Servirebbe
riprendere in mano il fuoco
riprendere in mano il fuoco
avere nuovi giorni di febbre
braccia convulse
lacrime senza freno .
Un nuovo abbaglio dell’anima
-pupille dilatate
-la vastità del petto
e forse- lo stomaco vuoto.
Servirebbe!
Servirebbe
Servirebbe!
Servirebbe
una lunga stagione morente
e un caldo profondo
per il fermento dei pensieri.
Riconciliare- la primitiva educazione gotica
con un nuovo Rinascimento -senza pari!
IL Quarto Stato: di Pellizza da Volpedo


12 commenti
Il sole era caldo
il verde manto del prato invitante
ci sedemmo, il mio sguardo triste
perso in un vuoto senza meta
Una dolce carezza posasti
sul mio viso, i tuoi occhi
davano voce al tuo cuore, mi avvicinai piano
posai un bacio leggero sulle tue labbra
La realtà sfumò tra le tue braccia,
il mio corpo cedette al calore
al desiderio da anni sopito,
ero donna come fosse la prima volta
Chiusi gli occhi, fu passione travolgente
tutto dimenticai sentivo solo il piacere
del tuo corpo sul mio, la tua dolcezza
nel farmi tua come un prezioso dono
mi riportò alla giovinezza ormai smarrita
Quando tutto finì, ti dissi “ora vai voglio star sola”
presa coscienza dell'atto avvenuto
la paura si impossessò di me
ti osservavo smarrito allontanarti adagio
La pelle strofinai come impazzita
vedevo gli occhi tuoi amore mio,
come avevo potuto
il mio corpo ho ceduto, tradirti così
il senso di colpa invase il cuore
Sentivo comunque una sensazione piacevole
ero ancora una donna, potevo ancora essere amata,
amare, che peccato mai ho fatto
mi addormentai presa dalla stanchezza
quando gli occhi riaprii il mio letto
mi avvolgeva morbido e caldo, un incubo oppure un sogno,
serena che non fosse realtà ….
Un istante, calore e poi freddo;
dolore e poi pace;
vita e poi morte.
Un istante per decidere
se smettere di soffrire e ricominciare;
un istante per premere il grilletto,
con la canna rivolta verso
il punto in cui nasce il dolore.
Un istante per disegnare sul terreno
una fra le più belle rose rosse,
mentre si è stesi sul suolo freddo
con gli arti che cominciano a intorpidirsi.
E aspettare che arrivi quella con la falce
oppure sua sorella con il nostro cuore in mano.
dolore e poi pace;
vita e poi morte.
Un istante per decidere
se smettere di soffrire e ricominciare;
un istante per premere il grilletto,
con la canna rivolta verso
il punto in cui nasce il dolore.
Un istante per disegnare sul terreno
una fra le più belle rose rosse,
mentre si è stesi sul suolo freddo
con gli arti che cominciano a intorpidirsi.
E aspettare che arrivi quella con la falce
oppure sua sorella con il nostro cuore in mano.
Oh dolce rima, oh grandiosa passione
oh ghirigoro dello scrivere inutile
Vi amo
Si, perché nessun affabulare è all’altezza
del topo che gode
nessuno ha riprodotto le spalle affaccendate
e non è del tutto scontato che nel sesso
il rosso tramonti col blu
Oh mie gru, puntate il braccio alla luna
mettete in basso il biancore
come scorre sui ciottoli in riva
trovate il modo di nascondere
la meraviglia del mascara, la sofisticazione nelle guance
quel guardare insistente il passante
e cercare profitto in una siepe
Sia benedetto l’amore di sempre
non questo decadere impotente
di pianeta senza musica
nell’odore di cemento e impalcature fatiscenti
Ma non lo vedete?
Scorre il giorno banale
i bar si riempiono senza soluzioni accettabili
le vie se ne vanno per proprio conto
proclamando indipendenza dai palazzi
Soltanto un guizzo veloce è realmente eccitato
da una fogna all’altra accende la vita
oh ghirigoro dello scrivere inutile
Vi amo
Si, perché nessun affabulare è all’altezza
del topo che gode
nessuno ha riprodotto le spalle affaccendate
e non è del tutto scontato che nel sesso
il rosso tramonti col blu
Oh mie gru, puntate il braccio alla luna
mettete in basso il biancore
come scorre sui ciottoli in riva
trovate il modo di nascondere
la meraviglia del mascara, la sofisticazione nelle guance
quel guardare insistente il passante
e cercare profitto in una siepe
Sia benedetto l’amore di sempre
non questo decadere impotente
di pianeta senza musica
nell’odore di cemento e impalcature fatiscenti
Ma non lo vedete?
Scorre il giorno banale
i bar si riempiono senza soluzioni accettabili
le vie se ne vanno per proprio conto
proclamando indipendenza dai palazzi
Soltanto un guizzo veloce è realmente eccitato
da una fogna all’altra accende la vita
Non vorrei più visitare le pietre
per non calpestare i violini. Suonano
per anime, ghirlande e tutto il resto.
Dopo, l’aria del silenzio è la stessa
che viene a notte a coprirci- nessuno
chiamò indietro mio padre da radici di selci
né si attivò una linea segreta.
Quel fumo lento che ruba ciocche ai roseti
senza un sibilo, seguimmo
costernati di perdita.
Se almeno ora vedessi
gli incroci delle sue vie, dove svelto
va a cercare pane fresco per cena
ma è uscito lasciando le chiavi
e la porta getta altre spine
-un legno rinato per poco
appena a spezzarlo, il riposo.
Non è lo stesso il buio
sulle lapidi bianche
del nero che torce la schiena dei vivi
come diverso è il sole
che muove i colori dell'erba
tra le crepe dei marmi.
Occhi aperti dal tempo
vigilano croci spuntate
e l'olezzo dei fiori
inchinati alla terra
nel lamento dei morti.
sulle lapidi bianche
del nero che torce la schiena dei vivi
come diverso è il sole
che muove i colori dell'erba
tra le crepe dei marmi.
Occhi aperti dal tempo
vigilano croci spuntate
e l'olezzo dei fiori
inchinati alla terra
nel lamento dei morti.
Solerte viaggia la mente
Dentro una goccia di sogno
Trasporta pani lievitati e nocciole
A saziare la fame d'amore,
Che irrompe nel petto e chiude la gola.
Quasi fatta d'aria essa stessa,
Filtra tra pulviscolo e respiri.
S'insinua, toglie il fiato.
Pone mesti sorrisi
E pesante resta il cuore.
Non ancor doma di cercare
S'invola tra finestre socchiuse,
Poi si posa stanca su un cuscino,
Ad attendere la notte
Cesellata di stelle,
Per avere ancora sulla pelle
Il profumo di te.
Dentro una goccia di sogno
Trasporta pani lievitati e nocciole
A saziare la fame d'amore,
Che irrompe nel petto e chiude la gola.
Quasi fatta d'aria essa stessa,
Filtra tra pulviscolo e respiri.
S'insinua, toglie il fiato.
Pone mesti sorrisi
E pesante resta il cuore.
Non ancor doma di cercare
S'invola tra finestre socchiuse,
Poi si posa stanca su un cuscino,
Ad attendere la notte
Cesellata di stelle,
Per avere ancora sulla pelle
Il profumo di te.
E intreccio parole, verbi a complemento, rime
come arabeschi, suoni sincopati, fiabeschi
affreschi del reale, del nucleo in divieto di sosta
nel traffico del quotidiano. Per dirti cos’è l’amore
al tempo del tramonto, un segno nello spazio,
una porzione di cielo illuminata a giorno,
l’epicentro di ogni emozione, la regione
di ogni canto. E se come d’incanto ogni equazione
ha una soluzione e se vedo chiaro ogni contorno,
-le ombre insieme a barbagli, dono e dazio
agli angoli della tua figura- il petalo di un fiore,
la lente del talento, quei versi nella busta
abbinati ai confetti al pistacchio: siamo questi,
sensi come torce, lame di luce e gocce di sublime.
E poi c’è nel viso il tempo che deve,
ascoltando l’amato in clessidra di pianto,
risalire nell’occhio e buttarsi nel vento.
L’immenso Castagno dei Cento Cavalli
superò e vide avanti qual nuvola rena
sospesa nei caldi tramonti del Passo
diseguagliare nei venti il boato dei sorsi
che dal Mongibello suo apice perso
parlava al vapore di un sogno inumano e complesso.
La fila degli uomini incurvata sul Bove,
tra Musarra e Capra e le invitte Dagale,
se ne andò verso il Salto della Giumenta,
che tremante riposa come sanguine nuova.
Encelado all’istmo di lava accecava i passanti
e intorno al suo collo nel filo del perfido Crono
imbucava le teste come fossero palle di Urano...
…No Dante ti prego non lo faccio più te lo giuro Ahhh!!!
Mio fratello mi guardò come una macchina che non parte più
mentre mi stropicciavo gli occhi e risalivo lentamente sullo schienale del divano.
Prima che aprisse bocca per prendermi in giro gli spiegai: -Incubo fù-
Il Gran Premio e la digestione erano finiti,e per fortuna le nerbate di Dante Alighieri pure.
ascoltando l’amato in clessidra di pianto,
risalire nell’occhio e buttarsi nel vento.
L’immenso Castagno dei Cento Cavalli
superò e vide avanti qual nuvola rena
sospesa nei caldi tramonti del Passo
diseguagliare nei venti il boato dei sorsi
che dal Mongibello suo apice perso
parlava al vapore di un sogno inumano e complesso.
La fila degli uomini incurvata sul Bove,
tra Musarra e Capra e le invitte Dagale,
se ne andò verso il Salto della Giumenta,
che tremante riposa come sanguine nuova.
Encelado all’istmo di lava accecava i passanti
e intorno al suo collo nel filo del perfido Crono
imbucava le teste come fossero palle di Urano...
…No Dante ti prego non lo faccio più te lo giuro Ahhh!!!
Mio fratello mi guardò come una macchina che non parte più
mentre mi stropicciavo gli occhi e risalivo lentamente sullo schienale del divano.
Prima che aprisse bocca per prendermi in giro gli spiegai: -Incubo fù-
Il Gran Premio e la digestione erano finiti,e per fortuna le nerbate di Dante Alighieri pure.
Un naufrago
sta per affogare,
solo in alto mare.
Non ha appigli
cui aggrapparsi
ma appare
un provvidenziale legno.
Chiissà di essere vivo son degno
penserà,
ma quel legno è maledetto.
perchè quando vuoi sopravvivere,
non guardi
se ciò a cui ti attacchi
è sano
o marcio.
Navigherai
sano e salvo
su un legno tarlato
dalla stoltezza degli uomini
sta per affogare,
solo in alto mare.
Non ha appigli
cui aggrapparsi
ma appare
un provvidenziale legno.
Chiissà di essere vivo son degno
penserà,
ma quel legno è maledetto.
perchè quando vuoi sopravvivere,
non guardi
se ciò a cui ti attacchi
è sano
o marcio.
Navigherai
sano e salvo
su un legno tarlato
dalla stoltezza degli uomini
Barlami nella mia stanza
sono quelli del comodino
di una luce soffusa mentre guardo un film
Barlumi di una speranza
che non so cogliere troppo prigioniero
dei miei pensieri
Mi servirà una maschera o parleranno gli occhi
per quanto tempo ancora
arrabiato con me stesso
Troppo confuso stanco e teso
impaurito come non mai
a volte ti cercavo
ora non vorrei incontrarti più
Quanto mi abbatte questa solutidine
di una domenica tra me e me
davanti un mare di strade
che non so scegliere
Quanto mi spaventa questa solitudine
ho perso un pò di forza e convinzione
Quanto mi spiazza questa solitudine
l'ascolto dentro me non riesco a spengerla
Quanto mi merito questa solutidine
forse è giusto così
quasi un incubo senza uscita
che mi imbruttisce palesemente
e mi lascia lo sfogo di scrivere
in attesa che scenda la notte
e che mi consigli
dentro il cuore
mi prendo a botte
e un voce che mi dice " te lo meriti "
sono quelli del comodino
di una luce soffusa mentre guardo un film
Barlumi di una speranza
che non so cogliere troppo prigioniero
dei miei pensieri
Mi servirà una maschera o parleranno gli occhi
per quanto tempo ancora
arrabiato con me stesso
Troppo confuso stanco e teso
impaurito come non mai
a volte ti cercavo
ora non vorrei incontrarti più
Quanto mi abbatte questa solutidine
di una domenica tra me e me
davanti un mare di strade
che non so scegliere
Quanto mi spaventa questa solitudine
ho perso un pò di forza e convinzione
Quanto mi spiazza questa solitudine
l'ascolto dentro me non riesco a spengerla
Quanto mi merito questa solutidine
forse è giusto così
quasi un incubo senza uscita
che mi imbruttisce palesemente
e mi lascia lo sfogo di scrivere
in attesa che scenda la notte
e che mi consigli
dentro il cuore
mi prendo a botte
e un voce che mi dice " te lo meriti "
All'altezza sospirante
delle acacie: così finiva la poesia
delle acacie: così finiva la poesia
con la maturità mia
delle mele astruse
suonare, come lungo le strade
la fisarmonica canuta non sa più fare -
se non quando fischiano gli antichi abeti
per diventare l'unica via
per lasciare il pianeta.

C'è un silenzio argentato
sdraiato sui tetti
che sussurra a Novembre
parole sottili.
Sono piccole virgole nere
che tracciano il cielo e
si consegnano al tempo.
Ne origlio i rumori
mentre vanno .
Vanno e raccolgono il vento











