non san tacere
e bruciano impazienti per l’attesa,
dei minimi dettagli da sapere.
Di fronte a loro stan due giovanotti,
paiono sentinelle,
vestiti a festa come damerini,
gli sguardi sbarazzini,
cercan di conquistare le donzelle,
suadenti, conturbanti, astute e snelle.
Uomini e donne in un giocar festoso,
stupenda meraviglia,
come un boccio di rosa appena esploso,
col suo profumo intenso di vaniglia.
nel sentiero senza anima che canti,
sono le mie ali senza il tuo calore.
Vago nell'universo senza stelle,
nel silenzio che urla sulle rose e spine,
che disegno col carbone sulle tele
al chiaro di luce senza respiro.
Ti cerco, ti cerco ancora, in ogni dove,
senza la clessidra che segna lenta
le ore d'attesa nel cieco orizzonte,
che sfuma rugiade di ricordi bagnati
sui petali distrutti dai rancidi rimorsi.
Per quanto altro tempo ancora
sola camminerò senza passi
pregni di vita che respira pace,
senza ombra d'ali che rigenera
il deserto in un'oasi di sole
che fulmini d'amore nel buio pesto
della penisola della solitudine!
Amor mio, finché avrò forza
nel cuore che scrive emozioni per te,
finché la sciarpa della speranza
sarà avvolta sul mio petto a ricordare
le foglie ingiallite e volteggianti,
e i germogli delle nostre effusioni,
avrò cammino per raggiungerti,
oltrepassando i fili spinati
dei tuoi risentimenti che lontano
ti lasciano annegare senza
via di raggi luminosi di fuga che ti lascino sbocciare dalle ceneri
a nuova monografia, l'amore.
Ora che la clessidra s'incanta
possiamo diventare uccelli
via, non mancare a nessuno
su questa pelle da fugare.
A piccoli passi lungo i tumuli
sfioro la terra al suo tremare
imparo a sollevarmi ‒
imparerò mai a sollevarmi? ‒
Dei geni, saranno
le loro scarne combinazioni
un estro secolare
a sottrarci dal male
di non saper volare?
Mi vedo già ‒ senza nome
in altro nome
in un punto e a capo ‒
forse rotolo.









