Uscio di casa mia,
vorrei starmene tra le mie pareti,
il mio mondo,
senza sapere,
senza vedere,
non essere cercato,
né trovato;
per conto mio,
con la mia vita,
il mio universo,
la mia anima,
e chiudere le porte,
in faccia ad un mondo,
sporco e meschino,
dove cercano solo di usarti,
di fregarti,
farti sciamare da un posto all’altro,
sempre nei guai,
sempre trafelato;
non mi va,
non ci sto,
voglio solo calma,
e libertà.
dovrò affrontare,
quello che dovrò
incontrare.
e comprendere me stessa.
La mia forza
il punto da cui partire
ogni giorno.
diventare migliore.
ma forse anche di sbagliare.
ogni tramonto,
ogni pensiero,
ogni parola
di questo viaggio.

mi mostri chi sono,
ti restituisco chi sei.
Mi fai vedere cime innevate ed anfratti nascosti da anni,
mi illumini con la passione,
mi annichilisci se intravedo il dolore che posso procurarti.
Sei il mio specchio,
mi guardo e vedo amore,
mi vedo e trovo un uomo felice perché si specchia in te.
Ci ho posato sopra le mie
mani, ed è uscito un suono.
Qualcuno lo ha sentito.
I passi sordi del frastuono
che ho dentro, con le ance.
L’orma è quella sulle canne
dell’anima mia, lo strambotto
vola come vento tra le spanne.
Parte del giorno resta seduta
su questo pugno orfano
delle ore andate, l’usignolo
suona la voce di un organo.
Stanco è il riflesso, di quelle calde emozioni,
di quei cuori annegati in una sola alta marea.
Resta la musica di quelle onde di notte,
schiantate sulle rocce e contro un faro,
che ancor veglia sul blu profondo.
Maestoso è il suono del suo silenzio,
che accompagna lampare, barche
e pescatori coi loro remi fino alla battigia.
Imponente e fiero, è lì da secoli...
testimone di albe e tempeste,
di vuoti e leggende... storie da raccontare,
storie che restano ferme nei ricordi,
storie ormai dimenticate,
di pontili corrosi e mai aggiustati.
Sfuma un tramonto nella salsedine
e con lui miliardi di cuori disegnati
a due a due sulla sabbia, si cancellano.
Sei uscita dalla notte
Se il nugolo scrittura e vita
con questo vento che non molla
ma per fortuna non fa freddo.
Prego per lui che non c'è più
non sentirò più
quello scooter così rumoroso
che arrivava ogni mattina,
non porterà più quella bella armonia
coi suoi racconti e la sua voglia
di volere ancora bene.
Una preghiera
ancora una volta
come per tante altre,
per lui per chi lo ha amato
e coccolato.
Il vento ancora non si placa
in cielo le nuvole
non trovano spazio,
aspetterò che smetta
così lassù qualcuno potrà coccolarlo ancora
e accompagnarlo in Paradiso.
La gioia del vivere
nell’anima le sue radici affonda.
Tra gli organi vitali
la tua eccellenza.
Senza si resta, infatti
un ghiaione misto
a ragnare
tra animale e vegetale
… non sempre inerte.
Fonte e del cuore conoscenza
di ciò che soddisfa
effettivamente.
Eppure ancora non ci si crede
e s’insiste
per strade che di perdizione
è dire poco
ché l’anima lo sa
che paradiso … inizia qua.
dove si occulta la malinconia.
che non sanno più sfiorare
né cuori, né fiori, né amori.
Nell'anima, un bacio sigillato,
come un segreto custodito,
pungente e velenoso,
resta sospeso nel fragile respiro.
che si ammassano l'uno sopra l'altro,
fino a far crollare piramidi stanche
di sogni ancora da spolverare.
nella mente un po' confusa,
negli occhi lucidi di nostalgia,
nel cuor dolente e malmenato...
dove il tutto è diventato niente.
sentire soltanto cose stupide su di noi
come una bolla che preserva il caos?
Non siamo poi così tagliati per le verità.
Se tu dovessi dirmene una,
come la sfortuna di pescare il cioccolatino avvelenato
da un cesto in un ufficio?
"Che quando siamo pronti a tutto per qualcuno
forse
non siamo pronti per starci insieme"
e dal guado casupole in ombra dei tempi
apparivano or come albe or come declivi serali
Triste nel cesto dei se stava il pensiero
che mai comprensione ebbe
e lapilli infuocati ornavano manici
S’era nella sera del gaudio e nel vestibolo dei cenci
e dal palco corvi e neri orpelli pendevano
Triste e radioso il canapo mortuario del desco
in tavole imbandite da pergamene
e ogni cosa volgeva al volere di candele elise e derise
Suol animo abbandonare ragioni e calare sipario
quando luci traballano nel misticismo delle incomprensioni
e apparenze scalfiscono verità
S’era nel convivo dei morti viandanti
che senza vedere calzavano lame nei gemiti altrui
e cera veniva a colare sulle ferite aperte
S’era così nel quando che spense l’arroganza i moti dello spirito
e buie stanze accolsero il divenire
che principio e fine in fine stanno
al voltar degli astri
che poco sanno dell’umano agire.










