Tra le calle dei Navigli
riflessa nelle vetrine
tra le nude statue
vive ancora.
Poetessa del Novecento,
occhi immolati al mondo
che pavido ne rinchiuse
il corpo.
Fu donna che prega in Terra Santa,
pagana in una Grecia antica,
vestale dell’amore terreno.
Della malattia fece orpello
di coraggio, sorriso di malizia
immacolato
affronto allo scandalo.
Spezzano le catene
le parole germoglio di ricerca
restano intatte le idee.
Solo la follia di un cuore puro
genera bellezza.
Nulla mi manca, ogni dolore è
presente, costante, sempre
a difesa della mia stupidità, contro
le sciocche arroganze, quando mi sento
forte, sento il dolore, ricordo la polvere
ricordo sempre, per sempre gli errori
tutto il dolore, così pago la mia vita
poco, poco, senza fretta, prima
che la salita sia troppo erta, il buio
oscuri le albe, scosso
dai rumori non sentiti, vivo.
Abbiamo perso analogie e i ritagli
Sono tutti quadri di colore senza
Scale di grigi pixel armonie disgiunte
In battiti regolari on off e quella
Sequenza nel tempo creativo dov’è?
O tutto o niente o zero o uno o dentro
O fuori o amico o nemico e il nulla resta
Spento senza energia allora si cheta
E torniamo a prima del trasferimento
Di resistenza prima del silicio sfregando
Occhio contro occhio mescolanze
Analogiche di flussi e lampi di speranza
Accetterei il cimento inserendo il beige/
Primo passo/
un particolare dell’anagrafe
sottolinea la macchia.
Secondo passo/
lei ha un dardo sull’indice,
è il suo smeraldo
lo getta alle spalle o lo cinge come un re.
Terzo passo/
all’amore fuso sulle fosse delle Marianne
pensieri sulle bolle,
aforismi sugli spruzzi.
Quarto passo/
Novelle dei plantari adulteri,
se ieri fraintendevi
oggi spogli l’onda.
Quinto passo/
Come duellanti ci diamo le spalle
i rimorsi colmano gli spazi,
le tue natiche tiepide
fortificano le mie.
Sesto passo/
Dal tubo sgorga un ritornello
frequenterebbe ciò che vorrei,
se tu spegnessi il faro.
La girandola a contare i secondi,
ti farei un po’ soffrire
segni di rugiada sulla fronte.
Settimo passo/
La matita non bussa
ridi per le smorfie ricambiate,
hai scoperchiato un simbolo.
Ottavo passo/
Le bende sono per l’incauto
che scortica il canto,
ognuno a suo modo sputa sulla sabbia
e volta la pagina.
Nono passo/
nel vanto delle ombre cinesi
si evitano quesiti,
non gli adesivi su Saturno.
Decimo passo/
Troppi di guardia pochi a inventare,
tu deplori gli avvistamenti
le lingue aggrovigliate come serpi.
Perché la tua stirpe le schiaccia col calcagno
la mia le regala un regno.
Ogni uomo ha la sua ombra.
Ogni mano ha le sue dita.
Ogni bimbo ha la sua mamma.
Ogni rosa ha le sue spine.
Ogni piede ha la sua scarpa.
Ogni passo ha la sua orma.
Ogni fiore ha i suoi petali,
ogni copia il suo originale,
ogni dito la sua unghia,
ogni ruscello la sua acqua.
Ogni mare ha i suoi pesci,
ogni persona la sua età.
Ogni cielo ha il suo sole.
Ogni città ha il suo nome
Ogni persona ha la sua storia.
Ogni giorno ha la sua notte.
Ogni notte ha il suo giorno.
Ogni casa ha i suoi mattoni.
Ogni oggi ha i suoi ieri.
Ogni cosa ha il suo posto.
Ogni gamba ha il suo passo.
Ogni principessa ha
il suo principe azzurro.
Ogni notte ha i suoi incubi
e...i suoi sogni.
Ogni inizio ha una sua fine...
Ingorgo della mente
Mi rigiro tra dune di lenzuola
Scaccio pensieri
neri come corvi
Rovisto nei cassetti dei ricordi buoni
ma spiritelli dispettosi rimbalzano
dentro i miei occhi chiusi
Scompigliano equilibri
spianano illusioni
Molecole impazzite
che scendono come
grani di sabbia a
sedimentare l'anima
E alla fine in questa
notte di battaglia
si fa largo il giorno...
Da bimbo vidi mia madre infelice
e spesso incline ad un dirotto pianto.
Fu quindi triste quel volto da attrice,
eppur lo sguardo suo piaceva tanto,
poiché come il gran mare era turchese.
La sua natura riservata e schiva,
dal male della gente la difese.
Come una fiera in gabbia lei pativa
in un luogo in cui il sole era un miraggio,
l’assenza del calor della famiglia.
O presto da sposata, con coraggio,
lontano andò con la diletta figlia
e col marito al tempo militare!
Ma sempre aveva in mente il suo paese
ove credeva un giorno di abitare.
Festa era quando tornava ogni mese
Dai genitori e da quella sorella
che molto amava perché divertente!
Insieme a loro la vita era bella:
come brillava di gioia il suo ambiente!
Or la famiglia a terra giace morta
e la mia mamma sempre è nel dolore.
Mio padre nel suo borgo ancor la porta
e lei ai defunti dona qualche fiore.
Ti ho amata
e ti amo
fino a carezzare l'impossibile.
Di più non posso amarti
sarebbe come spezzare
questo filo
che tiene sospesi
noi acrobati dell'amore
sopra l'infinito.
Due astri
così uguali e contrapposti
che si consegnano l'uno all'altra
sotto lo stesso cielo
che cangia solo di colore
innamorato
di quella luce magica
che sprigionano i tuoi occhi.
Io il sole e tu la luna
ad infiammare l'orizzonte
della nostra passione
che piano spegne il giorno
mentre si accende il desiderio
sotto la calda
trapunta di stelle.
In questo stesso sabato pomeriggio
di luglio inoltrato
prona nel letto, penso
che stamattina guardando lo specchio
ho visto sì una donna col viso tirato,
ma anche tanti sogni negli occhi.
E mi ha sorriso.
Allungo il braccio sul lenzuolo umido
tra la veglia e il sonno, e ti sono
debitrice, nella serenità del tuo viso,
di quei baci per la strada… quelli
quando non si può, quando non si deve.
I più belli perché inaspettati.
Mi hai lasciato scivolare sulla schiena
il tuo sudore, là dove si è fermato spiove.
C’è ora pioggerellina, e iride sul mare.
Ho letto il tuo foglietto ed è stato il mio
allunaggio; non destarmi, sono stesa sulla luna.
Mentre mi reggo il mento con la mano ti guardo
muovere le mani sui tasti, e m’innamoro anch’io.
In questo sabato pomeriggio
di luglio inoltrato
supino nel letto, mentre penso
all’ultimo racconto che ho scritto
dai più poco apprezzato,
allungo il braccio sul lenzuolo
umido tra il sonno e la veglia
e nel ristoro del ventilatore inizio
a conversare con te senza spazio
tra le nostre bocche, con la tua maglia
da cuscino che profuma
di quell’educazione che ho nel baciarti
col permesso dei tuoi occhi.
Guardo il tuo viso che ti sta d’incanto,
ti sussurro sulle labbra e per distrarti
ti faccio il solletico con la mia barba
sfatta, e scrivo su un foglietto
che un bacio deve peccare
di presunzione, fino
a credersi il primo per essere perfetto.
Tasti bianchi e neri
violentati
dal disprezzo
e dalle dita
di chi alla buona musica
ha preferito
invece
la sinfonia omicida.
Sulle note
struggenti
di una supplica
che diventa
un grido.
Poi più niente.
Nel nome
della madre
soffoca
il respiro.
In ricordo di George Floyd, l’afroamericano ucciso dalla follia razzista di chi lo doveva, invece, proteggere.
Lunedì apro ad Aprile/
Arrivo forse tardi, -
stregato da notizie,
la giugulare inferocita dal galoppare
nella nebbia che m’intinge.
Allargo sulla tovaglia di plastica amaranto
pezzi di pelle strappata
dallo scoppio del razzo prima che frenasse
scoprendo difetti tesi
dell’atterraggio di fortuna.
Martedì Pezzente/
Ci sono troppi contrattempi nella lettera:
fossi sui mille metri
saprei sperdere chi mi segue,
ma qui posso solo ritrarre le unghie
e sperare
che non distinguano i chiodi ben piantati
da quelli arcuati dal recitare.
Mercoledì di Diaspore /
A discesa, nei giorni dispari,
piazzo una bottiglia al centro dei tepee,
voglio ubriacare il Rolex che non rallenta
sui tuoi ciuffi bianchi da Dakota
mentre leggi come spellare un bisonte
prima che il bianco goda nell’ammanettarti.
Niente coperte quando cavalco
fin dentro al midollo,
le mani sui fianchi.
La neve morde la pista,
provo a lavarmi la faccia,
a svegliarti.
Giovedì accanto a Luglio /
Lo scavo nel pavimento
produce i suoi effetti:
ormai posseggo il mare,
le tue conchiglie,
la sabbia nei sandali,
il tuo respiro roco,
l’eco.
la cipria cola sulla carta carbone,
le piante grasse le posso dimenticare,
sogno bucce candite siciliane
e datteri blu di Tripoli.
Venerdì Retrocede Agosto/
La pioggia sussegue sui nodi
rendendoli piombati,
però ho una maglietta in filo di panama
che mi rende spettacolare per l’intervista.
Custer mi parla dell’ebraismo degenere
battendo i tacchi nell’uniforme grigio ratto,
il tempo lo venera biondo,
la sifilide, come i pidocchi,
alimentano la cagnara soldatesca,
poco importa se un popolo fiero
inarca la schiena,
poco importa dove viene piantato l’amo,
poco importa se l’anima non è un budello,
poco importa se il cigno non è nato anatroccolo,
l’importante è essere eroi a Little Bighorn.
Sabato la Shoah/
Abito in un porcile tra ghiande e metafore,
dal corridoio alla mangiatoia
mi radono la testa,
mantengo i colori con cui guardo il cielo.
Spero che almeno Al Jazeera
ammetterà come brucio.
Di sicuro aggiungeranno sale alla pasta
mentre scorrono le immagini
senza volume,
nel ghetto ci accoltella la Gestapo,
tra le risa promettono un’altra Birkenau.
Ma
te ne
accorgi,
quando mi parli,
che il mio fare è claudicante?
che il mio sorriso è insicuro
che il mio occhio destro
è spento?
Guarda
altrove, lui,
si alza e si abbassa
aspettando lo sfinimento fisico,
la fobia l’ansia la follia e poi il vuoto.
Segue l’impulso che dal male
conduce alla speranza,
che dal sogno
porta
alla ricerca
della bellezza,
la lunga strada
che ho percorso
per arrivare a te.
Diamoci conforto ora
e consoliamoci con l’amore,
che la vita è davvero troppo breve
per cedere al distacco della distanza,
alla paura, allo sgomento della perdita.
Amiamoci con abbandono, con pace,
e liberiamoci dalle costrizioni
di questa tristezza
che paralizza
le gambe.
I
tuoi
ricordi
più belli,
quelli dolci
e importanti,
quelli che
non
si possono
lasciare a casa,
saranno per me
un bagaglio
leggero
e per
te
resteranno
rifugio sicuro
e accogliente.
La tua personale
grande ricchezza,
quella che nessuno
ti potrà mai sottrarre.







