Ònfalo, che in volgar sei l’ombelico,
ogni giorno ti miro nello specchio
ché sei del viver mio vestigio antico
emblema prenatal in corpo vecchio.
Fanno a te coro gli organi d’attorno
che tu nutristi in vita lor fetale
da placenta, finché videro il giorno,
quel dì che al tuo cordone fu fatale.
E poiché da natura fu deciso
che il tuo destino fosse cicatrice,
l’onore io ti rendo aperto viso
di far ai carmi miei da incubatrice
agli embrioni e feti nascituri
di quando sono ancor in gestazione,
ove aborto temendo fo scongiuri
finché vedano infin pubblicazione.
Tu metafora sei, pensier profondo,
di ciò che, pur mortale, non perisce,
non sol dell’uom ma d’universo mondo
come la storia umana riferisce,
ché pur il mondo par ch’abbia ombelico,
in quel che fu di Delfi antico tempio
tramandato da Pindaro Epinìco, (*)
e in quanto infin dirò non vo’ far scempio,
ch’ombelico del mondo fu poi Roma
e pur Gerusalemme ‘l fu per Dante,
già allor città di guerra ancor non doma,
finché Leonardo pose in un quadrante
e in cerchio come a dir la Terra e il Cielo,
restituito all’uomo vitruviano,
quel centro il cui centro ora vi svelo:
dell’universo l’ombelico umano,
sicché l’ònfalo mio, per sillogismo,
ch’è er mejo der bigonzo degli umani,
dell’universo è il centro in simbolismo
certezza d’oggi, auspicio nel domani.
(*) Gli epinìci erano canti corali di vittoria negli agoni atletici. Celebri quelli di Pindaro, al quale do l’appellativo “Epinìco” (da epi-nike) non solo per far rima con ombelico.
La tinta dell'attesa è trasparente,
forse un giallo sopr'ali di farfalla.
Gentil brezza, d'amore evanescente
profuma mite l'anima che balla.
S'afferra la speranza saldamente
restando in equilibrio, si traballa.
Sol fiammella, sfavilla soavemente:
dolce sogno nel mare resta a galla.
Con fiato in sospensione, si sta muti,
mentre il cuore alza fragile canzone.
Lenti e sordi trascorrono i minuti.
Della storia rimane sol stagione:
addio buio e fantasmi più sperduti!
Oggi danza il destino in ribellione.
Cara amica mia,
ho pensato di scriverti
quello che dirti non so.
Non c’è volta
in cui non mi lascerei andare
a baciare il tuo respiro,
a cullare le tue paure,
a stringerti al mio corpo
e a non lasciarti andare via.
Non c’è volta
in cui non ruberei i versi ad un poeta,
per cantare la tua bellezza,
o il pennello ad un pittore,
per mettere i tuoi occhi tra le stelle.
Non c’è volta
in cui non ti griderei il mio amore,
ma mi toglie la voce
sapere che sei innamorata e felice
con un uomo che non sono io.
Cara amica mia,
scrivo quello che non posso dirti
su un foglio che non ti spedirò,
perché ne farò un aquilone
che sarà portato via dal vento,
perdendosi tra le onde del mare.
ognun nel suo letto se ne sta,
io invece esco alla buon'ora,
mi alzo come fossi una suora.
Non ho messe da andare ad ascoltare,
ma commissioni urgenti da sbrigare,
le strade si mostrano con veste inconsueta,
regna la calma e una pace discreta.
I parcheggi non sono un miraggio,
la domenica non si paga neanche il pedaggio,
un raggio di sole illumina un qualcosa che non c'era,
il tutto è avvolto da una magica atmosfera.
Sembra un mondo nuovo e sconosciuto,
mi ci muovo in vero un pò stordito,
non abituato a questa calma apparentemente,
ma per il lunedì si sta sol ricarcando tutta la gente.
Garzone di bottega che non sei altro,
che vai fischiettando con le mani in tasca,
quel berretto in testa, forse ti dona,
ma l’aria da spavaldo non ti abbandona!
Si, di gioventù ancora ne hai tanta,
ma stai facendo i conti senza l’oste,
la vita costa molto e lo sai bene,
domani farai famiglia, notabene!
Il tempo passa in fretta e sarai grande,
la vita è dura e non la puoi ignorare,
devi pensare oggi, al tuo domani,
se non vuoi che tutto, cada dalle mani.
Se pensi a questo, forse ti salverai,
toglierai le mani dalla tasca e le userai,
ti passerà la voglia di fischiettare,
toglierai il berretto e ti darai da fare.
Il mondo è già pieno di pelandroni,
ci sono anche ladri ed imbroglioni,
serve solo gente onesta e laboriosa,
gente buona ed umile, non boriosa!
Vorrei essere un mattino d'inverno
al mare o nei campi di grano,
nell'aria presente il ricordo,
inondato d’intenso profumo
scolpito, portato per sempre.
Nelle tiepide mattine d’autunno,
con i prati di bianca rugiada,
di te… del tuo immenso pallore,
chiudo gli occhi, una lacrima appare
fra le rose e la foto sbiadita
che consuma e ferisce il mio cuore.
Per partir quando vien primavera,
ecco il mandorlo e il glicine in fiore,
il ruscello borbotta dal monte,
volan rondini in cerca del nido,
ma il ricordo di te non scompare
fra i cipressi di un verde smeraldo.
Le stagioni, la vita che corre
e la morte che presto compare,
mi riporta alle dolci visioni,
ricoperte da campi di grano.
quella che parla al cuore
quella che parla alle lacrime
asciugate dal vento
Verrà
e con lei la speranza
che risveglia la vita
Sorvolerà i campi dorati
dove il tempo
si ferma a respirare
Verrà la rondine
portando con sé
l'eterno ritorno
che sa di infinito
e che non conosce dolore









