Nostalgia, quanta nostalgia!
Nostalgia che tormenta l’anima,
stringe la gola, soffoca, distrugge!
Ma di chi? Di cosa? Perché? Quando?
Di te mamma, di te papà, di te sorella mia!
Mamma che con un soffio, un bacio ed una carezza,
curavi le ferite delle nostre cadute,
dicevi coraggio figlio mio, non è niente, passerà!
Di te papà, sempre pronto a tirar fuori i soldi,
a costo di un lavoro assai sacrificato,
lavoravi come un matto notte e giorno,
senza mai conoscere una festa, un riposo!
Di te sorella mia, che eri la mamma di noi fratelli,
quando a lei papà chiedeva aiuto,
eri piccola ma facevi bene quanto una grande,
avevi imparato tutto da una brava mamma.
Nostalgia del braciere che la sera ci riuniva,
quando ancora la televisione non esisteva,
quando mamma ci raccontava le fiabe,
quando attorno, tutti ci volevamo bene.
Nostalgia di tutte le cose belle che si son perse,
nei grossi guai da non raccontare mai,
ma quello che più fa rabbia e fa stare male,
è sapere che mai più ritorneranno.
Nostalgia che assale sempre quando è notte,
quando tutto tace e non riesci più a dormire,
accanto a me, non c’è più mia madre, c’è mia moglie,
e, come allora, è giusto che pensi soltanto i nostri figli!
Nel tepore del letto,
pregno e intriso di odori.
“Sciogli e muovi i capelli”,
leste lingue armoniose...
Son sospiri affannati,
lenta è l’esplorazione,
nelle labbra bagnate,
il contatto volgare,
che incomincia a sfondare
dentro anfratti segreti;
invasione di campo.
Ed il membro arrogante
crede di essere acciaio,
lui s’immola al suo ruolo,
per donare piacere.
Spinge, affonda e ritorna,
nel giardino scompare
lava tiepida oliosa,
che lo cinge e lo inchioda.
Impetuosi vulcani;
or si vedon ballare,
con la mano li afferra,
come spugna li strizza.
Spinge, affonda e ritorna,
vien l’orgasmo stellare,
non la smette di urlare,
poi la bocca si avventa,
nel microfono accesso,
un giocoso cantare,
e quell’altro a remare,
viva la resistenza,
ma un gran fiotto gli esplode
denso centra il bel viso,
lei lo guarda e un sorriso...
Son due corpi sfiniti.
La violenza dei ritorni
confinavi
al mio risveglio
deridendo
l' audacia del mattino
la bellezza della scure
dalle alture del diniego .
Volgevi altrove
la bassezza dei miei sguardi
polverizzando il mite credo
perdonando
nelle Vesti di Levante
l' illusione di un deserto.
Piange la mucca sul latte versato
dorme un ghiro su poetici allori
vola la giraffa con la testa tra le nuvole
l’elefante fa orecchie da mercante
corre lo struzzo con le ali ai piedi
se ne lava le mani il procione lavatore
non vede l’ora la talpa sottoterra
trova il pelo nell’uovo la gallina precisina
cade dalle nuvole un fiocco sul tetto
prende un granchio il gabbiano sulla riva
inghiotte il rospo l’airone nel canneto
sta con le mani in mano chi sta con i piedi in piede.
Vorrei arrivare in alto fino al cielo,
spostare quella nuvola che copre il sole,
vorrei vedere meglio la sua luce,
vorrei sentire addosso il suo calore.
Il sole è incanto, è un gran mistero,
è luce, gioia e fa sbocciar l’amore,
è il tepore della vita ed è anche energia,
è un vero peccato per chi non l’ha capito.
Io supino disteso sul mio divano,
non faccio altro che ammirare il cielo,
come un pazzo poi sovente grido:
spostati nuvola, lascialo passare!
Tanti pensieri affollano la mia mente,
c’è nostalgia delle cose perse,
un po' di sole, quasi certamente,
spazzerebbero via ogni tormento.
Classico sonetto in endecasillabi a maiore con schema di rime ABBA ABBA CDC DCD.
Tutto il rossore ad ovest è finito
ed un profondo blu l'ha rimpiazzato
che piano piano al nero s'è sfumato
cui troppi giovani hanno già applaudito.
Guardo l'accento d'indaco stupito
di come al nero sia già convolato
e mentre aspetto un sogno ben stellato
nessuna luce bianca punta il dito.
Non ce ne sono pallide né belle
né vedo nubi che abbiano nascoste,
semplicemente luce ch'è ribelle
ha chiuso al mondo mio tutte le imposte…
Inutili non sento più favelle,
non brillan sulle retine proposte.
23/03/2025
e di cose zozze a mancare nei fiumi
e una cena soffusa,
annegando nei lumi.
Nei tombini nascosti antichi signorotti:
notai, sigarai:
uretre impotenti sul Giannotti.
Quanti dispersi che del buio fanno un barlume:
un cinema finalmente sbiadito,
l'ombra ridente di un costume.
Quant’è bello il mio ombelico
che rimiro nello specchio,
d’un Narciso un po’ impudico
sempre giovin pur se vecchio,
l’ombelico d’un esteta,
l’ombelico d’un poeta.
Ogni tanto lo disvelo,
d’esibirlo è forte il gusto,
senza offendere il vangelo
ché ombelico è buono e giusto
quindi esente dal peccato,
non al sesso abilitato.
Lo disvelo in poësia
tutti a correre a mirarlo
mai fu vista tal magia,
c’è persin chi vuol leccarlo
o infilargli dentro un dito,
ombelico mio ch’è un mito.
Lo confronto molto spesso
con altrui begli ombelichi,
non ho proprio alcun complesso,
non occorre ch’io fatichi
a mostrar quant’è profondo,
a mostrar quant’è rotondo.
Non c’è proprio paragone
né argomentazion che tenga,
ch'è in sé stesso la ragione
perché approvazione ottenga,
entusiastiche ovazioni,
d’intelletto polluzioni.
E in cotal competizione
pur d’applausi suffragata,
è indicibil emozione
esser re della brigata,
vincitor tra fiche e fichi:
ho il miglior degli ombelichi.
Per sempre non significa per tutta la vita.
Per sempre è anche un attimo dell’esistere.
Starò con te per sempre vale anche per quando ci lasceremo
perché quei momenti ci hanno cambiato per l’eternità.
È come il profumo dell’erba tagliata in estate
come i colori dell’autunno
come l’odore che resta nella stanza dopo aver fatto l’amore.
È un vento che avverti anche quando non soffia.
Per sempre è la felicità dell’altro
che ti attrae
come se fosse il blu dell’oceano.
Non c’è nemmeno bisogno di pronunciarlo.
Per sempre sono quegli occhi che promettevano sospiri anche se non ci sono stati.
Per sempre è come una foto
di quelle belle
di quelle che sorridi senza accorgertene mentre le guardi.
Pur non avendola più tra le mani
pure se bruciasse
apparirebbe dentro gli occhi
dentro, non davanti
anche senza volerlo.
dove perfetti annegano clamori
e spazio s’apre all’introspezione,
mi vedo, in barca, l’onda accarezzare.
Da uno agli anni d’oggi là mi specchio,
parole zero per non disturbare
del filo del discorso la ricerca
intanto che mi gioco l’io migliore.
Lapidandomi coi primi riflessi,
un’alba e solo un’alba fa rumore.
Aspetta che il sole in verticale
in acqua sdoppi la mia immagine.
Uno, sarò! Guadagno riva, lesto…
*
Stesura 2010









