le mie ultime orme
sulla spiaggia deserta.
Non parlano
non si lamentano
e camminano con me.
Da questo lembo
di terra emersa
e fino al fondo
della bassa marea
là, dove ogni pensiero
annega solitario
mentre il Mare...
sanguina d'aurora.
..
Parlatemi d’un qualche nuovo astro
che prenda il posto della dolce luna
nelle mie notti d’alta euforia.
Voi che annegate nella poesia,
voi che leggete quanto scrivo qua,
datemi un verso, sintesi perfetta
del navigar nel flusso di magia.
È l’ora in cui mi brucerei alla luce
d’un altro sole incandescente e mio,
curiosa stella esente da tramonti,
perenne ed oculare testimone
d’una carezza della felicità.
Ti desidero nelle mie canzoni
Aspiro a te, all'appartenenza che mai sarà,
al nascere del sole,
muore il sorriso.
Succede che la vita ti sveglia brutalmente
nascondendo la visione brillante.
Si spengono gli occhi
si alzano barriere
quel destino che credevi
quasi realtà scompare
senza far rumore.
Un'onda gigante travolge tutto,
si infrange contro la luce.
Non si placa neppure
davanti alla forza
dell'immenso paesaggio silenzioso,
dove lo sguardo diventa deserto.
La tavola della verità mischiò le carte.
Zampillò vita dai buchi, motori nei pieni.
Gioco di fontane al suono di Beethoven
Lo spettacolo di cornamuse, dismessi.
Il crocifisso percorse la stessa strada.
Scendendo nei crocevia inseguì le spade.
Si avventurò nelle Americhe.
Risalì l’Africa.
Bisognava rispondere a Pilato.
Dio è morto gridavano in un megafono.
La perdita non colse di sorpresa i mercati.
I parafanghi ripresero a respirare
il trend del latte quello ortofrutticolo
il cartello degli abeti cinesi.
Vapori di cromo e ferro costruivano megalopoli
Nulla di paragonabile alla nascita del Plutonio.
Il fumo di una Quasar
La tonnara di colombi, vetrificati.
Al Darmstadio avemmo una tregua
Giurare sul centoventi dopo il successo degli altri.
Isaia gridò Passione e tradimento
Il moplen gocciolava su una stalla.
Comparve un piccolo idrogeno. Sorrise.
Lo spazio di lana ruotò intorno.
a quelli che hanno
solo loro e se li fanno bastare
senza sprecarli per quando
arriveranno altre bufere
di tempeste
che forte soffieranno
Buon Anno a coloro
che meditano abbastanza
e non fanno lavaggi
di coscienza
stando in silenzio
non cercando ripari
dove il cuore respinge
e il rimprovero ammonisce
Buon Anno ai poveri
ma che sono positivi
a dispetto di quelli
che si definiscono perfetti
con un bagaglio di ipocrisia
che mira in alto e mai in basso
Buon Anno alle persone
infastidite non dalla solitudine
ma da un mondo sopra le righe
catturato dal niente
nelle luci della perfezione
Scaldavo le parole
quando sfumate
corrompevano il senso,
e restavo perplesso
se i suoi occhi
erano ancora i miei,
la mano indifesa
era lo sguardo
di un’attesa
tra i colori
in balia del mare,
senza legge,
senza cuore,
solo il dono
della sua presenza
che semina i passi
mentre scende la sera,
ed è mio il sussulto
della sua allegria.
In attesa sotto la pioggia, la spiaggia
è vuota e a distanze siderali, i voli
dell’immaginazione mischiano l’ieri
e il domani: il vulcano è in eruzione
e il suo rossore sfuma mentre albeggia,
siamo il peccato di gola dei cannoli
di ricotta e l’incrocio degli emisferi
della terra. Se cerchi ancora l’emozione,
se guardi lo sfondo di quest’incertezza,
puoi scoprirci battiti alternati a versi,
slanci e pudori, riguardi e amori
dell’età di Saturno e quel canto impuro
dell’ultimo fiato. E la tenerezza,
ora che siamo in due sotto l’ombrello, persi
in uno sguardo ambrato, i suoni scuri
nel silenzio che abbatte il muro.
Sotto l’ombrello io e te a emozionarci,
vivere, ridere, amarci
con la fiamma che scuote le arterie
e nelle vene sommarci, una spanna
sopra le delusioni,
senza il clamore della giovinezza
che spaccia per amore le mancanze,
le illusioni e ora che facciamo
di una carezza il suono dell’eterno,
lo schiocco dentro lo scirocco dell’emozione,
che descriviamo dalle mani i suoni
e nelle caverne troviamo l’eruzione dei fiati,
noi che ci siamo fidati e ancora
e ancora stiamo costruendo ossimori
e ci siamo perdonati l’incoerenza
dalla molle consistenza di un orologio
di Dalì, ci ritroviamo a essere gocce
tra le gocce di un cielo
pallido d’indolenza, che nemmeno
fa caso a noi che ci guardiamo
e ardiamo mentre andiamo
nella direzione che vuole l’amore.
di bende tagliate e di corse allo stremo,
carne viva nel buio e sapore di marcio.
Scelta difficile per trovare una lama.
Occhi che non vogliono credere,
testa che non vuole sentire
il sapore di un addio doloroso
o di una dolorosa rinascita.
Ci lasciamo alle spalle anche questa
e se ammettiamo sia vero
che qualcosa davvero rimane
ci riprendiamo così,
nella stessa maniera di sempre,
la nostra voglia di vita
la nostra voglia di amore.
Per poi ritrovarti come non eri prima
Come un vuoto di stomaco che gorgoglia nel destino
Ed un'ernia d'intonaco
Là in fondo c'è un mare come intestino
Se non fosse per una linea di confine
Penseresti che il cielo
si fosse mangiato la sua fine
E vedi chiazze arrossate
nell'imbarazzo di sentirsi vicine
La Corsica sembra immaginare l'estate
E l'Elba e la Gorgona giocano come bambine
Una montagna è grande e si crede una stanza
Ma le mostri ciò che ha davanti
e con una mano ammazza la distanza
fra l'essere piccoli e l'essere giganti
Per il tempo d'affioro d'una manciata di panna
e l'aprire gli occhi e riscoprirsi Matanna
Ora che il silenzio è delle stelle
e l'inverno schizza a poco a poco
Ora che si fa di lingua d'oca la pelle
è sempre troppo presto per una foto
Saluta l'Uomo Morto che in fondo dorme
e parla nel sonno con in bocca un ulivo
con in testa un miliardo di forme
del concetto perverso di essere vivo









