Narratemi dell'Italia l'eroe
Che greve furor contro i nemici
Seppe più che la ragione
L'orgoglio di Roma; che di beltà
Abbacinante, come solo l'italiano puote;
Che d'infamia rivestito
Nel ricordo commuover suole:
(E di altre cose ben note)
Combattendo, vinse!
Amando l'Italia, lei lo cinse!
Come lui, o Muse son d'amor per voi,
Così nella misura che conoscete
Sappiate quanto poco sono
E se d'un verso solo getto a crogiolo:
<Viva l'Italia fascista finché non muoio!>

Se il mare culla
con l'onda leggera
la musica dolce
giocando col tempo
malgrado l'età,
se il sole fuggente mi lascia
quel raggio d'amore
è le stelle lucenti farmi abbracciare
la mia libertà,
felice sulle ali del vento marino,
lasciando il profumo
di questo celato destino,
a chi mi ruba un furtivo sorriso,
canterò a squarcia gola
la gioia realizzando sul mio
vitale palcoscenico ancora inciso,
e con l'ispirata pace in azione,
rimanendo solamente
la febbre di una poetica illusione.
… che non appaga
da quando perdesti le isole
e senza terra, e senza piedi vaghi
o cadi, fingendoti umilmente candido
- pro-vocazione di un’indole storpia -
Poi arriva la neve di maggio
- con rose verdi al cospetto -
a coprire l’odiosa stagione
insegne spente,
grida lontane
l'eco si perde.
Chiusi in vuoti stretti,
parole, risate,
solo un ricordo.
Manca allegria
una stretta di mano,
manca amicizia
la fiducia nell'uomo.
Bambini smarriti,
oppure mai arrivati.
Si cerca un pretesto
per chiudersi in casa,
che belli quei tempi
di tutti insieme,
senza preconcetti,
solo voglia di
volersi bene.
salendo ai colori del mare
con la mano nella tua
abbiamo sussurrato alle stelle
chiedendo il loro tacito consenso
dalla notte trasformata in giorno
cavalcando le lancette dorate
con lo sguardo nel tuo
abbiamo ammirato ed applaudito
il loro lento danzare
con ancora pagine
piene di parole e disegni
non ci siamo più voltati indietro
camminando ancora un passo
insieme verso la felicità
Parole lunari,
crepuscoli disciolti
in un campo di grano
ed ecco scambi di malinconie
schiudere i miei occhi
sulle cicatrici del tuo addio,
ed ecco danzar
il mio respiro di cristallo
sulle coreografie poetiche
dei miei anonimi pensieri.
Mi ami ancor
in questo naufragio
di notti senza nome?
Sto sveglia sulla lontananza
- è lampante: che poi ritorna
al posto che occupava sempre
qualcosa di speciale
qualcosa di normale
presenza volto odore
la chiara scrittura del quotidiano
malauguratamente
come palla di carta
messa a tacere nel cestino
C’è il poster di cento anni
ha la faccia del sole
e un sasso da lanciare al mare
la grande sfida alla gravità
e subito l’abbraccio, dove
specchiare gioie di fragili cristalli
Sono vecchia – ho cento anni
germogli da poco nati sono legni
le braccia hanno lasciato giri di collane
il collo è un orfano
è la gruccia senza camicia
come sarebbe facile se fossi te
(darmi la mano quando esci dallo sguardo)
Enumerar spiccioli d’anima
come stelle appese a un filo,
come rugiada sui discorsi
dimenticati alle porte del mattino.
Era un giglio virgolettato d’inverno
il nostro battito inciso d’eterno,
un passaggio di lune senza rotta,
un vernissage di sguardi senza sosta.
Ed il bacio del silenzio gravitò
sul calamaio dei nostri cuor
ed un inchino di cielo reciso
albergò sul nostro petto d’improvviso
in un assolo di mare spento
perduto nel vuoto del ricordo.
in questa nuova giornata,
mentre guardo le margherite
che fanno da cornice
ai nostri passi.
Siamo sempre più vicini..
Conto ogni petalo,
soffiandoci poi sopra,
entusiasta come una bambina,
che costruisce
un castello di sabbia
e mette vicino le sue bambole,
baciandole dolcemente.
Mi ami o non mi ami?
Io già lo so!
Mi basta un tuo sguardo,
per vedere il nostro sole,
che illumina con i suoi raggi
ogni prato.
Che tipo sei...Serio e serioso,
poco propenso al riso,
e un po borioso.
Eppure, di tanto in tanto,
Il tuo io cosi supremo
cade,
o meglio, cede,
vittima di quell' ormone dispettoso.
E allora... la voce si fa querula,
e l'occhio languido,
e frasi mai sentite s'affacciano
sfacciate alla tua bocca,
CHE RIDERE,
ho qui davanti un orso che annusa ambrosia, e s'è mutato in scimmia
e spavoneggia.
Ditemi voi, che me ne faccio
di un simil uomo
a cui basta si poco ?
Un seno in mostra, un culo un po sporgente, un labbro rosso e pendulo,
e da omaccione serio e pesantone
diventa un cicisbeo odoroso, con tanto di parrucca, e perché no pure col neo.
Che sia un "si"! Che sia un "no"!
Ma che non sia mai un "forse"!
Il "forse" ti lascia la speranza,
t'illude, fa male, ti lascia i dubbi,
tortura l'anima.
Il "forse" ti dona incertezze
mentre il tempo se ne va.
Il "forse" è dannato,
maledetto... diabolico, lascia trapelare
anche un po' di vigliaccheria.
Il "forse" impedisce i passi
e fa avanzare le lacrime.
Che sia un "si"! Che sia un "no"!
Ma che non sia mai un "forse"!
quando le mie labbra toccano le tue
Ho dei pensieri sofferenti come bonsai
Scusa ma sono già le due...
Ho delle macchie sulle gambe
ma solo perché è estate
O perché non credi alle mie storie strambe
ma fidati, ci sono state...
Cosa succederà se vedrai il mio corpo
recita o disputa, ha la parte del torto
A volte le uso come carnevalate sbiadite
A volte come la promessa di un morto
Eppure aspetto che si faccia densa l'aria
almeno in quest'angolo puntuale
A volte ti aspetto come la malaria
di una zanzara inusuale
A volte immagino che tu accarezzi
questa strana acconciatura
di un mancato pagliaccio a pois ma a pezzi
ricucito in nome di una sventura
Con le tue mani sudate di dolori segreti
con le tue pratiche da un silenzio d'asceti
Adesso fa male vedere ovunque le tue orme
Perché è un deserto
rappresentato solo da forme
Che si finga addosso me la tua ombra
Inizio a star bene quando una voce:
"Adesso si sgombra"
Chissà se ti rimarrà
quel viaggio in un chiostro
di infima devozione alla verità
con il dito perverso al mio inchiostro
qui ove stava Dio
e al par del ruminante ella quell'erba
sittanto bruca con voler stantio
e per quell'ogne lume
rinvigorisce flamma
e noi laggiù per la natura d'essa
meniam sì vasta di peccati gamma.
Sagome multiformi
gittansi entro tal becera mistura
ch'io né per gli occhi a mente assemplar riuscìa
dentr'essa umana a discerner figura
dal Signor d'omo amato.
Di quell'opuscol d'ostro rilegato
ch'era, per nostra voce
cagion di saggia vita e nobil fare
e di gentili canti estrema foce
più noi venimmo a cima
ch'un sol ricordo, claro
di quella festa in tale notte spenta
più resta meco e in me lui 'l cor mio lima.
Schiera di fiochi lampi
che uniti cento in frotta parean uno
tal che se fosse lum'ei proverebbe
spirto lor di luce il mio e nessuno
porrebbe lui placato.
Nell'eremo, confuso e desolato
spirtal scelto dimora,
e di gloriose d'intelletti l'opre
fasti negando ha decretato ancora
solenne nutrimento,
e il core, per sue ali
allorché vacillando lui sorregge
dalla caduta ai consueti mali.
Sta questo corpo spento
a rimirare il fiume in su 'l verone
e d'esso il volto scarno già si mostra
perch'ei né trova in tal fiume cagione
da lagrima solcato.











