tira 'n'ariaccia cattiva
questa pò esse 'na sera
de quarche era primitiva.
'ndo tutto annava a la deriva,
qua er foco brucia da paura
questa è la cura più sicura
pe' vince 'sta notte dura.
Li ricordi torneno a l'albori
quanno girevamo tutti cacciatori,
tra mammutte e rettili giganti,
aivoja a pregà madonne e santi,
nun esisteva gnente allora,
tutto se n'annava a la malora.
Fù pe caso che no scimmione estroverso
cominciò a farfujà quarche verso,
erano sono duri e biechi
ma così na sfirza de colleghi
je s'accodò appresso pe la via,
allora tra 'n gruggnito e n'acrobazzia
sti parenti nostri inventarono la poesia
Piove su questa casa
rimasta vuota
senza cielo.
E le mie mani
cercano ancora di difendersi
da raffiche di vento
venuto da lontano.
Uno schiaffo infinito
m’ha colpito in viso.
Piove così forte
fa rumore il fiume
trasformato in torrente.
Una voragine impazzita
ha trasformato la mia vita.
Ora non c’è più cielo
e la notte la vedo da vicino.
Cammino solo
con questo fischio assordante.
Non mi da pace
vorrei correre lontano
per disperderlo.
Piove ancora…
Quel fiume che era così calmo
scende a valle vertiginosamente.
Come il mio cuore
precipitato in un abisso
di dolore…
come un bagliore
scorgi la verità nella notte...
Ciò che scuote l'anima
non svanisce nel nulla,
è un lento e continuo
riversare sè stessi.
Nell'oscurità delle tenebre,
la via della consapevolezza
è il tiepido raggio di luna,
la tua salvezza nel dolore.
Fu una vendetta
consumata
sull'innocenza,
ma sii consapevole...
Impara,
la perfezione
non esiste.
e persone nella vita che amiamo molto.
Ma tu hai un posto
speciale nella mia vita.
La distanza ci separa
ma non esistono chilometri
che possano spezzare certi legami.
Riusciamo a sorridere
e piangere anche da lontano.
Legami che nascono da piccoli
si consolidano con il passare del tempo.
Esperienze ed emozioni che lasciano
un segno indelebile nelle nostre vite.
Tappe della vita che solo
con una sorella come te
si possono superare.
DEDICA PER MIA SORELLA CHE AMO PROFONDAMENTE.
ancora bagnate
scalderò il tuo viso
con mani amiche
coprirò il tuo corpo
con vesti leggere
soffierò sulle tue labbra
dipingendo un nuovo sorriso
crescerò in te
la tua anima
il tuo potere
darò valore
al tuo sguardo
alla tua forza
spingerò ancora più in alto
i tuoi pensieri
le tue parole
porterò nuovi colori
nel tuo giardino
fino a quando
tutto sarà

Mi sento inutile dinanzi al dolore
che tormenta il mio pianto
capire il senso della tua
inaspettata esistenza
Stringermi tra lo scorrere
dei giorni per ricordare
il traguardo della vita
Conoscere il presente
senza reiterare gli errori del passato
per poi vivere in un futuro incerto
braccando la più grande
pena e diventare se stessi prima di morire
…Tu sei vita che va oltre la vita…
l'ultimo battito,
l'ultimo respiro...
Dio ti ha preso per mano
e con sé ti ha portato in un luogo lontano...
Ore 22:50...
ora del decesso...
due occhi che si chiudono per sempre...
Come una foglia, in primavera,
ti sei staccata dal ramo della vita...
nel mese in cui fioriscono i prati
e vivaci profumi ci sono nell'aria
tu sei appassita
e solo ti avvolgeva un odore di morte...
nel mese in cui gli uccelli cinguettano
solo ti avvolgeva un silenzio tombale...
Quasi mai verso lacrime per te,
ma piango dentro...
tra poco il cuore mio annegherà...
La tua mancanza è la più grande presenza...
Ma con questi versi ti sentirò meno lontano,
io che ormai più non so vivere
senza una penna in mano!
Ormai è lancio
quante volte l'ho scritto lì vicino
lasciato intuire
tu col giavellotto puntato alle nubi
plastico
pronto a copiare le fantasie dell'acqua dei fiumi
risentire come in un vecchio camerino: "Adelaide, la penna d'oro, presto!".
E poter tracciare il sole.
Ma, dobbiamo,
tornare in noi,
caro lettore.
Lui è un contabile d'ufficio.
Lo so per certo.
Scarponcini in pelle e cuoio, lenti quadrate,
Parka imbottito.
Gomma pulita come un pargolo avvolto nel manto di tela,
lapis appuntito come un campanile,
pialla ruvida e funzionante come una lingua felina.
Il Perfettino.
Egli mi detesta: lui conosce i numeri, io li do.
Io ho paura di volare, lui sa di non poter avere le ali.
Egli conosce, conosce e distingue i fili del tram
dalle ragnatele dei suonatori alla stazione
e da buon dipendente pubblico
si sottomette ai supercapi, cordialmente risponde
alle domande per logica di pensiero,
adagio trova sempre il nesso.
Lui è la sentinella dell'esercito aziendale,
sul diario scrive ogni novità sebbene inutile.
Egli sopravvive a questo mondo: sì pesce piccolo,
ma tanto piccolo da rendersi invisibile ai
pescisaurus rex negro angelus.
Ah, dimenticavo! Egli nutre il senso d'oggetti e forme.
Ad esempio, la penna con cui ho scritto questo trattato
me l'aveva prestata lui, solo che ora l'ho persa.
Tra cent'anni (se ci sarò io domani) egli si ricorderà
della penna che gli devo.
Aspetta...ma, se la penna l'ho persa,
con cosa diavolo sto scrivendo?
Gerbido mondo, prendo di petto i tentativi fatti
di condividere qualcosa
e la magia di capirci, è la risposta
I tuoi suoni acuti e le note gravi
dividono i nostri esseri dalla nascita
mentre continuiamo a prendere appunti
per quando dovremo vivere veramente
E proseguiamo nel lodevole tentativo
di dare la forma a qualche risposta
Il tentativo dev’essere la risposta
Nelle burrasche dei tuoi mari
ci stendiamo come selvatici animali dopo la corsa
come requie consolatorio
per il delirio ormai diffuso
Onnubilato, ci dispensi schiaffi come sveglia
per non farci franare nella banalità
di tutto il resto
Gerbido mondo
la tua magia ancorché soffocante
si prende i nostri corpi
ma libera i nostri offuscati cuori.
guancia contro guancia
il tempo scivola via
al ritmo di onde del mare
profumano le labbra
in perfetta policromia
l’aria leggera
cade su anima intensa
al battito del cuore
sfiora il profumo di salsedine
gambe che con eleganza
incrociano figure
divisi dalle ombre
ed ancora controluce
tango nella notte
ancora un passo
gli occhi volano
oltre l’orizzonte
calore delle mani
arde e brucia
desiderio ed immaginazione
simmetrica eleganza
in trasparente densità
bacia il cielo
seta ed organza
velluto e raso
su corpi energici
divisi dalle ombre
ed ancora controluce
tango nella notte
l’alba disegna
compiuta sintonia
tango nella notte
Era un mattino ai primi del secolo, e c'era tanta fame,
un contadino stava lavorando, come solito era fare.
All'alba la massaia sul letto in fin di vita, ma nessuno la guardò,
da sotto il bifolco urlò: - E' morto un capo del bestiame!-
Una vacca per ogni famiglia, era parte di quel mestiere,
un capo da latte che sfamava l'intero meridione.
Una madre stava morendo, tutti indifferenti alla sua agonia,
tutti stavano piangendo l'unica vacca della fattoria!
Il Capoccia stava urlando dalla rabbia, senza denti e senza soldi,
un figlio fuggito per far fortuna, la sua voce tra i ricordi.
Le zie zitelle da mantenere, poca legna per il focolare,
un prete grasso diceva -Non temere, un dio ti verrà a salvare!-
Cinque figli, "forza lavoro" che vale più dell'oro,
un vecchio casolare in pietra, vino aspro ed il bicchiere vuoto
in notti fonde solo al tavolo, disperato, senza saper come andare avanti,
senza vacca e senza cibo, per sfamare impresa e fanti.
E al mattino di venerdì...
Poi il buffone del paese cantò insieme al gallo, si alzava un ferroviere,
il sole da viola diventava giallo, e nessuno riempiva il paniere:
che fine avrà fatto tua moglie, nessuno lavora il pane, i fiori dell'orto
stanno appassendo, l'avete lasciata morire sola come un cane
in un maledetto giorno d'aprile...
Una donna maltrattata e ingrassata per tutta la sua vita,
ignorato quello che provava finché non la vide finita.
Ma c'era da sopravvivere, lasciarsi andare significava morte certa,
l'inverno era ancora lungo, non lasciarsi andare significava morte acerba!
Sotterrata con la maggese, tra l'odore dei limoni e altri agrumi,
il prete affollava il cielo spargendo i suoi sacri fumi,
le sorelle acide leggevano il testamento, ridevano nello sgomento
di quel mattino, di un vecchio paese siciliano.
Lui le prese e le riscaldò inutilmente quella sua fredda mano,
gli occhi di un solido e celeste cristallo, sembravano ignorare il mondo.
Ci sarà una carestia, un altro figlio vuole scappare
e il secolo si evolve; un contadino ha toccato il fondo!
Intanto i contadini posavano falci, trebbie e sacche,
prendevano martelli, stantuffi e macchinari da industria,
avevano bisogno di soldi per comprare nuove vacche;
migliaia di operai, a costo di farsi toccare con la frusta!
I figli videro in un mattino di domenica, dopo la messa,
il padre inginocchiato al vespro, poi correre di fretta,
si allontanava all'orizzonte, per cercar fortuna lontano;
sudava la sua fronte: salutò a malapena
quel vecchio paesino siciliano.
Con la suola
Con la scarpa..."
Se apro il coperchio di macramé
qualche passo s'avvicina,
fino a un certo punto -
credevo non ci fosse più nessuno
ma poi ho sentito chiamare. Oh, che dire
il male stava per arrivare
nero come un telefono belga, sàssone, moràvo,
un grappolo che cadeva aggrovigliato
alveare del mondo che pareva morto
od oramai
malato,
a partire dai tuoi piccoli fiori.
tra le pieghe del nostro tempo,
tra il passare delle nostre giornate,
tra il passato e il presente...
Lascia che porti sabbia
tra le nostre mani unite
e tra i nostri abbracci...
Lascia che continui
a non esserci confine
fra il blu del mare
e il blu del cielo,
tra le nostre parole
e il nostro cuore...
Lascia che
ancora il mare s’insinui quando,
ancora,
non ci sarà nulla
a dividere cielo e mare
dalle mie parole
d’amore...
Meno male che mi sono commosso,
e che per fortuna c’eri tu lì con me,
mentre traballavo incerto e scosso
come la fiamma della candela bianca,
o come l’effetto del whiskey di segale.
Tu puoi sentirla quella quasi musica?
Io la vedo mentre accarezza la tela
con il soffio dell’ansia e della serenità,
e la trattengo fra i granelli della clessidra,
fra i pigmenti del giallo cromo, il sole,
e del blu di Prussia, il mare all’orizzonte.
Ci sono note che sanno di bianco di zinco,
e sono le nuvole, e la schiuma dell’onda,
arpeggi e scale che mi allontanano da te,
che mi dicono che sono l’uomo nell’universo,
e che lo spazio è qui, nel cerchio della vita.
Ascolta con me la melodia, la rifrazione,
il pensiero e la sua eco che diventano colore:
e il mio vuoto quando riesce a farsi musica,
come la sinfonia del silenzio nel pentagramma.
Come questa mia decade che si chiude
con interrogativi esistenziali senza risposta;
che sono già ricordi, un po’ rossi e un po’ verde,
che sono il mio io che risuona nei tuoi sogni.








