un buon pezzo di pizza
ma è cosa da pazzi !
Che prezzi !
È più cara di un pizzo !
Qui la cosa mi puzza
ma ci metto una pezza.
Ho già preso una strizza
e non voglio uscir pazzo !
Con in man la ramazza
ho sfogato il disprezzo.
C'ho già pur la mappazza
ed eppur non è un vezzo.
Piglio carta da un mazzo
e mi fiondo giù a razzo
tra un film di Fantozzi
e una gag di Tafazzi.
Ho avvistato un ragazzo
con in mano un arazzo
lo vendeva a buon prezzo,
mi sembrava un po' pazzo !
ma ho deciso da un pezzo
di stare nel mezzo;
passerò la serata
a Cortina d'Ampezzo!
Estasi e spasmi incidono segni
Resta il muschio sulla mia pelle,
Cosi è la mia finestra
ora fiorita di sole ,
ora riconoscente di cielo.
Delicata sui pioppi
che non si redimono ad un ventaglio di stelle
di verde argentato tra gli ulivi
con il ghiribizzo di Dio sulle foglie
di albe inattese di rosso vermiglio
e il chiaro scuro profuso e liquefatto di voglie.
Cosi è la mia finestra
di languore fresco
che il risveglio mi scioglie
di crepuscolo che si placa con il mare
di terrazze di caffè e arance mature
che denudano il cuore .
Perduta nel nido
dove dimorano le civette.
Nevvero credo
alla tua beltà.
Esiste solerte
nei doni tuoi
dell'esultanza.
Giace consunta
in lacrime di cera,
in cerca di te stessa.
Nevvero,
così diceva il saggio,
amerò il tuo corpo
come albero spoglio
bianco all'alba
e al tramonto.
Una prossimità
del cuore alle parole
riscalda il desiderio,
tinge la fantasia
che odora triste.
Nevvero credo
alla tua beltà.
Consumo il dolore
di non saperti mia.
L’ortolano,
il salumiere,
la fòrmica della mia cucina,
la terrazza,
il porto sotto,
il cortile,
vetri rotti ed io che gioco.
Le canzoni sempre uguali,
la fisarmonica di Gianni,
le note che ho imparato,
un re minore ed io che canto.
Il primo pesce all’amo,
l’Alighieri sul divano ocra,
il piede rotto sulla spiaggia,
un nuovo amico ed io che parlo.
Il mare in mano,
la cabina 23,
un metro per volare,
il fiato trattenuto,
lei zitta ed io che amo.
Capelli neri,
un abbaino,
i fantasmi inventati,
la pelle sua sulle mie gambe
uno scalino ed io che sogno.
La casa si svuota,
mia madre vacilla,
il treno parte in fretta,
Roma aspetta ed io che penso.
Il tempo che rimane
cattura le curve di ieri.
Le stringe in un anello
dentro il quale io vivo.
Voi, con le vostre infime bugie
dette occhi negli occhi
dopo il tocco passionale
delle nostre esistenze.
Sublime peccato è incatenarci
al tempo
all'illusione che un piccolo attimo
possa davvero riempire
le crepe dell'Anima.
Puerile giudizio
dentro un mondo di specchi.
Il mio impavido cuore
sarà sempre in battaglia.
velano stanze, polvere leggera,
La voglia di volare arriva mera
Il glifo alla parete è la stele.
Una giornata di quelle di miele,
Sogno una cometa cadere fiera
Incidere il suolo e brillar la sera
Ignoro le voci: “Non saltar, Lele!”
Glorioso il falco dalle alte montagne
Che spalanca ali e fluttua celermente
E che con un urlo appicca alla preda
Gloriosa la donna, la citareda,
Che spalanca alito e cade clemente
Ma appicca al suolo e non stride più lagne.
non ancora scolorito
che non dimentico.
Mancanza
peggio della distanza.
Rifiuto peggio
dell'improvviso decesso.
Sei la causa
del mio malessere
che non potrò
mai più riavere.
Stringo la tua mano
in un malinconico conforto
unica luce
di giornate di litigi
dove non troviamo pace
dove il dolore
rumorosamente tace.
Quando nella tua stanza
ogni ambrogetta si stringe
stretta stretta ad un’altra
e alzandosi sulle punte
pare vogliano toccare la vela delle travi,
amica prova a rileggere una telefonata,
quando trascinavi il dito
nella rumorosa rotella per far il numero.
Quando esci e il tuo soffitto
non ha stelle, e le pareti che ti porti
dietro ti girano intorno… prova
a entrare in una cabina telefonica
ma senza vetri, solo specchi…
Guarda negli occhi della donna che sei
danzare in cerchio le foglie d’autunno.









