rosso scuro
ricopre
giardini viennesi
di fine impero
notturne gitane
sfilano nel fumo
di balli parigini
in punta di fiamme
incendiarie di mondi antichi
ed il tuo viso
fissato in una foto
dà colore
alla pioggia
dove oscena
orgia di piombo
scortica la terra
dentro confini
di fossati aridi
dove il cielo
ha il colore
del fango
occhi perduti
nell'immagine ferma
di un tempo andato
smuovono pensieri
allontanando la morte
cavaliere di insulse
bandiere
ancora un po'prima
della folle corsa
verso il nulla.
gelsomini forse, appena portati dai ragazzi e già accartocciati
accasciati sul fianco, conchigliette un dopo l'altro
svuotate dal profilo
un profumo lunare da pagliacci stanchi
vi siedo accanto
a reggervi la mano
e a pensar di pregare.

A volte il vento non soffia più.
Ti ritrovi in mezzo al mare,
la barca non viene spinta né avanti né indietro.
Gli unici soffi sono quelli dei tuoi aneli,
sbuffi dalla noia, dalla nausea del mare calmo.
Cercavi la burrasca, o qualche giornata fiera,
ma le acque non hanno la forza di muoversi.
Se ne stanno pigre le onde a dondolare le caviglie
sulla sedia di un fondale, con la gamba accavallata
come se fosse in sala d'aspetto, malata,
ad aspettare che il dottore finisca i suoi porci comodi.
Ragione, ragione, sempre la solita ragione;
non hai più voglia di aspettare col mare,
anche se solo lui e nessun altro potrebbe agitarsi:
raramente la terra ferma trema, e comunque in quei casi
affonda le cose, non le fa danzare sull'acqua salata.
Ma quelle burrasche! Ah, quelle belle disgrazie!
la gotta marinaia bruciata dalla schiuma,
quegli sbadigli da una gola infiammata e interminabile.
Il brutto del mare è che a volte pensa troppo.
Si dimentica di incazzarsi, di mostrarsi coinvolto.
A volte quelle onde deboli sembrano sbadigli:
si mette il pigiama e va a letto presto, sbronzatosi da solo,
dimenticandosi delle sue parti più nere, dei suoi brufoli da adolescente.
Si sogna di quando si rivoltava nel suo azzurro, sa ancora sognare.
A volte zittisce. Pensa. Forse ad un motivo per scatenarsi.
Chi lo guarda zittisce con lui, che dovrebbe dirgli?
Sò 'n sordato senza guera
un fiore senza serra.
na nave senpre ferma,
na luce senza lanterna,
un timone senza barra,
n'astronave che mai atera.
Quanno sò proprio felice
sò 'n dito senza narice,
un lattante senza nutrice,
'n'araba senza fenice,
un quadro senza cornice,
na ferita senza cicatrice,
gnente che me s'addice.
Qual'è allora er ruolo mio
drento tutto st'ingranaggio,
io che sò solo de passaggio,
na scialuppa de sarvataggio,
na circonferenza senza raggio,
un abborto del linguaggio,
un turista de l'accattonaggio,
de sta vita sò 'n ostaggio,
me sò perso l'equipaggio,
festeggio solo er primo maggio,
ma preferisco esse no scarafaggio
che diventà suddito o paggio.
o con la pioggia in viso
dimmi che parole dovrò dirti
per farmi amare ancora
che cosa devo fare
per volare
se sbattere le mani oppure
concentrarmi sui tuoi occhi
chiari come la notte
dimmi se mi senti ancora tuo
o se sono distante
mille galassie
ma se c'è spazio ancora
per me
mi basta un sorriso
e capirò
con il cuore a puzzle, di pezzi perduti
fontane di liquidi occhi
tastando l'avanti, nel candore muto
Toccare il buio
con il panico nel ventre, stretti muscoli
fotogrammi impazziti in testa
con mestizia convinta
Toccare il buio
con reazioni al limite, strangolate grida
tarpata lucidità
caparbia insistenza
Toccare il buio
nella mancanza intorno, deglutendo a ritmo
ammanettato e bloccato
da gessate vibrazioni
Toccare il buio
abbandonato a questo barcollare
che fonde e si unisce
all'oscuro chiarore del solito
diventando un altro.
Volevi andartene come una spiga senza reste;
non ti avrebbe abbandonata quella guaina
e sarebbe cresciuta con te
per continuare ad avvolgerti.
Ti puntava una pistola il sole in faccia
e sentivi che era la levata:
quanto sale già allora sudato,
maggio con la prima sigaretta
fumata in un campo di culmi
sempre più alti di te.
Ma sei arrivata piccola spiga
e quella foglia così materna,
mentre ti corteggiano altre intorno,
è sempre lì con te
e con te ancora un po’ è cresciuta
per sapere come avvolgerti a quest’età.
Non potrai poi evitare il mondo:
verrà a cercarti a casa, giovane pannocchia!
con quelle trebbie assassine
e ti beccheranno galline da pollaio
o galline in giacca e cravatta.
Verrà giugno e sarà il tuo autunno;
le prime mattine d'estate il tuo tramonto;
quanti cadaveri di madri e rovine di case
in mezzo a quel campo prosciugato.
Ora che non ci sono più confini e colori
si fa mostruoso il canto dei giovani grilli.
zampilli come goccia alla cascata
tu
con i tuoi occhi che sanno di ghaiccio
e il tuo corpo d'estate
forse mi sto innamorando di te
di quei tuoi modi gentili
e di quell'arcobaleno
che mischia
emozioni e colori
al mio stare immobile
mentre cammino
Tu
goccia di goccia
nel mondo
nel fiume
nei miei pensieri
ed io nei tuoi
in silenzio.
Aldilà delle distese infinite
e delle colline variopinte,
odo gli stessi dolori
gli stessi colori…
E petali malformi
e foglie putride
e lacrime che piovono.
E’ la solitudine infinta del fiore
che muore.
Vana la gloria,
inutile la grandezza
se fatale è il contatto!
Rimane solo la tristezza:
la perfetta sofferenza,
del fiore
delicato,
dall’affetto isolato
malnutrito d’amore.
chissà la notte 'ndo sò volato
combatte contr'i fantasmi de la mente
è l'impresa più ardua e imponente,
ecco perché m'arzo tutto demente,
affronto l'impeto de 'sto torente
'ndo la realta se confonne cor gnente,
tu me dirai 'ndo cavolo vai,
ma nun vedi che sò bordellain?
Sta mente è causa de tutti li mali,
er ripostjio de paure ancestrali,
quanno eravamo ancora animali,
accucciati sotto tera come minerali,
de notte m'aritrovo pe' certi viali
pieni de 'nsidie e assarti frontali,
mostri, paure, incubbi astrali.
Questa è la lotta più insidiosa
io e 'r nemico semo la stessa cosa,
sò io l'attacco e la difesa,
sò er diavolo e la chiesa,
sò la salita e la discesa,
ogni notte è 'na sorpresa.
Così quanno che viè sera
sta vita diventa 'na porveriera,
tra lei e la morte nun c'è bariera,
c'è 'na vita parallela
così ar risvejio nun sò più
qual'è quella vera.
è stato allora
il precipizio.
No, non il viso tzigano del pianista o
il tocco armeno sui pinnacoli
sebbene in estasi da crema di Mozart.
Ma il corpicino
cadavere
di una vespa.
Eravamo qui - ho detto tra me e me -
da almeno due notti,
un ventaglietto
dimenticato sotto le seggiole.
C'erano tutti, ricordi?
Erano tutti testimoni di un contratto.
Finché morte non ci separi, per sempre.
Nella gioia e nel dolore
come se il dolore fosse una leggenda metropolitana;
in salute e in malattia come se ci fosse un vaccino per tutto.
Riempisti quello spazio bianco con una firma, come se nulla fosse.
Quanta leggerezza, parenti e amici sorridenti.
Facile promettere mentre tutti mangiano e cantano,
invece un giorno arrivarono i risultati dell'analisi.
Mentre mi consolavi, con l'occhio cercavi una via di fuga.
Aspettavi il momento giusto, furba da non lasciarti fregare.
Mentre il mio corpo decadeva, decadeva la tua morale.
Evidentemente il diventare forti è un privilegio di pochi:
in pochi si addormentano abbracciati
senza sapere se passeranno la notte,
se ritroveranno un mucchio di ossa incatenate
contro migliaia di occasioni che offrì la libertà.
Se la polizia della morte venne ad ammanettarmi,
tu dovevi costituirti come complice di tutti i miei reati.
Venire a trovare un condannato da un vetro, ogni tanto:
questo non c'era sul contratto.
Eppure lo sapevi bene a quell'esame di Legge.





