coi suoi occhi limpidi
la mia pelle dolce miele,
per poi soffermarsi
col suo sguardo languido
sulle mie mani mentre
vanno in cerca delle sue,
così forti e rassicuranti,
un ricercare quasi disperato
per dissetare la mia anima
da quel vuoto
che mi riempie il cuore,
quando non sono di fronte a lui!
Amava sorridermi,
poiché era consapevole
di essere primavera esplosa
nei miei giorni plumbei.
Primavera dalla pura
essenza d'amore,
che solo lui sapeva esercitare
solo quando l'eternità
dei suoi battiti d'emozione
sapevano cingermi le mani,
per attirarmi a sé fermando
il tempo in quel silenzio
che parlava al cielo
di un amore etereo
quanto tenero,
che solo il vero amore
poteva provocare,
intrecciando i nostri destini
sigillandoli con la carezza potente delll'universo intero
nello scrigno del tempo,
affinché possa vivere
per sempre
il fiore di questo vero amore.
bambini lasciano d'emozione una scia,
la mano stringono alcuni papà,
sembran camminare con le loro metà.
Passa la maestra con fare normale,
questo per lei non è un giorno speciale,
entra senza aspettare la campana,
con l'inceder calmo di una befana.
Fuori si attende l'apertura dei cancelli,
una mamma alla figlia aggiusta i capelli,
qualcuno scatta qualche foto di rito,
nell'album dei ricordi il momento e' gia' scolpito.
Scalpitano sull'uscio tutti gli alunni,
fra un po' ci sarà la carica degli Unni,
l' anno scolastico è appena iniziato,
caro angelo a Dio ti ho raccomandato.
L’affresco della notte
è un piccolo fiato che muove appena
gli alberi , il viale .
Ovunque si racconta
nelle cose che non vedo
indugia la timida brina
una transumanza alle radici
è una recondita malinconia .
- Qui ora siede e raccoglie i miei occhi .
Occhi di carbone
che vivono di sole
non si urtano dell’inverno del mare
dalla speranza si lasciano accarezzare
si raccontano alla luna
fluttuano come bolle
in una terrazza di neve.
- Poi li vedo passare .
In un ricordo
a piedi scalzi
sulle ombre e sui passi
nella nudità dell’anima
dove ogni luogo è visione
è pace , è guerra
è confusione.
Perle d’ambra,
foglie sparse,
melagrana sulle mie cinquantadue primavere
nel delirio
piccole rughe di malinconia
un silenzio raccontato
echi di vita
vuoti che si colmano e
lasciano vivere tutta la mia poesia.
come quest'acqua azzurra all'orizzonte
T'immagino così come quest'aria
che muove le foglie d'ulivo e piega appena gli aghi di pino.
T'immagino così nelle pennellate bianche nel cielo che compongono quadri astratti.
La tacita sera
raccoglie quel che resta
del respiro del mio sguardo.
Muto nell'ombra
svela ricordo d'un amore
emerso dagli abissi dell'anima
con nuovi pianti senza risa.
Burrasca di emozioni irrompe
nel cuore creduto pacato
rivelandolo mare in tempesta.
Uno spicchio lunare
incontra rugiada dei miei occhi
a bagnare il mio candore.
Nel mio esser donna
il coraggio d'amarti ancora
vince sul doverti odiare
negando pace all'anima mia.
Volgo il mio guardo
in cerca di un riparo
miro l'orizzonte
che vita più non dà.
Il mio ossigeno quando soffocherò,
quando grido non c’è la faccio
devi darmi un abbraccio,
abiterai nel mio cuore, nella mente,
devi essere sempre presente,
quando il buio fuori strada mi conduce
tu devi indicarmi la via ed essere la mia luce,
devo sentirti quando è troppo forte il dolore
vieni a mettermi la mano sul cuore,
devi essere una carezza quando non so cosa fare,
la salvezza per non farmi mollare,
devi essere per le mie domande la risposta decisiva
devi restare al mio fianco devi essere viva.
Era un’illusione il dolore
causato dalle tue parole
un anestetico della mente
per sentire meno
vedere di meno
ricordare di meno
la calma era un interruttore
che semplicemente
spegneva quel dolore che ci escludeva
da noi stessi
l’inerzia faceva continuare la vita
senza chiedere nulla senza ambire a nulla
era l’indifferenza a colmare i passi che separavano
il vivere dal morire
quelle tue parole come lame affilate
ferite e sangue sparso non cicatrizzato
sul tappeto del tempo.
11 settembre 2001,
solito bar
solite amiche di studio
attorno note melodiche dalla tv
pausa caffè e quattro chiacchiere,
abbracci per noi studentesse universitarie.
Si parlava con impeto e profondità
di libertà e meritocrazia
tra i nostri perché e i troppi però
con tenacia di speranza e possibilità
con determinazione nel voler cambiare
questo mondo che ancora oggi non va.
Chine sui libri per i consueti esami
con sete di cultura in cerca di una cura
per disonestà e povertà d’animo umano
visto come terra non del tutto arida
luogo incolto dove piantare semi
d’amore e onestà, fratellanza e gioiosità.
Fragore irruppe nella musicalità
fermando battiti armoniosi
occhi increduli pieni di perché
neri uccelli d’ali di ferro
suicida su emblemi di vita
laboriosa e florida.
Strida di avvoltoi dal cielo
strade coperte da tappeti di carne
corpi inermi, inceneriti
frammenti di dignità scalfita
brandelli d’orgoglio ferito
sull’asfalto rosso sangue.
La morte ogni elemento lacerò
in cielo e terra con la sua falce
però non tutto portò via
albero di pero spuntò dalle macerie
braccia e corpo suoi dilaniati
ma pur sempre vivo.
Vent’anni sono trascorsi già senza Torri
Ground Zero ora c’è assieme al Survivor Tree
simbolo di resistenza e forza della vita
icone di rinascita per chi s’era visto
messo in ginocchio schiacciato
da supremazia di stolti e meschini.
Acqua pacata in vasche dorate suona
per nomi incisi su tiepide targhe bronzee
col suo lento scrosciare fa da cornice
a voci portate dal vento ad abbracciare
in quel funesto dì che ogni anno torna
occhi che odio non vogliono più guardare.
i nostri cuori si parlavano
ascoltando i loro silenzi.
Occhi negli occhi
le nostre menti si raccontavano
i loro segreti più celati.
Sul davanzale dell’anima,
ancora oggi, come allora,
si riaffacciano questi ricordi
offuscati dalla continua,
presente, sofferenza
per la tua assenza.
A te che forse
ancora continui
ad ascoltare da lassù
i miei muti pensieri
urlano dalle mie profondità
rabbia e dolore
che mi lacerano sempre più.
A te che forse
ancora sei qui accanto a me
a raccontare alla mia mente
giungono affidate al vento
le mie silenziose lacrime
in cerca dei loro perché,
ma ritornano, in acida pioggia,
come saette lancinanti.
Sul davanzale dell’anima
ancora oggi,
nel ricordo di allora,
si sporgono le mie tristezze
perché se forse tu lì
non hai bisogno più di me
sono io che più che mai cerco te,
perché tanto vorrei capire
ma non ci arrivano le forze mie
e sul davanzale dell’anima
ancora più impenetrabili
si calano le foschie.
Di cipria il cielo si muove
in un bicchiere di nuvole e sole
dentro voli
da accarezzare e nutrire in grembo.
Fratto di vento nel viale
il passo sonnolento delle foglie .
A ricordo di ieri
gli occhi negli occhi
il crepitio del fuoco
il vin brûlé alle labbra
e due gocce di pioggia
alle pareti.








