Il mare onnivoro, divoratore
Dove vivono d’una morte sorda
Antropomorfe forme di vapore
Sorte dal degrado dell’alba atroce
Su cui s’avventano sguardi cariati
Relitti vacui di una vana croce
In mezzo a rughe di scogli immutati.
E quando cadavere sarà il sole
Qui ancora giaceremo senza nome
Commensali della desolazione
Navigando sulle infernali gole
Con volti storti e inerti come
Scatole ai piedi dell'involuzione
Lei così
Ma guarda un po’ là,
che femmina è questa qua,
ma dove si è visto mai,
una donna come lei;
il naso un po’ all’insù,
gli occhi grandi forse più,
le gote paciose e rotonde,
capelli corvini,
un po’ così,
e l’amore è cieco ma,
non guarda dove và,
è strano come lei,
una donna ,
ragazza che non si è vista mai;
lei
lei,
è così,
un po’ così,
una donna così,
i fianchi grossi e poi,
le gambe lunghe come steli,
i piedi robusti,
la pelle candida,
è una femmina un po’ così,
amore a prima vista,
sei così,
così strana però.
sulla ghiaia antica
e il tuo profumo
che un tempo cinico ha sbiadito
Sei passata come ruscello che
trascina foglie al mare
nel fugace disincanto
di questo incerto tempo
Hai dato una carezza
ai miei ricordi fragili ed ho
afferrato in sogno l'ombra
del tuo profilo
ma la mano è rimasta a stringer l'aria...
unghie sul cuore mi
hai lasciato...
In agenda il CUD e dunque il 730.
L’appuntamento con l’endocrinologa.
Una freccia di colesterolo è stata precisa
a fissarsi nella coronaria. Millimetrica.
Cinghiali sulla statale.
Lucertole su poltrone improvvisate.
Una signora lamenta un parto del 1954.
Maria scolpita in un ulivo.
Anche i nervi si sono seccati. La memoria
Ha un corto su un piede trafitto.
Una ragazza copre un buco nel petto.
Un’altra, forse sua nipote, la rincuora del bambino.
L’ulivo non capisce. Basterebbe
sussurrare a un nervo vuoto.
In sala d’attesa si è tra chiodi in una porta.
La punta che affonda non sente il male.
Il legno invece riempie il nulla
nemmeno sa cos’è il cigolio.
L' emozione è cieca,
eppure ha occhi splendidi.
Io sono una barca
in balìa delle sue correnti.
Perché non posso che essere
palpito e brivido.
O l'onda scossa e il suo fremito.
Potesse arrivarti
la bellezza di ascoltarti il petto.
Il cuore, per ultima cosa muscolo,
per prima ,puro battito.
Quando la morte ci attornia,
assedia e spegne,
sentire proprio lì la nascita,
il fiore aprirsi
sulla fragilità dei petali.
L'emozione è nuda,
splendidamente soltanto
pelle sottilissima.
Potesse giungerti
questo bacio sciolto nelle parole.
Potessimo insieme
abbandonare il gelo
dell'invernale rigidità,
per essere fulgore di fiamma.
Il fuoco cieco e vivo
che manca ad anime ghiacciate.
Ascolto
La voce della coscienza
La voce di chi chiede aiuto.
l’uomo può distinguersi
dall’animale compiendo azioni
eroiche e non .
Guardarsi attorno
respirare gioire della natura intera
si può essere migliori.
Mistero della natura della vita.
Nessuno è certo di come e perché.
Piace immaginare Dio, perché
La vita non sia vana…
Ma Dio non c’è e se c’è ha altro da fare.
Ascolto la voce della natura che mi parla,
mi commuovo davanti a cotanta bellezza.
La vita è un passaggio del guado
da attraversare.
Passare da una terra nota ad una ignota.
Il fiume può essere imprevedibile e infido.
Se riesci ad attraversarlo, sarai più forte.
Nonna mi ha vista crescere
sapendo che mi avrebbe
lasciata prima degli altri.
Come una maga capace
di creare meravigliosi ricordi,
ricordo le mie lacrime sui cocci
a mosca cieca tra gli alabastri
mentre aggiustava le cose
amandomi forse più di tutti.
Con la cenere tra i capelli
e il rosso nel cuore mi portava con lei
a fare il bucato nella lisciva da antiche
bambine, solo per passeggiare tenendoci
per mano sotto un cielo di acquerelli
dove sapevo che quelle stesse mani
avevano tenuto quella di mamma
quando aveva i miei stessi anni.
Il solo pittore che potrà avere riflesso negli occhi
il rosso assoluto è quello che può dir d’aver visto nonna
sul filo dell’austerità insieme alle mollette di legno
arrossire, guardandomi giocare a mosca cieca tra i panni.
con tutto quanto ne consegue,
vorrei poter morir le volte che
le spalle gira a un mio richiamo.
Accade solo in quei momenti,
quando nel cielo non v’è una stella,
quando nel mare l’azzurro si dilegua
e dentro, dentro, dentro me
si smorza, la voglia, e poi…
affonda!
sul dentifricio.
E ora che mastico qualcosa di francese,
ora che schizza bava sull'altro volto,
ora che l'enantiomero del bacio segue il canto,
abbasso lo sguardo.
Massaggio erotico del cuore d'osso,
genocidio dei Fusobacterium nucleatum.
Ognuno dice la sua.
Il rosso sa di blue ed il blue sa di bianco.
Scivola il sangue di battaglie oltre il tappo.
Strizzo l'anima invecchiando la boccetta:
ora che è magra si sente bella;
ora che è vuota si sente infelice;
ora che è deforme si sente a casa.
Lo spazzolino si gratta la testa
con le sue rilassanti ossessioni:
mente sporca in corpo sano.
Alla fine è la bava del matto in manicomio.
Più lucida la macchia di fumo.
Ma le parole profumate, tanto,
appartengono solo alla notte
che a volte decide di fare a metà.
se ha avuto un inizio
quando è l'ultima ora...
un improvviso frangente
sa d'aria che asfittica manca.
Non obbligarti a vivere
se sei nulla un corpo vuoto
una mente malata...nulla.
Se sei un altro troppo manifesto
ricordati che hai una cupa piega
seni flaccidi occhi smorti
una mano tremolante...
A spargere virgole maldestre
spazi lunghi nodi alle dita...
Tutto ha una fine...
non obbligarti a curvarti di più.
e l'aria si raccoglie,
tremolio di pioggia invade,
suon di cigno spira
[S'innalza il respir sul monte]
E argento e ambra
muove i passi il pastore
a terra e mar ignoto
Fior maligno
abusa della mia mente,
distruggimi
e donami
-Canta, pastore!
Non vegliar la luna
che ora gli occhi dal ner
ti mangiano-
Al nulla
Il gioco dei discorsi
conobbe l’anima mia
e scrisse il diario
dei tuoi occhi neri
fra dividendi di luna
e rugiada di garofani.
Ed il palcoscenico del cuor
colava sul mio io
come acquerello di poesia
indagato dall’amor del tempo
e tu, come arpa di vento,
abbracciasti i miei silenzi,
rubasti l’abaco delle mie illusioni,
cucisti il bacio delle mie declinazioni.
E capimmo d’esser
pianto dello stesso cielo,
alfabeto d’un preludio di Chopin,
lettera all’universo spento
regalata ad un cuor
colorato da mille tempeste.
era la mia come preda;
ma un osservatore esterno
di una delle dimensioni che scoprono di vedere
non saprebbe distinguerci.
Striscio un po' anch'io,
così come sono cieco.
E col veleno ci mordo i muri.
Una casa per sasso.
Lo stesso che lapida il vagabondo.
Ma in questo deserto di paglia
le tue pupille nere
son carboni alla soglia del fuoco.
Passi nel risparmio dei respiri
con la cicala assorbita dall'orecchio.
Un prurito di formica
sotto pantaloni corti incrociati,
prima una goccia, poi giù la testa.
Odio questa puzza
di affienato silenzio.
Odio l'antidoto
al veleno che nega il serpente












